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La lingua italiana è in buona salute

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 12 novembre 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page194
Column1-4


[1]
Alcuni anni fa Giovanni Nencioni intitolò La lingua italiana in movimento un ciclo di lezioni della Crusca con cui si cercò di fare il punto sui mutamenti in atto nell’italiano.
[2]
Alcuni hanno badato e badano soprattutto agli aspetti che Saussurre chiamava esterni, cioè alla grande crescita dell’uso dell’italiano.
[3]
Come si sa, per Manzoni e Cavour la lingua d’uso abituale era il francese, non l’italiano, che, per loro ammissione, faticavano a scrivere e parlare.
[4]
E ancora trent’anni fa per due terzi della popolazione l’unico idioma abituale era non l’italiano, ma uno dei dialetti.
[5]
Oggi non è più così e l’italiano è usuale per a grande maggioranza della popolazione.
[6]
Si capisce dunque che osservatori attenti, come ancora di recente Giulio Lepschy (Tuttolibri 21 ottobre) giudichino l’italiano «in buona salute», rispetto a un passato anche recente.
[7]
Lo stesso allargamento dell’uso, però, e la persistente mancanza nelle scuole medie superiori e nelle università di un’adeguata formazione all’uso scritto e orale della lingua e di un accurato studio della grammatica e degli stili, rendono precario l’italiano di molti scriventi, anche di professionisti della scrittura come dovrebbero essere giornalisti, scrittori, professori, magistrati, parlamentari.
[8]
Di qui, i frequenti lamenti sull’italiano che va in sfacelo.
[9]
In sfacelo va certamente la nostra pazienza di lettori e ascoltatori di discorsi mal concepiti e peggio realizzati, che, per fortuna sono fanno la norma.
[10]
IPSE DIXIT
[11]
Il teppismo intellettuale non è nuovo nelle cronache culturali italiane.
[12]
E Giovanni Papini ne resta, forse ancora oggi, il maggior campione.
[13]
Scriveva in Lacerba:
[14]
«Mi hanno chiamato ciarlatano, teppista, becero. Ed io ho ricevuto con gioia queste ingiurie Io sono un teppista: è arcivero. M’è sempre piaciuto rompere le finestre e i coglioni altrui e vi sono in Italia dei crani illustri, che mostrano ancora le bozze livide delle mie sassate. Non c’è, nel nostro caro paese di parvenus, abbastanza teppismo intellettuale. Siamo nelle mani dei borghesi, dei burocrati, degli accademici Le riviste non bastano ci voglion le pedate».
[15]
Sono state aspre le critiche a questo irrazionalismo irriflessivo, alla stolidità delle verbose polemiche di Papini, che, quando non sapeva più che dire, cercava di volgere in rissa e insulti i discorsi.
[16]
Nella Biblioteca Nazionale di Roma, si conserva un esemplare delle papiniane Stroncature e sul margine d’una pagina, a matita, una mano antica ha annotato: «Papini è come certe scimmiette dello zoo. Fanno sberleffi sconci a qualcuno e, se la gente ride, sono tutte contente. Credono che la gente rida di colui, e non capiscono che, invece, la gente ride di loro».
[17]
Peccato che la Nazionale sia semichiusa.
[18]
È certo per questo che alcuni non tengono in conto la saggia annotazione.
[19]
VOCABOLARIO
[20]
Brugola.
[21]
Onore al merito ancora una volta a Zingarelli e Devoto-Oli che registrano brugola, vite con testa a incavo esagonale.
[22]
Non registrano invece (e si sentono adoperati da artigiani, architetti e in negozi anche di rilievo, come Poignée di Roma) brugolare, lavorare in forma di brugola, e brugolatura, atto ed effetto del brugolare.
[23]
A Roma, per evidente ipercorrettismo, si sente anche, talora, brucola.
[24]
Non sicuro l’etimo, dal diminuitivo del latino veru, spiedo, secondo Zingarelli.
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USI E ABUSI
[26]
Ss.
[27]
Il dottor Ugo Perugini di Milano protesta perché L’Espresso del 15 ottobre ha trasformato in Santissimi i Santi Giovanni e Paolo di Milano.
[28]
L’errore non è infrequente e a Roma ne sono bersagliati, oltre Giovanni e Paolo, anche Cosma e Damiano.
[29]
Il fatto è che le due abbreviazioni concorrenti, SS.
[30]
E Ss., Santissimo (come il Sacramento o l’Annunziata) e Santi, Sante, sono spesso usate in modo promiscuo.
[31]
Ma nessuno deve perciò promuovere santissimi dei semplici santi.
[32]
Due dischetti per sapere come scriviamo
[33]
La Ibm italiana sta mettendo in distribuzione tra studiosi, giornalisti e aziende il Veli. Vocabolario elettronico della lingua italiana.
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Due dischetti danno modo di conoscere ortografia, grammatica e sinonimi dei diecimila vocaboli più frequenti nei nostri giornali.
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Per i primi cinquemila di questi di può ragionevolmente supporre che siano i più frequenti non solo nei giornali (dal Corriere al Sole 24 Ore, a settimanali e Domenica del Corriere), ma nella generalità dei testi che oggi scriviamo.
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Opportunamente la Ibm nel volume che accompagna i due dischetti mete a disposizione i materiali per confrontare la lista delle parole oggi più frequenti con quella delle parole che risultarono tali vent’anni fa, quando la stessa Ibm promosse il Lessico di frequenza della lingua italiana.
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Abbiamo così una base solida per istituire un confronto tra l’italiano scritto di oggi e quello degli anni Cinquanta e Sessanta, almeno per quanto riguarda il vocabolario fondamentale.

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