Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
«Factoid: bellissimo neologismo americano pr indicare il fatto di cronaca romanzato, cioè raccontato in maniera artefatta dal cronista: un fatto che sembra un fatto e non lo è (il suffisso “-oide” vale “simile”; per esempio, “intellettualoide” oppure un extraterrestre “umanoide”); neologismo da adottare in italiano, considerando quanti “fatti” letti sui giornali sono in realtà “fattoidi”».
Le parole citate sono di un osservatore esterno del nostro sistema informativo e nemmeno di una delle migliaia di persone il cui nome si è impigliato nella narrazione di qualche fattoide punto sono ad un giornalista, Sergio Lepri, il direttore dell’agenzia Ansa.
Con gli anni (dirige l’Ansa dal 1961) Lepri non ha perduto né l’umorismo né capacità di indignarsi. Dall’uno all’altra traggono efficacia i suoi scritti sul mestiere di giornalista: fino a quest’ultimo, altamente informativo già dal titolo: “Scrivere bene e farsi capire. Manuale di linguaggio per chi lavora nel mondo della comunicazione” (Gutemberg 2000, Torino 1988). In trecento pagine si addensano un dizionario di parole nuove o stantie in cui inciampa chi fa oggi informazione, una premessa in lode della limpidezza e una lunga appendice sulla formazione e struttura del “giornalese”.
Lepri non ha alcuna chiusura dinnanzi alle novità, ma, solo, raccomanda cautela. La bussola del suo giornalismo e il senso di responsabilità verso lettori e ascoltatori.
Di qui discende la versione per i fatti oidi e per un linguaggio che è, con vecchie trombonate e nuove trovate virgola in torbidi la trasparenza della notizia.
IPSE DIXIT
A sedici anni, solitamente preparato in fisica, matematica (ma anche in filosofia, come attento lettore di Kant), Albert Einstein si presentò all’esame di ammissione al Politecnico di Zurigo. Fu bocciato. Oggi sappiamo che in testa aveva il paradosso nel quale era il germe della relatività ristretta: se io potessi seguire un raggio di luce a velocità c (la velocità della luce nel vuoto), il raggio mi apparirebbe (…) in stato di quiete.
Al Politecnico Einstein tornò qualche anno dopo, già coronato di lauree honoris causa, come professore. Un professore d’eccezione virgola che raccomandava a sé e a tutti di passare due ore al giorno, e non di più, a pensare tutto il contrario di quel che pensano i colleghi. C’era una malizia: per pensare il contrario di qualcosa bisognava conoscerla profondamente. Molto probabilmente, l’esperienza giovanile ha inciso sulle idee che Einstein aveva della scuola. Contarono anche alcune persone con cui fu in contatto: Michele Angelo Besso e Jost Winteler.
Sono idee che dovrebbero interessarci. «È un vero miracolo che i metodi moderni di istruzione non abbiano ancora completamente soffocato la sacra curiosità della ricerca: perché questa delicata pianticella, oltre che di stimolo, ha soprattutto bisogno di libertà, senza la quale inevitabilmente si corrompe e muore»: così scriveva nella “Autobiografia scientifica” curata da Enrico Bellone per Bollati Boringhieri.
VOCABOLARIO
Metabletico, metabletica. L’aggettivo e il sostantivo esistevano in greco per dire “soggetto a cambiamento” e “arte, tecnica del cambiamento”. Nelle lingue moderne hanno avuto più fortuna altri due derivati del verbo “metabákkeub”, “mutare”: “metàbole” e “metabolico”. Studiosi di psicologia dei gruppi stanno ora dando nuova fortuna alla parola “metabletica”; nome della scienza dei cambiamenti indotti dal conoscere, e all’aggettivo, che caratterizza gli interventi e le ricerche in quanto col loro darsi producono mutamenti in ciò (l’allievo, il gruppo sociale) che si studia e si osserva.
USI E ABUSI
Grosso. «Riuniti a Firenze i più grossi demografi», intitola “Il Messaggero” (9 dicembre). Come “più” va cedendo al grave “maggiormente”, “grande” è insidiato da “grosso”. In latino la parola indicava pesantezza eccessiva, grassezza, grossolanità, valori conservati in francese e nell’italiano tecnico e colto. Ora, nel linguaggio familiare prima, poi anche nello scritto, si usa spesso per “grande”, ma soprattutto prima del nome; dopo, resistono meglio i valori antichi, non positivi.
Le parti “la parola al professor Beccaria” e “Agenda” si leggono solo in parte a causa di una cattiva scansione della pagina.
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