Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
In tema di diversità linguistico-culturale dall’universo dei media ci arriva un rumore di fondo fatto di vibrazioni contrastanti.
Achille Occhetto è stato colpito scoprendo che i massacri della piazza Tiananmen sono stati affidati a reparti militari che non conoscono il pechinese, che parlano altri tipi di ciò che chiamiamo “cinese” con la sommarietà con cui per tanto tempo si è detto che in Italia sia parla “italiano”. Ma gli storici militari sanno bene che le unità militari italiane venivano fatte a mezzo, di soldati di due dialetti diversi, e mandate in una terza regione del paese, a garantire l’ordine pubblico.
Occhetto, come altri, percepisce dai media che le diversità linguistico-culturali esistono e pesano. Il giornalismo italiano ama accorgersene soprattutto in riferimento all’Est comunista. Ma dall’india alla Turchia, al Sudamerica, ogni tanto parte una radiazione troppo forte per sfuggire: e perfino il giornalista più disattento è costretto a scoprire che, oltre il gergo romanesco-milanese e l’inglese, altre lingue esistono al mondo.
Dall’altra parte, un osservatore lucido e coraggioso come Luigi Pintor scrive nel “Manifesto” un articolo angosciato per dirci che metter piede in televisione significa farsi integrare nella melassa liofilizzata d’uno spettacolo unico. Ed è l’altra vibrazione che ci viene dai media: agenti di una unificazione globale.
Il coraggio di essere in minoranza e diversi, il rispetto solidale per chi sia in tale condizione paiono due buoni strumenti per muoversi dentro le contraddizioni dell’oggi.
IPSE DIXIT
Ci sono quelli che vogliono saltare oltre la propria ombra. Quelli che da vivi si fanno sepolcri e mausolei. Il preside d’una facoltà universitaria del Sud ha fatto scolpire nell’atrio una solenne epigrafe latina a memoria delle sue proprie opere in pro dell’istituzione. Più che in altre epoche ci piace giocare a far da posteri di noi stessi, a qualificarci come qualcuno un giorno ci qualificherà. Così Sebastiano Vassalli ha coniato e cerca di accreditare nel suo gustoso “Neoitaliano” una serie di qualificativi sul modello dei “roaring twenties”; i miracolosi Cinquanta, i favolosi Sessanta, i folli Settanta, i banali Ottanta. Ancor più di Vassalli, è autoironica e beffarda Antonella Boralevi nel cedere a questa nostra dolce mania di autostoricizzazione precoce. Alla serie inauguratasi con gli anni di piombo, altri anni di… si sono aggiunti.
Ora Antonella Boralevi, nel suo “vira la faccia” (Mondadori, 1989), lancia un nome per questi nostri anni italiani: in cui, lei osserva, molti potenti si sentono in obbligo di ridere, di ridere molto, forte e in pubblico, quante più infamità abbiano fatto, quanti più sospetti o procedimenti giudiziari si accumulino su di loro. E lei propone, date le facce che si vedono in giro, “anni di bronzo”. Non male, se si pensa che potrebbe esserci di peggio.
VOCABOLARIO
Elettrolipografo. Due famiglie numerose, i composti con elettro- primo elemento e con -grafo, -grafia, -gramma secondo elemento, si arricchiscono d’un nuovo nato. Una ditta di Parma mette in commercio da qualche mese un impedenzometro che, sfruttando la diversa conduttività delle masse magre e adipose del corpo, misura la quantità di grasso. Nome di battesimo dell’apparecchio è elettrolipografo. La pubblicità rivolta ai «Signori Medici» avverte che il congegno «migliora la compliance» dei pazienti, cioè la loro remissività. Auguri.
USI E ABUSI
Risolmatura. Durante la recente Festa del Brunello, a Montalcino, si è svolta la «cerimonia della risolmatura»: così era scritto nei programmi a stampa e così è stato detto, come attesta Marco Trimani, vinaio ed enologo di chiara fama. Con risolmatura ci si riferisce all’operazione di ricolmare con vino d’annata bottiglie d’antiquariato stappate per verificare con un piccolo assaggio la persistente bontà del contenuto. I maligni dicono: ma non sarà un errore per ricolmatura? Certo della parola non trovo per ora traccia nei vocabolari. Qualcuno può aiutare il Paroliere?
E le scienze uscirono dal ghetto
Vassalli dice che gli anni Ottanta italiani sono «i banali Ottanta». Può darsi. Almeno una cosa non banale, per noi nuova e strana è avvenuta. Le scienze non umane, naturali, esatte, sono uscite dal ghetto in cui giacevano da secoli (dai tempi dell’editto papale che vietava a Roma, con successo solo parziale, i bordelli e le osservazioni astronomiche). Case editrici tradizionalmente umanistiche si sono aperte alle scienze. E così, con supplementi e redattori di livello crescente, i grandi giornali. Ora cominciano ad esserci effetti di ricaduta positiva. Materie tipicamente umanistiche, come lo studio del linguaggio e delle lingue, anche tra noi cominciano ad essere accostate con strumenti e metodi analitici e sperimentali. Una rivista come “Sapere” diretta da Carlo Bernardini (edizioni Dedalo), ce ne dà una prova cospicua: nel suo numero 4 ospita un blocco di contributi (di Lo Piparo, Ardizzone, Lo Faso, Santabrogio, Pennisi e altri) su trattamento e analisi, dal punto di vista logico-matematico e informatico, dei linguaggi storico-naturali.
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