Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Da anni i demografi hanno osservato l’avvio della grande migrazione planetaria dal Sud al Nord del mondo. E hanno prefigurato i fenomeni oggi noti a tutti. Masse enorme di nativi d’un paese si dislocano nelle aree forti del Pianeta. Le “little Italies” e le “petites Italies” (ricordiamocele, quando trattiamo o, meglio, bistrattiamo chi oggi immigra tra noi) non saranno più sole, ma affiancate da “piccole Indie” e “Arabie” e “China Towns”.
Le aree nazionali forti devono rassegnarsi a veder nascere al loro interno nuove “regioni” allogene e alloglotte in un tessuto che per l’innanzi poteva fingersi omogeneo (ma lo era davvero?).
Oggi l’eterogeneità è ben più vistosa e la finzione dell’omogeneità entro una stessa area statuale non ha più coperture ideologiche.
A queste ragioni demografiche, dietro cui stanno esigenze economiche e del Nord e del Sud, si sommano ragioni produttive, che impongono l’integrazione di aree multilingui e multinazionali, e ragioni tecnologiche: le decisioni nella City o in Fiat esigono che si capiscano bene l’arabo o il giapponese.
Ci sono ancora due addendi: le ragioni dell’identità etnica e culturale; e il bisogno di impadronirsi di inglese e altre grandi lingue veicolari.
L’opposizione di Margaret Thatcher (ma non di tutti i suoi ministri) a un mondo multilingue è miope e ridicola. Ma gli altri Stati (e il nostro) come fronteggiano oggi il bisogno di multilinguismo?
IPSE DIXIT
Gli chiesero di condannare il terrorismo. Disse: «I condemn». Ma si può to condemn blandamente. Il terrorismo doveva respingerlo. E lui disse che intendeva «confermare la sua rejection del terrorismo». Ma non bastò. Si rigetta oggi. E domani? Allora l’omino, dinanzi all’Onu riunita fuori sede, a Ginevra, disse, per il gaudio degli esegeti: «We totally and absolutely renounce all forms of terrorism». Ma qualcuno ha scoperto che to renounce ha lo stesso equivalente di to reject nella lingua nativa di Yasser Arafat, il verbo arabo ‘astankir. E si è così toprnati ad accusare Arafat di dire solo parole, e poco chiare.
Gli si è dunque chiesto di dire se valeva ancora la Carta dell’Olp del 1964, con l’impegno a distruggere lo Stato di Israele, Arafat, in francese, l’ha dichiarata dépassée. Ma non erano contenti. E alla tv francese, nell’ora di massimo ascolto, egli ha definito caduque la vecchia carta. La diplomazia di Bush pare soddisfatta, ma altri lamentano che, infine, si tratta pur sempre d’una parola.
A Jean Daniel, direttore dell’ “Obervateur”, che è andato ad intervistarlo, Arafat ha detto: «Si je ne prononce pas certains mot, on les trouve très importants. Et si je les prononce, vous dites que ce ne sont que des mots», «Certe parole, se non le dico, sono ritenute importanti. Se le pronunzio, voi dite che non sono altro che parole».
VOCABOLARIO
Confidenzialità. Il dottor Marco Geddes da Filicaia scrive dalla venerabile Capitale della Lingua per dire che si è trovato a usare spesso la parola, ma ha scoperto poi che nei vocabolari italiani non è registrata, teme che possa essere un anglicismo ed è tormentato «dall’atroce dubbio» di averla diffusa in scritti e documenti, tra amici e collaboratori. La presenza d’una parente in inglese (o francese) non basta né a garantire né ad escludere la bontà d’una parola nella nostra lingua. L’astratto di confidenziale è appunto confidenzialità che solo in parte è sinonimo di riservatezza; la nota rubrica televisiva di Beniamino Placido è ricca di confidenzialità, ma non ha, ovviamente, carattere di riservatezza.
USI E ABUSI
Vippaio. Salvatore Taverna, in un articolo su cavalli, mondanità e persone note a Piazza di Siena, adopera ripetutamente vippaio, in senso (pare) non positivo: «accolta di persone molto importanti, o tali ritenute o desiderose d’apparire». La parola non è molto più gradevole della cosa. L’assonanza con il modello viperaio pare evidente. Vedremo se avrà fortuna.
Ritorna in gloria un’antica sigla editoriale
La presenza di linguistica, filosofia del linguaggio e semiologia nell’editoria italiana si è fatta forte dagli anni Sessanta, con opere tradotte e italiane inserite nei cataloghi e collane tradizionali da Laterza, Einaudi, Il Mulino, seguiti poi da altri, piccoli e grandi. Con gli anni Settanta, sono state tentate alcune collane specifiche. Ricordo, tra le più durevoli, la “Serie linguistica”, che fu diretta per Boringhieri da Aldo Prosdocimi e gli “Studi linguistici e semiologici” del Mulino, giunti a trenta volumi.
A queste si è affiancata da poco la bella “collana di linguistica e critica letteraria” edita dal Morano in Napoli, diretta Emilio Bigi e da Maurizio Vitale. In pochi anni vi sono apparsi volumi di Marti, Baldelli, Vitale, Nencioni, Giacomelli. Si annunzia un prezioso lavoro di Maria Luisa Altieri Biagi sul linguaggio della scienza. E appare intanto last but not least, una raccolta di scritti di Luca Serianni, “Saggi di storia linguistica italiana” (455 pagine, 45 mila lire). Si rinverdiscono così le glorie dell’antica sigla editoriale Morano.
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