Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Il gran parlare di cocaina, nei giornali e altrove, fa pensare anche a cose di linguaggio. L’unificazione linguistica d’una grande comunità nazionale rischia sempre d’essere vista soltanto nei suoi profili alti e solenni. Buoni lettori Vico (e Machiavelli) sanno che in cose così importanti entra anche «la feccia di Romolo».
Che in Francia il gergo malavitoso sia stato e sia unitario non pone problemi. A stretto contatto con il “langage populaire”, da secoli esso si forma a Parigi e di qui irradia sulla Francia intera.
In Italia, le cose non potevano essere semplici. La mancanza d’un centro nazionale soverchiante ogni altro ha reso lenta e difficile la formazione unitaria tanto d’un sicuro uso colto quanto di un registro basso, popolare e generale.
Tuttavia elementi unificanti nei secoli hanno attraversato e attenuato le disparità dialettali. Ci furono transiti alti, come la recitazione di ottave o il melodramma, e altri meno gentili: bordelli e malavita.
Nel “vocabolario” di questa settimana la parola “zandare” è un piccolo indizio di ciò. Difficile trovare altre prove sicure.
I filologi non sempre hanno sufficienti notizie di questi mondi. Né si può auspicare che ci sia un altro fascismo il quale costringa un grande futuro linguista a cambiare mestiere, a gettarsi nella lotta politica, a finire in carcere per le sue idee e, infine, a scrivere di qui le sue note, come la lettera scritta da Antonio Gramsci appena arrivato a Ustica: un prezioso spaccato della cultura e degli scambi tra i vari “stati” (siculo, napoletano, romano, settentrionale, ecc.) della malavita carceraria. Oggi sospettiamo che l’eroina parli siciliano, la cocaina napoletano. IPSE DIXIT
Moravia di sé disse (“Intervista sullo scrittore scomodo”, a cura di Nello Ajello): «Mi son trovato a dover vivere del lavoro delle mie mani, o del mio cervello. Creavo degli oggetti, che l’editore metteva a frutto».
Questa professionalità in lui passa attraverso un grande attenzione all’uso delle parole, che scarta ogni elemento espressivo vistoso e seleziona quella ammirevole «espressione quotidiana, nitida, che, senza trasfigurazioni soggettive, rende con precisione l’oggetto o il moto del sentimento» (come ha scritto Maria Luisa Altieri Biagi).
Sorprendere Moravia che, nel suo laboratorio, distilla sostanze d’ogni genere, ma si lascia sfuggire due granuli opachi non è comune. In un recente “Diario europeo” (“Corriere della Sera”, 18 settembre), Moravia racconta dell’ultimo romanzo di Saul Bellow, “More Die of Heartbreak” (“Ne muoiono più di crepacuore”, edito da Mondadori). In poche righe, troviamo: «Suo zio è botanista» e «La classe affluente degli Stati Uniti». “Botanista” per “botanico” è un arcaismo desueto (che avrebbe meritato di essere inserito nel Battaglia); qui, è un chiaro anglicismo. Altro anglicismo, rifiutato dai traduttori della famosa “Affluent Society” di John K. Galbraith, e tuttora inconsueto, è “affluente” per “opulento”, che va bene per “società”, meno per “classe”, o “persona”. Che qui Moravia abbia ragione a innovare? VOCABOLARIO
Zandare. «E poi scopri che la cocaina la vende, e zanda gli amici». «Zanda?», chiede la cronista, Maria Giulia Minetti al giovane spacciatore milanese. «Insomma, li frega. La taglia e la fa pagare di più». Il settimanale che ospita questo dialogo offre una scheggia di gergo e il documento di contatti linguistici tra strati diversi, e anche tra regioni. Perché “zandare” i suoi parenti prossimi non li ha a Milano, ma a Napoli: “zannetta” “moneta tosata”, “zannettario” “falsario”, “zanniare” “truffare” e, forse, “Zanzibar”, «Luogo, ritrovo di imbrogli».
USI E ABUSI
Le lame della tenaglia. Così due provvedimenti del ministro dell’Istruzione Pubblica, Galloni, sono stati chiamati da Aldo Visalberghi e Fabio Mussi, in una riunione della Casa della cultura di Roma. Ma le lame non ce l’hanno solo le forbici? Qualcuno ha avanzato dubbi. E ha ricordato che, per le tenaglie, si parla di “ganascia” non di lama. E talvolta, se lo è la ganascia è detta “tagliente”. I lessici paiono confermare questi dubbi. Ci sono lettori “tenaculologi” in grado di dir meglio?
Zavattini stretto in una parola
Reggio Emilia e Luzzara, a ottobre e novembre, ospitano un intreccio di mostre e manifestazioni tutte dedicate a Zavattini. Pittura, letteratura, soggetti, sceneggiature, regie, spettacoli di Zavattini si succederanno tra teatro e cinema di Reggio e la biblioteca di Luzzara che, come si sa, è il paese di Zavattini. Ci saranno, come si suol dire, tutti: Barilli e Cottafavi, Soldati, Afeltra, Bompiani, Pedullà, Gregoretti, Pirro, Lizzani. Le traversate attraverso i linguaggi di Zavattini hanno sempre avuto un centro, il suo paese, Luzzara, nel cui dialetto Zavattini ha scritto “Stricarm’ in d’na parola”, “Stringermi in una parola”, cinquanta poesie tra le più straordinarie nel sontuoso panorama della recente lirica in dialetto.
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