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Quando i dialetti finiscono in un sacco

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 13 novembre 1988


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Silvio Lanaro ha discusso in Meridiana (n. 3) del suo recente L’Italia nuova (Einaudi). E, con qualche amarezza, ha concluso: «Difficile in Italia parlare di nazione».

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È vero. Parlarne fa rischiare la retorica crispina e fascista e lo scontro con tepidezze di matrice cattolica, marxista o operaista, con il cosmopolitismo di intellettuali, con grandi realtà storiche oggettive: il ritardo nella formazione dello Stato unitario e di classi capaci di sentirsi e farsi portatrici di interessi nazionali. Infine, chi parla di nazione italiana inciampa in se stesso: cerca un’Italia dove la storia ha insediato les Italies.

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In una prospettiva europea storici come Fernand Braudel, nell’abituale prospettiva comparativa filologi e linguisti, come Elwert, Carlo Dionisotti e Gianfranco Contini, hanno rintracciato un’identità storica e nazionale italiana proprio a partire dalla contraddizione. L’Italia trova la sua identità unitaria nella «insigne debolezza» del suo policentrismo, nella «viscerale» commistione di dialettalità locali e di lingua «illustre» unitaria.

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Parrebbe che ormai questa tesi possa essere criticata, ma non più omessa. Non è però parso così a Renato Barilli che, nel recente convegno italianistico di Amsterdam, l’ha ignorata e ha invece solennemente affermato: «Il dialetto è un cul di sacco». Grosso sacco, anzitutto, caro Barilli: dentro c’è oggi il 65 per cento degli italiani. E, anche, sacco non brutto: dentro, da Dante a Gadda, da Pasolini a Ruzante, da Belli e Porta a Eduardo, Pierro, Marin e Petrolini e Tessa e Guerra, c’è molta parte del meglio delle «occurrenzie nostre».

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Il «controcanto dialettale» di cui Montale parlava nell’Intervista immaginaria, resta, fino a fondato argomento contrario, il nostro miglior inno nazionale.

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IPSE DIXIT

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Hegel diceva: «Un grand’uomo condanna gli altri a interpretarlo». E, per far ciò, occorre ricercarne con pazienza le precise parole e il loro senso, tantomeno accessibile quanto più nuovo e profondo.

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Non sempre Hegel ha avuto questo trattamento, che invece certo merita ed esige.

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Ancora in queste settimane, uno dei nostri giornalisti più colti ha citato in forma impropria parole che a Hegel vengono attribuite, la frase famosa sulla lettura mattutina del giornale.

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La frase viene ripetuta in forme a volte bizzarre, e non è facilissimo controllarla alla fonte.

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A qualcuno potrebbe capitare (come, confesserò a mia vergogna, è accaduto a me) di vagare a lungo tra gli scritti di Hegel, anche con l’aiuto dei grandi indici del Glockner, senza ritrovarla. Ed è naturale.

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Essa è davvero e propriamente un detto (come Nicolao Merker anni fa ebbe la cortesia di spiegarmi), raccolto e trascritto dal seguace e biografo J. K. Rosenkranz: «Leggere i giornali all’inizio della giornata è una sorta di realistica orazione mattutina.

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Orientiamo il nostro atteggiamento su Dio, oppure su ciò che il mondo è. L’una cosa la stessa sicurezza dell’altra, ovvero di sapere come regolarsi».

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Merker ha preferito tradurre regolarsi. Il verbo tedesco è più forte: raccapezzarsi. VOCABOLARIO

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Grammaticografia. Il prezioso quarto volume (ma primo ad apparire) del grande Lexicon der romanistischen Linguistik avviato presso Niemeyer da Holtus, Metzeltin e Schmitt, contiene molti contributi di italiani e in italiano. In italiano e tedesco accredita un comodo neologismo: grammaticografia. Parallelo a lessicografia, il nuovo vocabolo designa l’attività di chi (linguista o no) scrive grammatiche: attività che un tempo la linguistica ha considerato con sussiego specie nei casi di destinazione pratica e scolastica. Oggi non più. USI E ABUSI

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Allarmato. Uno slittamento di senso non registrato da vocabolari anche recenti, è il passaggio di allarme da «atto», «segnale» al senso di «congegno che produce automaticamente il segnale». Lo slittamento, ormai accettato in ambito tecnico e familiare, è stato il punto di partenza di un neologismo che serpeggia qua e , in avvisi e scritte come auto allarmata, porta allarmata. Non si tratta, evidentemente, di auto o porte agitate, ma dotate di congegno di allarme. In senso tradizionale, l’allarmato sarà il ladro che legge l’avviso.

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E la bambina spiegò il linguaggio

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Raffaele Simone ha praticato più volte con successo l’arte di avventurarsi, con i suoi studi rigorosi e penetranti, in territori marginali, o che tali erano al momento della conclusione della sua ricerca.

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Mai però così programmaticamente e deliberatamente come nel Diario linguistico: note brevi e saporose sul procedere e progredire delle conoscenze ed esperienze della sua bambina, Silvia, nel controllo dei mezzi linguistici, testuali e sociolinguistici.

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Ora, i diari, pubblicati a mano a mano in una rivista di scuola, sono stati raccolti in un bel libretto, Maistock. Il linguaggio spiegato da una bambina, che inaugura la Biblioteca di italiano e oltre (La Nuova Italia).

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Gli insegnanti, dalla lettura, potrebbero trarre ragioni di cautela nell’intervenire troppo recisamente sul discorso e sui testi dei bambini, prima di averne inteso le ragioni.

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I linguisti teorici hanno tutto da imparare riflettendo sulla «linguistica infantile» di Silvia, volta in assai elegante prosa italiana dal dotto genitore.


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