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Linguaggio verbale, linguaggio visivo

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 29 gennaio 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page138
Column1-4


[1]
In un’efficiente intervista rilasciata a Cinema! (RaiUno del 6 gennaio 1989), Liliana Cavani ha colto il centro del problema.
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La cultura intellettuale italiana stenta a riconoscere al cinema, al suo linguaggio, la dignità e lo spazio che gli sono propri.
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Piu o meno di buon grado, ha osservato Liliana Cavani, le università si sono aperte alla storia del cinema.
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Ma nelle pagine culturali dei giornali si parla di libri, di mostre d’arte, di musica, è poco o niente di film.
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Eppure per anziani e per giovani i film sono realtà culturale di prim’ordine che, a detta di taluni, fa fin troppo la parte del leone rispetto ad altre arti e alla letteratura.
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Due anni fa la commissione insediata dal ministro Falcucci per la revisione dei programmi di italiano del biennio unico, coordinato da Francesco Sabatini, propose di raccordare l’educazione al linguaggio verbale, lo studio della grammatica e l’educazione letteraria al rapporto, anche analitico e critico, con l’esperienza viva del linguaggio cinematografico e audiovisivo.
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Nella forma più complessa che ora, per richiesta del ministro galloni, il programma dovrà assumere, di ciò resterà più d’una corposa indicazione (del nuovo gruppo e ancora coordinatore Sabatini).
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La richiesta di Renato Barilli (Corriere della Sera, 24 dicembre 1988) e del Sindacato critici cinematografici (che ha promosso un vivace incontro a Roma il 13 dicembre) è appunto questa: che il docente di italiano si assuma «l’incarico di introdurre alla lettura di film o spettacoli o opere d’arte».
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Non sarà facile.
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Ma sembra la strada meno impraticabile, nell’ambito delle ore di insegnamento comune a tutti nei pieni, per fare uscire il film dal ghetto in cui in Italia è chiuso.
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E lo è (una volta tanto) non per opera di accademici o professore, ma della cultura che si dice militante.
[12]
IPSE DIXIT
[13]
La storia comincia alla fine degli anni 20.
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1 ragazzina del Lincolnshire (Inghilterra orientale) parlava un inglese con forte accento locale.
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A scuola cercò di emendarsi, ma soltanto alla fine dell’università, a Oxford, riuscì a farlo abbastanza.
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Però chi praticava davvero la Rp, la received pronunciation raccomandata da e per persone bene, si accorgeva da certi accesi d’affettazione, da certi toni troppo striduli, che la giovane signora, dal 1959 deputato conservatore, era pur sempre la ragazza del Lincolnshire.
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Ma tali erano le sue virtù politiche che, mediocre standard a parte, fu nominata prima ministro dell’Istruzione e poi leader del partito e capo del governo.
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Lady Thatcher riuscì finalmente a cancellare, secondo gli esperti, le ultime tracce di lincolnese.
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Con grande simpatia, John Honey ha ricostruito queste altre storie simili in un suo libro sull’importanza della buona pronuncia nel Regno Unito.
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Una morale se ne trae: come ai tempi di pil, un accento dialettale nemmeno nel Regno Unito offusca i destini politici.
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Resta una domanda.
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Ma perché proprio la signora Thatcher (Il Paroliere, 25.12.1988), assieme ad altri conservatori (The Times, 5 gennaio 1989), è ora così decisa nell’asserire che i bambinetti debbono rispettare a puntino lo standard, lei che non lo rispettò tra i banchi di scuola tra quelli del più venerabile dei Parlamenti?
[23]
L’italiano in fila per sette
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La Mondadori pubblica un nuovo vocabolario italiano, compilato parecchi anni fa dal compianto Aldo Gabrielli e curato postumo dagli eredi.
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È (salvo errori) il settimo vocabolario nel giro di pochi anni (Grande dizionario illustrato della lingua italiana, 2 voll.).
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Per mole, illustrazioni, prezzo e tipo di distribuzione (Club degli editori) il suo concorrente diretto pare essere il Nuovo vocabolario illustrato della lingua italiana di Devoto e Oli, edito lo scorso anno da Selezione-Le Monnier.
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Il Devoto-Oli, con i suoi 150 mila vocaboli e la ricchezza di neologismi, tallona a sua volta l’eccellente Vocabolario della lingua italiana (diretto da Aldo Duro) dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana (per ora al secondo dei quattro volumi promessi).
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Ma il Gabrielli contiene invece solo 95 mila vocaboli circa.
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Per questo numero e per l’affabilità con cui i materiali sono presentati si affianca piuttosto all’edizione del 1987 del Garzanti o al Dardano della Curcio.
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Nessuno di questi vocabolari riesce a minacciare la undicesima edizione dello Zingarelli: mole familiare (un volume), prezzo basso, stringatezza di definizioni, ricchezza di vocaboli (oltre 110 mila).
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Il Duro, il più ricco dilemmi e di analisi viaggia su altri canali; Naturalmente, nessuno si propone di competere con il megavocabolario storico della Utet, avviato quasi vent’ anni fa da Salvatore Battaglia, e ora alla lettera P e al XIV volume, integrato dalla bella grammatica di Serianni (Il paroliere, 16 ottobre 1988), e diretto ora da Bàrberi Squarotti.
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Ai nostri vocabolari può imputarsi di non tenere dietro a parole occasionali, a volte scherzose (così fanno Sanguineti, l’Unità, 10 gennaio, e Giuseppe Pittàno, Panorama, 15 gennaio)?
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Certo sono da lamentare il silenzio sulle fonti (con l’eccezione, pur non costante, del Battaglia) e sui criteri di trattamento dei materiali ricavati da tali fonti.

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