Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
In queste settimane appaiono contemporaneamente due opere culturalmente, civilmente di base. Presso la Utet, la monumentale “Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria. Suoni, forme, costrutti” di Luca Serianni, storico della lingua alla Sapienza di Roma, e di Alberto Castelvecchi, restituisce in forma sistematica e critica l’immenso patrimonio di materiali offerto dal “Grande dizionario della lingua italiana” di Salvatore Battaglia e Giorgio Bàrberi Squarotti, altra opera civile della casa editrice torinese.
Con il consueto, generoso coraggio editoriale, Il Mulino si è fatto carico di una “Grande grammatica italiana di consultazione”, il cui primo volume tratta “La frase. I sintagmi nominale e preposizionale”, a cura di Lorenzo Renzi, filologo romanzo di Padova, che con un lavoro tenace e intelligente di anni ha tenuto insieme un variegato gruppo di giovani studiosi, di prevalente orientamento chomskiano e di grande sensibilità e intelligenza.
Si impongono almeno due considerazioni. Di fronte alla fame di informazione linguistica del grande pubblico, altri editori preferiscono la via delle melensaggini passatiste che non meritano la seria qualifica di opere divulgative. Alcuni fanno cassetta là per là, ma, anche a loro, che gli resta dopo un anno?
Seconda osservazione: si è chiuso il secolare rifiuto della cultura universitaria italiana per gli studi grammaticali, per l’analisi storica e funzionale delle strutture e dei meccanismi della nostra lingua. Dovremo riparlarne.
IPSE DIXIT
Ci sono scrittori della linea Manzoni e Kafka. Una parola, una frase, è ammessa nel giro della loro pagina solo se dà garanzia di non attrarre l’attenzione, di far da contenitore trasparente dell’invenzione. E ci sono invece scrittori che ammettono espressioni anche vistose, dense, perfino opache. In Italia, questa è la linea di Gadda: ad essa appartiene Guido Ceronetti.
Le risorse della lingua Ceronetti ama cercarle e metterle alla prova tutte. L’espressione violenta, persino volgare, si alterna alle più elette, il richiamo fine a quello ricercato. Non sempre gli va bene. Nella piena espressiva gli può capitare di latineggiare non rettamente, e fare di “Mantua” un bisillabo (che, per un sincero amante di Virgilio, è un brutto abbaglio): ma «in tutti i grandi patrimoni si annida alcunché di negletto».
Simpatiche sono le scivolate di Ceronetti verso il dialetto, da cui torna su, verso i cieli della lingua, portando ghiotte prede, come, in un articolo giustamente furente contro la svergognata imbecillità dei prossimi Mondiali (“La Stampa”, 23 settembre), un bellissimo “sgattigliarsi” (con una “s” intensiva, come in “smantellare” o “sbavare”), che vuol dire “titillare”, “stuzzicare”, dietro cui si celerà il piemontese “gatiè” e affini.
VOCABOLARIO
Fario. Tra i limpidi versi di Mario Quattrucci (sta per pubblicarli Rebellato) guizza una forma strana: «L’iridescenza di quell’ultima fario». La parola, comune tra pescatori d’acqua dolce, assente come lemma nei vocabolari (c’è nella “Enciclopedia della pesca”) designa la trota di montagna, non d’allevamento: viene dal suo nome latino, “salmo trutta fario”, con un bel salto, perché ha origine da un verso della “Mosella” di Ausonio, dove c’è l’autentica forma “sario”. Una falsa lettura è diventata lingua, ha fatto storia.
USI E ABUSI
Indecisi a tutto. In “Credono di essere noi. Ricordo di Marino Mazzacurati”, scintillante (e forse malinconico) libretto di Bruno Caruso, a pagina 40 è attribuito a Ennio Flaiano, riferito ai suoi amici, il detto «Siamo pochi ma indecisi a tutto». Per la verità, la tradizione (non solo orale) riferisce il motto al gruppo del “Mondo” (certo, quasi coincidente con gli amici di Flaiano). Ma la questione più sottile è l’attribuzione: il probo, severo Carlo Antoni attribuiva a sé l’invenzione del «pugno d’uomini indecisi a tutto». Quale la verità?
Umbria, il dialetto dei poeti
Nella grande rifioritura di poesia in dialetto (e di interesse per essa), l’Umbria è stata per anni assente, unica (mi pare di poter dire) tra le regioni italiane.
Da alcuni anni, prima in ciclostilato, poi dignitosamente a stampa, lavora a riguadagnare il tempo perduto un periodico locale, “Il Bartoccio. Fojo de nformazione de la Asociazzione de cultura popolare e dialettale de l’Umbria”. Chi ne volesse notizie può scrivere a uno dei redattori, per esempio a Gabriella Brugnami (via del Serraglio 4, 06073 Corciano).
Uno dei redattori, Renzo Zuccherini, annunzia ora la pubblicazione di un volume, “La poesia dialettale in Umbria” (330 pagine, 30 mila lire), stampato dall’editore Thyrus (via Rinascita 12, Arrone, Terni, 05031, tel. 0744.78422).
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