Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Si discute a Roma di Ludwig Wittgenstein, in un grande convegno promosso dall’università della Sapienza nelle sale del Consiglio nazionale delle Ricerche. All’origine del convegno è la tenace e intelligente attività organizzativa di Rosaria Egidi, una delle più attente studiose di temi wittgensteiniani fin dai primi anni Cinquanta, quando ancora di Wittgenstein non si parlava molto.
Idee e opere di Wittgenstein sono un “campo di battaglia” cui in molti hanno (vorrei osare dire: abbiamo) attinto, in ambiti disciplinari anche lontani, su vie talora divergenti, speso contrastanti.
Siamo ben lontani dal poter supporre che tutto sia stato detto su questa sorprendente e multiforme personalità del nostro secolo. E, per quanto vasta sia stata l’eco delle sue tesi, dalla matematica alla scienza del diritto, dalla linguistica e dall’estetica, si ha l’impressione che i debiti verso Wittgenstein siano e, soprattutto, possano diventare ancora più grandi nei prossimi decenni.
Soltanto una parte della contemporanea teoria del linguaggio ha messo a frutto una parte del capitale di idee raccolto negli scritti di Wittgenstein. Le barriere disciplinari e nazionali non giocano a favore.
Un bel saggio di Francisco Varela, un cileno che ha insegnato all’università di New York, di Berkeley, di Francoforte, di Parigi, e che si occupa di “scienza e tecnologia della cognizione” (Hopefulmonster, Firenze), ripropone l’idea della cognizione (e del linguaggio) come pratica attiva (e non mera rappresentazione) e mostra che si possa essere “naturaliter” wittgenstaniani, senza saperlo.
IPSE DIXIT
«I termini del dibattito vanno spostati più avanti perché la sfida è più alta»: così dice il compagno Ugo Unipol Bazzoni. Non possediamo una sua fotografia sicura, sappiamo che era, è «un bell’uomo, alto ed elegante». Abbiamo invece una fotografia di Michele Serra che nei suoi nuovi racconti (“Il nuovo che avanza”, Feltrinelli) si incarica di presentarcelo e di illustrarne così il parlare: «Unipol… denunciava con fermezza “i gravi ritardi” del movimento democratico. Mentre il dibattito si spostava in avanti, ci pareva improba, la lotta perduta per sempre. Cercavo di fare mente locale, magari per individuare il momento esatto nel quale il ritardo aveva iniziato ad accumularsi e la sfida a seminarci come maratoneti inciucchiti. Se mai avessi avut la fortuna di capirlo, provvedeva Unipol a mettermi in un ulteriore affanno materializzando all’orizzonte un ulteriore impiccio: il nuovo che avanza. Quando un dirigente parlava del nuovo che avanza, nella mia mente già in angoscioso affanno subentrava uno stato di panico…».
Che mai sia “il nuovo che avanza” lo dicono, in modo drammatico, anche se sempre ironico e accattivante, gli altri racconti. Ma qui volevamo sottolineare che Serra conferma la sua felice capacità di catturatore in anteprima di quelli che solo molto tempo dopo altri avvertono come intollerabili luoghi comuni.
VOCABOLARIO
Pay tv. Secondo le indagini di mercato esisterebbero in Italia circa cinque milioni di persone disposte a pagare un canone mensile di trentamila lire per assicurarsi via cavo la trasmissione di film in prima visione, spettacoli di qualità, informazione non banale e non lottizzata. Con queste valutazioni e speranze vien avanti l’espressione, nuova per i nostri vocabolari, pay tv o pay television: dove pay è l’aggettivo deverbale inglese, già ben consolidato in altre locuzioni di quella lingua, significante “a pagamento” (e da scrivere senza trattino).
USI E ABUSI
Noventariato. Dagli anni Settanta modernariato, sul modello dell’usuale antiquariato ha designato il commercio di mobili e oggetti degli anni Cinquanta e Sessanta (così Quaranta, Vassalli, Garzanti; non Zingarelli che ha riluttato a registrare la parola). Ora un fedele e illustre lettore segnala un meno ben formato noventariato per l’antiquariato dei mobili e oggetti stile Novecento dei vent’anni anteriori.
In favore del plurilinguismo
Come altra volta abbiamo ricordato, meno d’un terzo della popolazione italiana dichiara d’avere una qualche conoscenza d’una lingua straniera. La scuola, che sulla carta assicura un contatto con lingue straniere a più del novanta per cento della popolazione giovane, non sembra dunque svolgere in modo adeguato il suo compito.
All’origine sta la mediocre formazione universitaria dei nostri insegnanti di lingue, cioè il cattivo assetto della nostra università in questa materia. Nei corsi di laurea che si dicono “di lingue” il giusto e sacro amore per le belle lettere vive a spese della cura per lo studio, sia pratico sia scientifico, delle lingue.
Da diversi anni operano nelle nostre università lettori di madrelingua straniera col compito primario di insegnarla. Ora i lettori chiedono che la dimensione propriamente linguistica dell’insegnamento universitario si rafforzi e articoli. Lo chiesero inutilmente vent’anni fa gli studiosi della Società di linguistica italiana, torna a chiederlo un linguista autorevole come Raffaele Simone.
Speriamo che il plurilinguismo, così necessario alle società moderne, e curiosamente inviso ai membri (dico bene?) del nostro establishment, riesca ad affermarsi.
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