Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Nell’utile “Scrivere bene e farsi capire” (“Il paroliere”, 15 gennaio), Sergio Lepri aveva appena finito di protestare alla voca “gate”, contro l’abuso di questo suffisso. Invano. È noto, e si è subito diffuso nella stampa straniera, l’ “Irpiniagate”, l’ultimo (per ora) della serie inaugurata non (come si dice) nel 1972, quando scoppiò lo scandalo dell’Hotel Watergate che portò alle dimissioni Nixon (1974), ma negli anni Ottanta, quando dal nome dell’albergo, si è estratto il suffissoide “-gate” per contrassegnare i molti scandali dell’amministrazione Reagan: “Irangate”, anzitutto, e poi “Lybiangate”, “contrasgate” e, infine, “Reagangate”.
Il suffisso non vuol dire solo “scandalo” ma «scandalo coinvolgente un capo di governo e implicate, prima, durante o dopo, il ricorso abusivo a servizi segreti». Al posto di due righe, due sillabe.
Ancor più vasta la fortuna di “-strojka”, estratto (o, meglio, riestratto) da “perestrojka”, ricostruzione, riordinamento”, con il valore di «rivolgimento profondo collegato a cose sovietiche e/o comuniste». Negli ultimi mesi, “Le Monde£ ha parlato ironicamente di “turistrojka” (per la nuova politica economica-turistica di Castro), “L’Europeo” e “L’Espresso” di “catrojka”, “Il Giornale” di “Andrestojka”. Con sensibili antenne Guido Ceronetti ha suggerito (“La Stampa”, 16 dicembre) come regalo di Natale «cofanetti in “plexiglasnost” di confettura di pere Strojka».
Audrey Lavin, professoressa di inglese in Spagna, suggerisce di non mitizzare troppo l’ “Euro-English” (l’infiltrazione dell’americano in lingue europee) e di tener conto che l’americano sta assorbendo parole e suffissi (per esempio “-eria” in “ticketeria”) da lingue europee. Giustamente. È in atto una vera “glottostrojka”.
IPSE DIXIT
Se il titolo della rubrica stavolta è particolarmente incongruo la colpa è loro, di Fruttero e Lucentini, per i quali la grammatica esigerebbe il plurale. E, d’altra parte, la qualità dei loro interventi va, se possibile, crescendo e i due contendono a Lietta Tornabuoni il posto di “primo pezzo che si va a leggere” nella “Stampa”.
Autori del più chiaro e divertente commento di sgonfiamento della bufala giornalistica estiva sul terribile gas radon nelle basi militari americane (ma anche a casa vostra, se la tenete ben chiusa a lungo, e abitate ai primi piani), la fama dei due scrittori deve avere varcato i confini d’Italia. Un loro intervento (“La Stampa” del 30 novembre) era dedicato all’uso e abuso di male parole negli scambi tra i politici italiani. Detto fatto: in giro per l’Europa è cominciata una rincorsa imitativa. Michel Rocard, avendo accusato di stalinismo i comunisti francesi, si è sentito definire «imbécil». E fin qui poco male. Pochi giorni dopo, il 28 dicembre, il leader della “Izquierda Unida” andalusa ha convocato una conferenza stampa per lamentare che nei dibattiti assembleari il presidente della Giunta per ben due volte gli aveva detto: «Me cago en tu puta madre». Il presidente si è difeso dicendo ai giornalisti che si trattava solo di una «expresion coloquial para contestar».
VOCABOLARIO
Elice valgo. Assente in grandi dizionari e nel dizionario medico specialistico del Dorland, troviamo l’espressione in “Domus medica”: «Uno dei problemi estetici più frequenti è l’orecchio a sventola o elice valgo». Apprendiamo che, nel giugno prossimo, i medici potranno imparare a Bologna «le metodiche di correzione definitiva». Un raggio di speranza per chi, dotato di alice valgo, se ne dolga. “Valgo” vuol dire fuori asse, ed “élice” è il pezzetto che, se è valgo, fa sporgere l’intero orecchio.
USI E ABUSI
«Le polemiche infuocarono». Così scrive Dino Vaiano nel “Corriere della Sera” del 3 gennaio, a proposito delle polemiche scatenate dall’annuncio che l’Italia aveva tolto alla Gran Bretagna il quinto posto nella graduatoria delle grandi potenze economiche. È giusto l’uso intransitivo di “infuocare” senza la particella pronominale riflessiva (“si”, in questo caso “mi”, “ti”, ecc. in altri)? Diciamo che non ha sicuri esempi nei vocabolari. Ma un’oscillazione del genere non è impossibile in italiano. forse Vaiano ha per sé il futuro. Per chi ami il sicuro, meglio è che le cose “si infuochino”.
Intrigante come Umberto Eco
Francesca Sini, da Viareggio, scrive osservando che Eco usa nella “Bustina” “intrigare” e “intrigante” con il senso dell’inglese “to intrigue”, “intriguing”, cioè “turbare”, “incuriosire”, “affascinare”. «A me sembra che in italiano “intrigare” significhi solo “tramare”, e che l’intrigante sia un arrivista. Lei cosa ne pensa?».
Da buoni dizionari (Zingarelli, Garzanti) si vede che il senso “incuriosire, turbare, affascianre” è ammesso in italiano. e a ragione: dal grande dizionario del Battaglia risultano esempi antichi, uno, addirittura, duecentesco.
La presentazione etimologica (e semantica) nei vocabolari italiani (Garzanti compreso) è mediocre. Bisogna ricorrere ai vocabolari francesi, inglesi e latini, per districarsi da un intrico intrigante. Si scopre allora che in francese “intriguer”, coi suoi sensi “avviluppare” e “turbare”, è un italianismo, e “to intrigue” è un franco-italianismo. Ciò non esclude che nell’uso italiano, da Muratori, a Capuana, a Eco, abbia pesato anche l’analogo uso franco-inglese.
AGENDA
Al Centro Ettore Majorana di Erice, diretto da Antonino Zichichi, dal 17 al 22 settembre 1989, inviando 500 dollari entro il 30 aprile, sarà possibile frequentare un corso su “Writing and Reading: Models and Applications in Modren Europe (16-18th Centuries)”. Director of the Course, Armando Petrucci, (Facoltà di lettere, Università La sapienza, piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma). Alla fine del corso, “round table”: chairman Alberto Asor Rosa.
La casa editrice Rosemberg e Sellier (via Andrea Doria 14, 10123 Torino) pubblicherà dal prossimo autunno una “Rivista linguistica” semestrale, quattrocento pagine annue, diretta da Pier Marco Bertinetto, professore alla Normale di Pisa.
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