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È davvero vietato leggere Manzoni?

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 25 dicembre 1988


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Infuriano le polemiche linguistiche anche nella pragmatica Inghilterra.
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In difesa (pare) della grammatica è sceso in campo il primo ministro, signora Thatcher (lo racconta Mario Ciriello nella Stampa del 1. Dicembre).
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E i lettori dei giornali italiani sono restati frastornati dalle polemiche pro o contro Manzoni, Ha ragione Sanguineti (contrario) o Sciascia (favorevole) o Umberto Eco?
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Per i nostri giornali, attraverso il meccanismo delle interviste telefoniche volanti, le cose si trasformano in una specie di partita di calcio trattata alla maniera dei nostri cosiddetti giornalisti sportivi (che, come Oliviero per una volta dimostrato, copiano i giornalisti politici, che copiano i giornalisti sportivi ecc.).
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Sfavorevoli al l’uso del congiuntivo battono favorevoli tre a uno, e Lucio Colletti (o Giovanni Spadolini), ci dichiara favorevoli a Manzoni battono sfavorevoli 2 0, e Carlo Rubbia o Antonio Zichichi ci dice
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Cercherò di essere almeno poco verboso.
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Thatcher e Ciriello, please, non confondete grammatica vissuta e grammatica riflessa, il comportamento grammaticale di chiunque parli e scriva per farsi capire e lo studio di tale comportamento, studio arduo un po’ più dell’algebra.
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Sanguineti e Sciascia e Eco, vi riconoscerebbe informarvi di come stanno le cose?
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Ma davvero qualcuno da qualche parte ha proposto di vietare la lettura di Manzoni?
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E davvero finora la lettura del suo romanzo è stato obbligatoria per tutti i giovanetti e le giovanette?
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E, se è così (e per quel che è così), sono davvero buoni i risultati?
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IPSE DIXIT
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Nello Ajello sta raccogliendo importanti interviste sulla presenza di Croce nella cultura d’oggi.
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Dopo Garin ha ascoltato Giuliano Toraldi di Francia, un fisico che, come pochi nel campo delle scienze naturali, ha un attivo interesse per la filosofia e il versante umanistico del sapere.
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Toraldo metti in luce con molto equilibrio i pregi che ai suoi occhi hanno le opere di Croce e, come è ovvio, non ne tace i limiti.
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Per esempio, dice giustamente: «Croce non riuscì a cogliere l’importanza che poteva avere Peano, che adesso è conosciuto in tutto il mondo come uno dei fondatori dell’aritmetica moderna».
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E aggiunge: «L’intera filosofia della scienza oggi è vicina, appunto, alla logia simbolica, che Croce chiamava sprezzantemente la logistica».
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E non varrebbe la pena rilevare l’imprecisione se non fosse per i meriti di Taraldo di Francia e per la sede di larga influenza (la Repubblica, 4 dicembre).
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L’asprezza delle cinque pagine (90-95) dedicate da Croce alla logica matematica nella sua Logica ha tratto in inganno Toraldo.
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Croce usa logistica non per disprezzo, ma come termine alla pace, sapendo che da poco, al congresso di filosofia di Ginevra, Louis Couturat e altri avevano convenuto di chiamare così, con l’antica parola di Platone e Leibniz, la logica matematica.
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Un autorevole dizionario suggerisce che il termine sia ora desueto.
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Non è così, perlomeno in area tedesca.
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VOCABOLARIO
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Riflessante.
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Manca in vocabolari anche recentissimi e nei vari repertori di parole nuove.
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Non manca nelle botteghe di barbiere e (secondo la testimonianza di amiche lessicografe) di parrucchiere.
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Spume e creme che servono a dare riflessi di vario colore ai capelli e ad attutire il grigio sono qualificate con l’aggettivo riflessante, che appare anche sulla marca di alcuni prodotti, usato come aggettivo.
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Nell’uso parlato il vocabolo pare usato qua e come sostantivo maschile: il riflessante.
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Interdisciplinarietà.
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Rossella Castelnuovo, a proposito dell’ipse dixit del 4 dicembre su Carlo Rubbia (L’Espresso n.48), scrive per dire che non può escludere che la i in più sia stata detta proprio dall’illustre scienziato, ma nemmeno può escludere che sia opera del proto.
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A me pare che chi usa l’italiano in modo responsabile rispetti la norma: se l’aggettivo è in -ario (unitario), il sostantivo è in -arietà; se è in -are (solare), il sostantivo è in -arità.
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Senza drammi, dobbiamo però constatare che è la norma è violata dai tipografi che stampano scritti di Umberto Eco e Giorgio Tecce o rubriche di giovani linguisti.
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E articoli di Rossella Castelnuovo.
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Tutti uniti, almeno nella lingua
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Un buon libro, chiaro, preciso, informa sull’attuale situazione linguistica in Irlanda: The Irish Language in a Changing Society, pubblicato a cura della Commissione per la pianificazione linguistica contesti in inglese e gaelico (Bord na Gaeilge, 7 Caernóg Mhuirfean, Baile Atha Cliath 2, Irlanda).
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Inglese domina senza contrasti nelle famiglie in cui uno dei genitori non sta bene ed irlandesi.
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Altrove e in leggera ripresa: la percentuale di parlanti dell’irlandese è passato dal 27 per cento del 1961, al 28 per cento del 1971, al 31,6 per cento del 1981.
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La ripresa sembra influenzata dall’attività della scuola, della (buona) educazione linguistica al bilinguismo.
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AGENDA
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Si moltiplicano le testimonianze su usi marginali ed espressivi della lingua.
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Letizia Mottica ha scritto per l’editore Arnoldo Mondadori un intero romanzo quasi tutto in paninarese (direi, che, più esattamente, si può definire paninarese orientale): all’infinito mondo paninaro.
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E Augusto Forconi ha raccolto per la Sugarco Edizioni varie centinaia di termini ed espressioni gergali, popolari, colloquiali: La mala lingua.
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Qualche sbaglio di stampa più fastidioso del solito nel Paroliere dell’11 dicembre (L’Espresso n. 49).
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Il progetto Erasmus avviato alla Sapienza con altre università europee in teoria e tecnica della scrittura non è arrivato, ma (ahinoi) solo avviato.
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E nell’articolo in neretto è caduta una riga: gli insegnanti italiani si chiede che studino a livello universitario grammatica e linguistica non già per «usare bene» l’italiano (questo lo sanno o non lo sanno fare, come tutti, anche senza essere degli esperti grammatici), ma per «accingersi al compito difficile di addestrare ragazzi a usar bene l’italiano.

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