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Patrie lettere troppo italiane

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 23 luglio 1989


[1]
In tempi non sospetti, in questa colonnina avevamo parlato di afganismo.
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Col termine gli americani bollano nel loro giornalismo il malvezzo di preoccuparsi assai di quel che avviene tra gli afgani e pochino pochino delle stesse cose, se avvengono alla porta di casa.
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Di etnie strane la nostra stampa parla solo in funzione di rudimentale anticomunismo, per afganismo.
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Per la pluralità etnicolinguistica del mondo c’è poco reale interesse.
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In ciò si riflette una più generale sordità della nostra cultura intellettuale, dominata da professori di letteratura italiana poco esperti di lingue e culture diverse da quella nostra ufficiale e da storici che hanno assai poco in simpatia sia il tema della nazionalità (come ha rilevato Silvio Lanaro) sia le incursioni nelle storie politico-sociali di altri paesi.
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Se si aggiunge che discipline come l’etnologia, l’antropologia e la linguistica sono non robuste nell’accademia, si ottiene il quadro d’una tradizione culturale in cui l’autocontemplazione fa largamente premio sulla curiosità, l’interesse, lo studio per altre culture e paesi.
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Nessuno stupore quindi se nelle patrie lettere l’ambiente è dominantemente italiano, se, con assai poche eccezioni (Calvino, Tabucchi), di terre altre e lontane non c’è traccia, Salgari o Fiammiferino a parte.
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Non fosse altro che per quest’aspetto, per avere tessuto una storia intrecciante diverse vite e culture nel dirompente mondo mediorientale, meritano attenzione e onore le pagine di Pietro Buttitta, Terra di nessuno (Scheiwiller, Milano 1989).
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IPSE DIXIT
[10]
Si è tenuto a Barcellona un congresso sulla diversità delle culture.
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Jorge Amado vi ha parlato del suo rapporto profondo con la gente e le tradizioni religiose di Bahia, in mezzo a cui vive, di cui sente il valore, pur professandosi ateo e materialista.
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E ha detto: «Quel che lo scrittore sa, l’apprende nella sua vita con il popolo».
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Questa sua consapevolezza è, secondo lo stesso Amado, «una scelta politica».
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È anche un commentatore del convegno ha voluto ricordare che, in effetti, Amado è stato un attivo militante comunista.
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Ma davvero è necessario essere comunisti per capire che nessuno scrittore di qualità vive separato dalla sua tradizione, dalla memoria della sua gente?
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Non era comunista Croce che più volte ha scritto mirabilmente della continuità e coralità della grande poesia.
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E non era comunista Goethe che in una conversazione disse: «Le mie opere sono nutrite da migliaia di individui diversi. Ho raccolto messi che altri hanno seminato. La mia è l’opera d’un essere collettivo che porta il nome di Goethe».
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Sempre ogni opera significativa ripiglia da altre il suo canto.
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E dell’isolamento in cui il creatore può pure vivere in mezzo ai contemporanei deve dirsi che, come per Pessoa, è «una affollata solitudine».
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Le scelte politiche, se intelligenti e civili, valorizzano, ma non pongono in essere questa realtà.
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VOCABOLARIO
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Risolmatura.
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L’appello lanciato con l’aiuto di Marco Trimani (25 giugno 1989) ha avuto una risposta.
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Scrive da Acireale il professor Francesco Pavone: «La risolmatura è la ricolmatura che rimpiazza la piccola quantità di vino, venuta a mancare a seguito del piccolo assaggio, mediante uno strato di vino d’annata che assume lo spessore e la forma della suola la quale, nella scarpa, sostituisce la consumata mediante la risolatura».
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Abbiamo dunque ancora una volta un parola porte-manteau.
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Tuttavia, l’asse Montalcino-Acireale è ancora un po’ esile per scuotere la pigrizia (e cautela) dei nostri lessicografi: c’è qualche altro lettore che usa la nostra parola?
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Può darcene notizia?
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USI E ABUSI
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Cartellinare.
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Claudio Cuba, da Peseggia di Scorzé, segnala che Repubblica (del 22 giugno) dice che «il Brunico ha cartellinato Glazczov».
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Il lettore ha le sue ragioni nel segnalarci come nuova la parola: nemmeno dizionarioni poderosi la registrano nel senso nuovo.
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Ma uno : l’ottima undicesima edizione dello Zingarelli.
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Non è proprio il caso di indignarsi
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Scrive Nico Valerio di Roma: «Seguo la rubrica. Confesso che vi cerco ogni volta una improbabile (conoscendo qualche suo scritto) condanna di questo o quel neologismo pernicioso o pubblicitario. Ma invano. Eppure, come autore di manuali Mondadori, faccio di tutto per sfrondare il mio discorso (tranne un mondano vacanziere sfuggito alla mia censura) dei termini effimeri creati da questo o quel pubblicitario. Faccio bene o no? So già quale sarà la sua risposta, forse troppo scanzonata e ottimista. E allora offrirò al crudele Moloch un ultimo boccone pregiato. La vittima è questa volta il Tour Operator Intersaga, che dalla pubblicità si fa paladino di un nuovo modo di vacanzare. , lo so, perché il verbo vacanzare dovrebbe essere più scandaloso del sostantivo vacanziere? Ha ragione: non posso scagliare la prima pietra. Però mi dichiaro un pentito del neologismo giornalistico-pubblicitario. Ho messo la testa a posto. E anche Lei, scusi, che bisogno aveva di intitolare Il Paroliere la rubrica?».
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Ecco le risposte: 1) Il nome della rubrica, che è quello d’un giochino per bambini, è stato scelto (non da me) per dire che ci si occupava qui di parole con qualche levità; 2) Fa bene nei manuali a esprimersi evitando parole troppo nuove o fuor del comune; altra cosa, ovviamente, se scrivesse memorie nelle Kantstudien o in Lancet: ma qui, dove potrebbe farlo, imparerebbe anche lo scrupolo di usare parole nuove solo secondo necessità.

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