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Arbasino ricordati di Gadda

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 22 ottobre 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page205
Column1-4


[1]
Razzismo, rivolte di nazionalità succubi, tentativi di violenta repressione, esasperazioni nazionalistiche continuano ad essere drammaticamente presenti nella realtà contemporanea.
[2]
In una nota di questa pagina (1. Ottobre), discutendo le idee di Pietro Barcellona e Beniamino Placido, erano state esposte alcune ragioni che spingono popoli e comunità verso la compattezza e la chiusura, nei costumi, nel linguaggio; e i rischi che ciò può comportare, quando non sia bilanciato dallo spirito della tolleranza, da quella che fu chiamata force de intercourse e che lega i gruppi umani tra loro.
[3]
In questo equilibrio, aggiungeva la nota, gli Stati nazionali monolingui (o aspiranti a esser tali) dell’Europa moderna hanno introdotto «elementi di rigidità devastanti».
[4]
L’affermazione non è piaciuta ad Alberto Arbasino (la Repubblica, 2 ottobre).
[5]
Non gli è piaciuta sotto l’aspetto lessicale e stilistico: ciò che è rigido, secondo lo scrittore, non devasta, ma ha sempre benefici effetti.
[6]
Rigido è bello.
[7]
Non gli è piaciuta sotto l’aspetto storico e letterario.
[8]
I grandi scrittori sarebbero stati tutti monolingui, non interessati alle tradizioni linguistiche diverse dalla loro.
[9]
Purtroppo Arbasino consegna i suoi pensieri a periodi profluviali, traboccanti di sinonimi e incisi.
[10]
La limpidezza non è tra le sue più evidenti virtù.
[11]
Se però la sua opinione è proprio quella che ho detto, bisogna dire che è completamente infondata.
[12]
Da Plauto a Gadda, è vero piuttosto il contrario.
[13]
IPSE DIXIT
[14]
Una buona conversazione si svolge soltanto nel rispetto di un complesso di regole sottili, che in anni recenti acuti teorici hanno cercato di rendere esplicite e ordinate.
[15]
Bisogna che gli interlocutori abbiano molte cose in comune, a cominciare da un nucleo di parole e di norme di stile, perché possano riconoscersi nella mutua diversità, rispettarsi e, agendo con frasi, adattarsi reciprocamente, accettare di modificarsi e coinvolgersi nello sviluppo di uno stesso tema.
[16]
Ha osservato di recente Angelo Guglielmi, rispondendo a Claudio Altarocca: «La cultura italiana manca della dimensione problematico-discorsiva: il suo lievito non è il dubbio, e dunque la riflessione, ma la certezza dei principî, l’apoditticità».
[17]
Buone conversazioni si sono svolte nei nostri grandi dialetti, in piemontese o napoletano, in veneziano o milanese.
[18]
Ma fino ad anni vicini ci è mancato un uso corrente della lingua comune.
[19]
Chi la parlava, nelle e per le occasioni in cui la parlava, ci ha improntato a modelli diversi: il pontificare ex cathedra, il perorare avvocatesco, le invettive alte o plebee.
[20]
Tutti divergenti dallo stile di una buona conversazione.
[21]
Oggi pare che le cose vadano cambiando.
[22]
Qualche buon presupposto c’è perché si diffonda anche tra noi, come in altre civiltà europee, il gusto del discutere senza rissare, il piacere del conversare.
[23]
VOCABOLARIO
[24]
Prebiotico.
[25]
La Terra, se i calcoli sono giusti, ha avuto origine 4,6 miliardi di anni fa.
[26]
I primi microfossili di organismi capaci di respirazione risalgono a 1,4 miliardi di anni fa.
[27]
Prima, si distende una lunga catena di eventi già evoluti, che hanno preceduto e consentito la vita sul nostro Pianeta: dall’apparizione delle più antiche formazioni con tracce di alghe unicellulari, 3,5 miliardi d’anni fa, in poi.
[28]
Per qualificare l’era, l’ambiente, gli eventi di questa lunga marcia verso la vita è entrato in uso l’aggettivo prebiotico, ancora ignoto ai nostri vocabolari.
[29]
USI E ABUSI
[30]
Punteggiatura.
[31]
Già una volta fu promesso che qui ci si sarebbe occupati anche di punteggiatura.
[32]
Argomento difficile: oscillano alcune norme oggettive, ed è il meno; per troppi abusi è lecito sospettare sbagli di stampa, specie in quotidiani, ma anche in libri illustri (la punteggiatura tormentò le bozze di Manzoni, con qualche esito infelice); infine, scrivendone si rischiano sbagli di stampa.
[33]
Non arriviamo al culmine dell’esperienza
[34]
Neil Postman, professore di Ecologia dei media nella New York University, ha raccolto un anno fa i suoi saggi recenti, prontamente tradotti dall’editore Armando con il titolo Provocazioni. Obiezioni di coscienza in tema di linguaggio, tecnologia, educazione.
[35]
Riprendendo le idee esposte da George Orwell nel breve saggio Politica e lingua inglese, Postman è un critico acuto della prolissità e vuotaggine linguistica, della pomposità e della rozzezza.
[36]
Spesso la critica assume la forma della proposta ironica.
[37]
Così nel breve scritto Megatoni per antromega si propone la costruzione di un vocabolario eufemistico che permetta di parlare di guerra nucleare senza suscitare allarmi: basta dire visita aerea per attacco nucleare, antromega per un milione di persone, culmine dell’esperienza per morte da armi nucleari, non culminanti per sopravvissuti ecc.
[38]
La proposta è accompagnata dalla costruzione d’un discorso rassicurante sugli esiti di una guerra nucleare.
[39]
Ecco la conclusione: «I non culminanti potranno restare nella loro residenza protettiva finché ogni pericolo di termalicidio non sia passato».

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