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Quando l’università diventa corporazione

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 18 giugno 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page190
Column1-4


[1]
Un gruppo di studiosi di vario orientamento e notevole valore ha diffuso un appello per costituire un’associazione a tutela dello sviluppo delle nostre istituzioni universitarie e di ricerca (ne parliamo, scherzosamente, ma non troppo, in altra parte della pagina).
[2]
Nell’appello c’è una domanda: come mai dopo il decreto 382 del 1980 nessuno più ha discusso questioni di fondo dell’assetto dei nostri studi superiori?
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Eppure, si osserva nell’appello, il 382 rinviava a leggi di riorganizzazione complessiva degli studi: nessuno (per la verità: quasi nessuno) le ha chieste e ne ha discusso.
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Naturalmente, una parte della disattenzione generale per gli studi superiori andrà ricondotta alle colpe del destino cinico e baro e alla comune incuria nazionale per le istituzioni formative e di cultura (musei, biblioteche, scuola).
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Ma una parte dipende anche dal blocco di fatto del reclutamento di forze giovani che il 382 ha favorito, consentendo l’arruolamento d’ogni transitante nell’università durante gli anni Settanta, e soprattutto dipende dall’assetto microcorporativo e aleatorio dei meccanismi di selezione dell’accesso agli insegnamenti: entrambe le condizioni hanno reso inutile anzi pericoloso, agli occhi di molti, sollevare questioni di portata generale.
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Meglio non rompere le scatole alla microcorporazione, tenersi buoni tutti.
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Ecco perché è rischioso mettere in discussione, come altri aspetti di portata generale, così livelli e modi della formazione in materia linguistica nelle nostre università.
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Ma le sollecitazioni sono tante che, sprezzando il pericolo, affronteremo qui questo rischio.
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IPSE DIXIT
[10]
Lo sviluppo delle scienze cognitive non è ancora riuscito a intaccare la comune idea della mente o, più banalmente, del cervello umano.
[11]
Ci si pensa come se si trattasse d’una scatola di spazio limitato in cui, se entra qualcosa, qualcos’altro deve uscirne.
[12]
E si sottovalutano le possibilità d’espansione dell’intelligenza della specie umana.
[13]
Non è passato molto tempo da quando riviste anche snob pubblicavano articoli sulla morte della civiltà della parola e della scrittura, a causa del sopravvenire della malvagia e semplificante civiltà dell’immagine e della comunicazione automatica, informatizzata.
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Ogni nuova tecnica è stata salutata da lai per la morte delle antiche: invece la stampa ha rafforzato le potenzialità della scrittura, questa quella del parlare, e il linguaggio verbale (come spiega bene Emilio Garroni) ha esaltato e fonda le potenzialità della comunicazione non verbale.
[15]
Come attesta Henri Labot, biologo e medico, l’avvento delle nuove tecniche di comunicazione a distanza, per immagini e per via automatizzata, ha tutt’altro che cancellato le tecniche antiche.
[16]
Anzi: «A giudicare dal numero di manoscritti che ricevo ogni settimana, i nostri contemporanei trovano nella scrittura un mezzo per agire, un modo per fare qualcosa che, secondo loro, è in grado di influenzare gli altri» (Dio non gioca a dadi, Eleuthera, Milano, 1989).
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VOCABOLARIO
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Epr.
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Sigla di incerta lettura, epir, epierre e, secondo alcuni, anche, come in un singulto, epr.
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La si può leggere in documenti delle OO.
[21]
SS.
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(nome d’arte dei sindacati) e, ora, anche in un appello giustamente preoccupato per l’avvenire delle università e della ricerca in Italia.
[23]
Tra le molte chiare proposte dell’appello c’è anche quella, che a taluni può risultar non perspicua, di potenziare gli Epr.
[24]
Si tratta degli enti pubblici di ricerca.
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Chiarito questo dubbio, l’appello, per il resto sennato, può ben essere sottoscritto.
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USI E ABUSI
[27]
Questo.
[28]
Un grido di dolore di Francesco Roccaforte, di Roma.
[29]
Lo rilanciamo: «Ho ascoltato tutta la sera questi intellettuali che polemizzavano su questa moda di questi salotti di queste donne in carriera. Ma anche su queste televisioni che parlano parlano e poi fanno questa pubblicità su queste feste. Quale voto nasconde il malvezzo di abusare del pronome questo?».
[30]
Lo stesso vuoto che, trent’anni fa, fece dilagare certo come incerto epiteto.
[31]
Per fortuna, certi abusi non hanno vita lunga, e torna il tempo degli usi appropriati.
[32]
Difendiamo il diritto alla lingua
[33]
Un signore anonimo scrive una lettera ingiuriosa per una noticina apparsa qui il 19 marzo scorso.
[34]
Si osservava che l’onorevole Pazzaglia ha proposto poco tempo fa una legge che regola la forma degli atti pubblici, relativi a cittadini italiani nati nei territori un tempo italiani ora iugoslavi, e che questa legge è stata approvata all’unanimità e in tempi assai rapidi, «mentre», si aggiungeva nel testo, «continuano a languire le norme di legge sulle minoranze».
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Questa frase, secondo l’anonimo, rivela «pregiudizi politici».
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In realtà, implicava solo alcune inquiete domande.
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Se tanta giusta sollecitudine ha il Parlamento per i nostri cittadini nati in terre oggi Iugoslave, perché non ne ha punto per i cittadini nati in terra italiana e d’altra lingua?
[38]
Perché il nostro Stato, pur aderendo a organismi internazionali che tutelano, tra gli altri, i diritti linguistici, non fa niente in materia, se non occasionalmente e parzialmente?
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C’è di più: alle centinaia e centinaia di migliaia di cittadini italiani d’altra lingua, si sommano oggi altrettanti lavoratori stranieri.
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Ma con che faccia entriamo in Europa senza leggi a favore e tutela di questi, del loro diritto e di apprendere l’italiano e di parlare le loro lingue?
[41]
È un pregiudizio politico o, piuttosto, civile chiedere a tutte le forze politiche di onorare due articoli della nostra Costituzione e imitare gli altri Stati della Cee, la Svezia, gli Usa, l’Australia?

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