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Arbasino ricordati di Gadda

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 22 ottobre 1989


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Razzismo, rivolte di nazionalità succubi, tentativi di violenta repressione, esasperazioni nazionalistiche continuano ad essere drammaticamente presenti nella realtà contemporanea. In una nota di questa pagina (1. Ottobre), discutendo le idee di Pietro Barcellona e Beniamino Placido, erano state esposte alcune ragioni che spingono popoli e comunità verso la compattezza e la chiusura, nei costumi, nel linguaggio; e i rischi che ciò può comportare, quando non sia bilanciato dallo spirito della tolleranza, da quella che fu chiamata force de intercourse e che lega i gruppi umani tra loro. In questo equilibrio, aggiungeva la nota, gli Stati nazionali monolingui (o aspiranti a esser tali) dell’Europa moderna hanno introdotto «elementi di rigidità devastanti».

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L’affermazione non è piaciuta ad Alberto Arbasino (la Repubblica, 2 ottobre). Non gli è piaciuta sotto l’aspetto lessicale e stilistico: ciò che è rigido, secondo lo scrittore, non devasta, ma ha sempre benefici effetti. Rigido è bello.

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Non gli è piaciuta sotto l’aspetto storico e letterario. I grandi scrittori sarebbero stati tutti monolingui, non interessati alle tradizioni linguistiche diverse dalla loro. Purtroppo Arbasino consegna i suoi pensieri a periodi profluviali, traboccanti di sinonimi e incisi. La limpidezza non è tra le sue più evidenti virtù. Se però la sua opinione è proprio quella che ho detto, bisogna dire che è completamente infondata. Da Plauto a Gadda, è vero piuttosto il contrario.

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IPSE DIXIT

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Una buona conversazione si svolge soltanto nel rispetto di un complesso di regole sottili, che in anni recenti acuti teorici hanno cercato di rendere esplicite e ordinate. Bisogna che gli interlocutori abbiano molte cose in comune, a cominciare da un nucleo di parole e di norme di stile, perché possano riconoscersi nella mutua diversità, rispettarsi e, agendo con frasi, adattarsi reciprocamente, accettare di modificarsi e coinvolgersi nello sviluppo di uno stesso tema. Ha osservato di recente Angelo Guglielmi, rispondendo a Claudio Altarocca: «La cultura italiana manca della dimensione problematico-discorsiva: il suo lievito non è il dubbio, e dunque la riflessione, ma la certezza dei principî, l’apoditticità».

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Buone conversazioni si sono svolte nei nostri grandi dialetti, in piemontese o napoletano, in veneziano o milanese. Ma fino ad anni vicini ci è mancato un uso corrente della lingua comune. Chi la parlava, nelle e per le occasioni in cui la parlava, ci ha improntato a modelli diversi: il pontificare ex cathedra, il perorare avvocatesco, le invettive alte o plebee. Tutti divergenti dallo stile di una buona conversazione.

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Oggi pare che le cose vadano cambiando. Qualche buon presupposto c’è perché si diffonda anche tra noi, come in altre civiltà europee, il gusto del discutere senza rissare, il piacere del conversare.

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VOCABOLARIO

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Prebiotico. La Terra, se i calcoli sono giusti, ha avuto origine 4,6 miliardi di anni fa. I primi microfossili di organismi capaci di respirazione risalgono a 1,4 miliardi di anni fa. Prima, si distende una lunga catena di eventi già evoluti, che hanno preceduto e consentito la vita sul nostro Pianeta: dall’apparizione delle più antiche formazioni con tracce di alghe unicellulari, 3,5 miliardi d’anni fa, in poi. Per qualificare l’era, l’ambiente, gli eventi di questa lunga marcia verso la vita è entrato in uso l’aggettivo prebiotico, ancora ignoto ai nostri vocabolari.

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USI E ABUSI

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Punteggiatura. Già una volta fu promesso che qui ci si sarebbe occupati anche di punteggiatura. Argomento difficile: oscillano alcune norme oggettive, ed è il meno; per troppi abusi è lecito sospettare sbagli di stampa, specie in quotidiani, ma anche in libri illustri (la punteggiatura tormentò le bozze di Manzoni, con qualche esito infelice); infine, scrivendone si rischiano sbagli di stampa.

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Non arriviamo al culmine dell’esperienza

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Neil Postman, professore di Ecologia dei media nella New York University, ha raccolto un anno fa i suoi saggi recenti, prontamente tradotti dall’editore Armando con il titolo Provocazioni. Obiezioni di coscienza in tema di linguaggio, tecnologia, educazione.

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Riprendendo le idee esposte da George Orwell nel breve saggio Politica e lingua inglese, Postman è un critico acuto della prolissità e vuotaggine linguistica, della pomposità e della rozzezza. Spesso la critica assume la forma della proposta ironica. Così nel breve scritto Megatoni per antromega si propone la costruzione di un vocabolario eufemistico che permetta di parlare di guerra nucleare senza suscitare allarmi: basta dire visita aerea per attacco nucleare, antromega per un milione di persone, culmine dell’esperienza per morte da armi nucleari, non culminanti per sopravvissuti ecc. La proposta è accompagnata dalla costruzione d’un discorso rassicurante sugli esiti di una guerra nucleare. Ecco la conclusione: «I non culminanti potranno restare nella loro residenza protettiva finché ogni pericolo di termalicidio non sia passato».


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