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Sempre il solito disastroso tema

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 15 ottobre 1989


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Nell’ultimo numero di Sapere Carlo Bernardini ripropone la questione, anche qui discussa più volte, dell’informazione scientifica a largo raggio. La questione, come abbiamo detto qui un paio di volte, non si pone solo in Italia. MA in Italia ha caratteristiche di particolare acutezza per le speciali condizioni del paese. Vediamole.

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Ammessa nel club dei sette, quarta o quinta potenza produttiva del mondo, l’Italia è oltre il ventesimo posto, dopo molti paesi del Terzo mondo, in fatto di competenze scientifiche delle persone di cultura medio-superiore (e il dato sarebbe ancora più grave se il dislivello qualitativo si moltiplicasse per l’asfittica quantità di diplomati e laureati che ci caratterizza).

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La comunità ha sete di informazioni scientifiche da grande paese. Ma il pubblico ha difficoltà a capirle e gli informatori non specialisti, i giornalisti, hanno difficoltà anche loro a capirci qualcosa e a darle in modo corretto.

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Società dell’informazione e comunicazione, fondata sulla continua trasmissione e rielaborazione di testi, la nostra bella Italia continua a crogiolarsi nella più completa mancanza di addestramento mediosuperiore e universitario alla redazione e alla comprensione dei testi. L’infame e ridicolo tema, la lettura dei manuali di letteratura italiana sono le due sole forme di educazione linguistica nelle scuole superiori. Il disastro che ne consegue è sotto gli occhi o nelle orecchie di chiunque legga o ascolti un politico o la generalità degli scriventi i giornali (professoroni non esclusi).

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Dovrebbe essere la scuola il terreno su cui lavorare.

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IPSE DIXIT

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In Linea d’ombra (settembre 1989) Goffredo Fofi, discutendo di Terza internazionale, scrive: «Occorre ben distinguere nel giudizio storico tra chi, nella Terza, stava sopra, e chi stava sotto, tra gli intellettuali-burocrati-professionisti (), e le cosiddette masse (parola assai brutta, non a caso coniata e imposta dalle ideologie totalitarie)».

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Si può condividere il suo disagio nell’usare la parola masse. Anche se brutta o no, la parola è difficile da schivare, al singolare e al plurale, sia in locuzioni ormai cristallizzate, come comunicazioni o partito di massa, sia contesti liberi, e ce lo prova lo steso Fofi proprio nell’atto stesso di dirci il suo disagio.

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È invece sbagliata la ministoria semantica della parola che Fofi accenna. La parola, nella sua accezione sociopolitica, è una delle tante che le lingue europee devono al linguaggio politico francese del tardo Settecento e primo Ottocento.

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Anche in Italia le prime attestazioni sono di quel tempo, assai di qua dal sorgere dei totalitarismi nel nostro bel secolo, con esempi, tra gli altri, in Leopardi e Manzoni. Ai quali la parola e la cosa paiono non piacer molto, come, poi, non piaceranno al totalitario Mussolini, che fin dai tempi del discorso dell’Augusteo non perdeva occasione per prendere le distanze da «sua Maestà la Massa».

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VOCABOLARIO

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Clitico. Tempo fa un giovane editore, scorrendo un articolo (di Raffaele Simone), si è messo a ridere e ha chiesto se i clitici di cui vi si parlava erano gli Argan e Asor Rosa in versione cinese. No, sono le particelle non accentate che si appoggiano all’accento della parola seguente (proclitiche) o precedente (le meno impopolari enclitiche). L’aggettivo e il suo uso sostantivato, presenti da decenni in vocabolari d’altre lingue moderne, meriterebbero di entrare anche nei nostri.

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USI E ABUSI

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Intivare. Il signor Giovanni Degli Innocenti scrive da Bari per dire che nella sua famiglia si usa comunemente il verbo con il significato di incapace in: per esempio nel lessico famigliare usa(va)no «ho intivato una brutta giornata». Dice il lettore: «in vari vocabolari non ho mai avuto riscontro». La famiglia del lettore ha una radice veneta. Ed è qui che il verbo circola con valori anche più ampi. Buona parte del lessico famigliare è fatto di antichi dialettalismi sradicati e spaesati.

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Ma i dizionari spiegano troppo poco

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Scrive l’Abbonato Vittorio Lupò: che vuol dire postmoderno, che vuol dire postindustriale? E pragmatico? «Le spiegazioni dei vocabolari sono oscure e confuse»: segnalo questa dura valutazione agli amici lessicografi. Ciascuna di queste parole esigerebbe un non breve discorso. In questa pagina facciamo telegrammi e limitatamente a novità e anteprime. Tutte e tre le parole sono ormai in circolo e relativamente ben definite. Al lettore rispondo dunque privatamente. Segnalo però la buona definizione dei valori estensivi di postmoderno reperibile nella nuova edizione del Dizionario di parole nuove di Cortelazzo e Cardinale (Loescher): «Tutto ciò che del passato è recuperabile come stile di vista, in contrasto del progresso a ogni costo». Un grazioso esempio è nella intervista a dialogo tra Thomas Stauder, ecologo, e Umberto Eco. Dice Eco del suo recente Pendolo: «Belbo dice: Io sono uno scrittore fallito, perché certe cose non si possono più raccontare. Il romanzo dice: basta che non le racconti tu, ma le fai raccontare da un altro. Cioè un embedding, un emboîtement. L’essenza del postmoderno» (l’intervista è nel numero di settembre del Lettore di provincia, Longo editore, Ravenna).


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