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Quando il gergo unifica la lingua

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 23 ottobre 1988


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Il gran parlare di cocaina, nei giornali e altrove, fa pensare anche a cose di linguaggio. L’unificazione linguistica d’una grande comunità nazionale rischia sempre d’essere vista soltanto nei suoi profili alti e solenni. Buoni lettori Vico (e Machiavelli) sanno che in cose così importanti entra anche «la feccia di Romolo».

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Che in Francia il gergo malavitoso sia stato e sia unitario non pone problemi. A stretto contatto con il langage populaire, da secoli esso si forma a Parigi e di qui irradia sulla Francia intera.

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In Italia, le cose non potevano essere semplici. La mancanza d’un centro nazionale soverchiante ogni altro ha reso lenta e difficile la formazione unitaria tanto d’un sicuro uso colto quanto di un registro basso, popolare e generale.

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Tuttavia elementi unificanti nei secoli hanno attraversato e attenuato le disparità dialettali. Ci furono transiti alti, come la recitazione di ottave o il melodramma, e altri meno gentili: bordelli e malavita.

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Nel vocabolario di questa settimana la parola zandare è un piccolo indizio di ciò. Difficile trovare altre prove sicure.

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I filologi non sempre hanno sufficienti notizie di questi mondi. si può auspicare che ci sia un altro fascismo il quale costringa un grande futuro linguista a cambiare mestiere, a gettarsi nella lotta politica, a finire in carcere per le sue idee e, infine, a scrivere di qui le sue note, come la lettera scritta da Antonio Gramsci appena arrivato a Ustica: un prezioso spaccato della cultura e degli scambi tra i vari stati (siculo, napoletano, romano, settentrionale, ecc.) della malavita carceraria. Oggi sospettiamo che l’eroina parli siciliano, la cocaina napoletano. IPSE DIXIT

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Moravia di disse (Intervista sullo scrittore scomodo, a cura di Nello Ajello): «Mi son trovato a dover vivere del lavoro delle mie mani, o del mio cervello. Creavo degli oggetti, che l’editore metteva a frutto».

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Questa professionalità in lui passa attraverso un grande attenzione all’uso delle parole, che scarta ogni elemento espressivo vistoso e seleziona quella ammirevole «espressione quotidiana, nitida, che, senza trasfigurazioni soggettive, rende con precisione l’oggetto o il moto del sentimento» (come ha scritto Maria Luisa Altieri Biagi).

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Sorprendere Moravia che, nel suo laboratorio, distilla sostanze d’ogni genere, ma si lascia sfuggire due granuli opachi non è comune. In un recente Diario europeo (Corriere della Sera, 18 settembre), Moravia racconta dell’ultimo romanzo di Saul Bellow, More Die of Heartbreak (Ne muoiono più di crepacuore, edito da Mondadori). In poche righe, troviamo: «Suo zio è botanista» e «La classe affluente degli Stati Uniti». Botanista per botanico è un arcaismo desueto (che avrebbe meritato di essere inserito nel Battaglia); qui, è un chiaro anglicismo. Altro anglicismo, rifiutato dai traduttori della famosa Affluent Society di John K. Galbraith, e tuttora inconsueto, è affluente per opulento, che va bene per società, meno per classe, o persona. Che qui Moravia abbia ragione a innovare? VOCABOLARIO

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Zandare. «E poi scopri che la cocaina la vende, e zanda gli amici». «Zanda?», chiede la cronista, Maria Giulia Minetti al giovane spacciatore milanese. «Insomma, li frega. La taglia e la fa pagare di più». Il settimanale che ospita questo dialogo offre una scheggia di gergo e il documento di contatti linguistici tra strati diversi, e anche tra regioni. Perché zandare i suoi parenti prossimi non li ha a Milano, ma a Napoli: zannetta moneta tosata, zannettario falsario, zanniare truffare e, forse, Zanzibar, «Luogo, ritrovo di imbrogli».

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USI E ABUSI

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Le lame della tenaglia. Così due provvedimenti del ministro dell’Istruzione Pubblica, Galloni, sono stati chiamati da Aldo Visalberghi e Fabio Mussi, in una riunione della Casa della cultura di Roma. Ma le lame non ce l’hanno solo le forbici? Qualcuno ha avanzato dubbi. E ha ricordato che, per le tenaglie, si parla di ganascia non di lama. E talvolta, se lo è la ganascia è detta tagliente. I lessici paiono confermare questi dubbi. Ci sono lettori tenaculologi in grado di dir meglio?

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Zavattini stretto in una parola

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Reggio Emilia e Luzzara, a ottobre e novembre, ospitano un intreccio di mostre e manifestazioni tutte dedicate a Zavattini. Pittura, letteratura, soggetti, sceneggiature, regie, spettacoli di Zavattini si succederanno tra teatro e cinema di Reggio e la biblioteca di Luzzara che, come si sa, è il paese di Zavattini. Ci saranno, come si suol dire, tutti: Barilli e Cottafavi, Soldati, Afeltra, Bompiani, Pedullà, Gregoretti, Pirro, Lizzani. Le traversate attraverso i linguaggi di Zavattini hanno sempre avuto un centro, il suo paese, Luzzara, nel cui dialetto Zavattini ha scritto Stricarm in d’na parola, Stringermi in una parola, cinquanta poesie tra le più straordinarie nel sontuoso panorama della recente lirica in dialetto.


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