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Una lingua non può avere padroni

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 19 febbraio 1989


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Con insistenza, da molti lettori, è stata proposta una questione dalle molte facce. C’è un padrone della lingua? È possibile essere proprietari d’una parola?

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Si sa che ogni tanto qualcuno (il Mussolini, o l’imperatore Tiberio, o Pompidou) ci prova a dire che, per legge, si deve dire cosa e non così. C’è chi invoca leggi del genere, e chi le teme.

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Potremmo metterci al riparo di citazioni autorevoli per dire: niente paura, «dormite securi, cives», l’uso dei parlanti è più forte d’ogni Tiberio. Ma si potrebbe (e, forse, si dovrebbe) obiettare: se l’uso è tanto forte, non potrebbe accettare di definirsi con una legge dello Stato una volta per tutte? Anzi, la legge non potrebbe farla l’Onu, con il possente consenso di tutti gli usi, così avremmo un’unica eterna lingua planetaria? Ma c’è qualche motivo per risponder di no a queste domande.

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II parlare umano sorge certamente entro vincoli di natura biologica e genetica. Ma, anche dando per buoni tali vincoli, resta agli esseri umani un enorme spazio di libertà entro cui costruire lingue diverse. Questo spazio serve a rispondere a due divergenti e profondi bisogni della specie. Il primo è quello di dirci le cose col minimo di fatica, di capirci a fischi, coi fischi che sappiamo noi e i nostri. Questo porta le lingue a esser diverse tra loro e ciascuna, però compatta nel suo uso. E c’è l’altro bisogno, di trovare forme nuove per dirci di esperienze nuove. Questo porta le lingue a scambiarsi parole e forme, e a diversificarsi ciascuna al suo interno.

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Il delicato equilibrio tra questi due bisogni di necessità si ritrova di continuo. Esso solo comanda. A tutti, anche all’uso.

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IPSEDIXIT

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Susanna Agnelli è apparsa in tv ancora una volta. In una puntata di Mixer (29 gennaio) le è stato chiesto che mai pensi della malinconia. Come gli altri intervistati, anche lei ha omesso di rammentare Pindemonte. E ha detto che la malinconia è la memoria «delle cose che potevano essere e non sono state». Il peggio che possa dirsi è che, sfogliando il Fumagalli, il Dalliac-Harbottie o altro dizionario di citazioni, si poteva trovare di meglio. Per il resto, la signora Agnelli ha parlato, come le è consueto, senza arroganza, con semplicità.

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Invece, secondo il giornalista Franco Monaco, direttore responsabile dell’agenzia Documenti Italia, la signora Agnelli avrebbe l’abitudine di cadere in «plateali strafalcioni (...) inseriti in un periodare maccheronico e sconnesso». E condividerebbe con Giulio Andreotti questa prava inclinazione alla devastazione del patrimonio linguistico nazionale. Perché nessuno lo dice? Perché, secondo il Monaco, la Fiat «impone un comportamento reverenziale» a: Marchi, Tim- pone (uno «dei linguisti di maggior fama»), Beccaria, Pittano, Simone, Bolelli, Porzio, Bo, Costantini, Montanelli, Biagi e Pansa. In questa rubrichina è accaduto di prendere in giro Vittorio Ghioella (quando era potente, posto che ora non lo sia più) e lo stesso Gianni Agnelli. Nessun killer ha minacciato nessuno per questo. Il nostro Franco Monaco non pensa di esagerare?

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VOCABOLARIO

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Telestrojka. Alle molte parole che utilizzano -strojka come suffisso (Il Paroliere, 22 gennaio 1989), Pasquale Locantore, con una cortese lettera, propone d’aggiungere telestrojka, «rivolgimento causato dalla diffusione della televisione». La parola è usata, tra l’altro, in un libro in stampa, oltre che dallo stesso Locantore, anche da Giovanni Gozzer, noto pedagogista. Così il vocabolario ceduo, il vocabolario di parole occasionali in gran parte di breve vita, si arricchisce di un altro esemplare.

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USI E ABUSI

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Complementarletà. Continua la marcia di -arietà a spese di -arità (Il Paroliere, 4 e 25 dicembre 1988). Questa volta è (o sarebbe) Anna Maria Carloni, nel resoconto datone da Nadia Tarantini (L’Unità, 29 gennaio), l’autrice di un complementarietà che scaccia l’attesa forma complementarità (normale, per ora, derivato di complementare"). Secondo Carloni, la complementarietà spegne la conflittualità forte entro il partito comunista. Le donne in genere, e le donne comuniste anche, hanno ragioni conflittuali da vendere: perché confligere anche con le norme di derivazione dei sostantivi?

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Se lo straniero impara l’italiano

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Ha scritto con tutta la sua autorità Antonio Golini: «Per gli anni a venire tutta la tematica delle migrazioni internazionali deve essere considerata da parte dei policy-makers, sia nei paesi in via di sviluppo, sia nei paesi a sviluppo avanzato, ad altissima priorità tanto complessa e tanto importante è la sfida che esse pongono all’intera comunità internazionale».

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In Italia, dalla metà degli anni Settanta è continuo il flusso di immigrati. Gruppi di linguisti italiani da tempo studiano il fenomeno, che porta con problemi linguistici, oltre che educativi, culturali, sociali (II Paroliere 16 e 30 ottobre, 27 novembre). Ora, una messe preziosa di dati di base è raccolta nel n. 91-92 di Studi emigrazione, la rivista del Centro studi emigrazione degli scalabriniani (via Dandolo 58, 00153 Roma), che pubblica gli atti del convegno di Roma del 1987 su La presenza straniera in Italia’, con relazioni di Golini, Birindelli. Federici e molti altri.

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AGENDA

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Rocco Chirieleison scrive da Messina per chiedere se è possibile brevettare una parola nuova da lui inventata. Ciò è possibile soltanto per i marchionimi, nomi propri di prodotti protetti da registrazione. Per le parole comuni è difficile pensare a un copyright; ma abbiamo specialisti ai diritto linguistico, come Sergio Raffaelli, che, forse, vorranno dire di più.

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Franco Ferrarotti scrive dicendosi d’accordo nel ritenere che Croce non usava logistica con connotazione al disprezzo per la logica matematica (Il paroliere, 25 dicembre). Usava però con disprezzo, a proposito delle ricerche scientifiche, la parola ipotetismo. Vero?


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