Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Il Servizio informazione della Camera dei deputati ha pubblicato due volumi di raccolta delle “Normative europee sulla tecnica legislativa”, introdotti da due studi di insieme di Vittorio Frosini, sul “drafting” e l’interpretazione delle leggi, e di Rodolfo Pagano, sulla tecnica legislativa c l’informatica giuridica.
“Drafting”; “disegnare, abbozzare, delineare ecc.” è parola usata sempre più spesso dai nostri giuristi per designare l’insieme di procedure attraverso cui matura e si realizza la progettazione legislativa. E “progettazione legislativa” è l’equivalente italiano proposto nei due volumi.
La progettazione, ha spiegato Massimo Severo Giannini discutendo i volumi con parlamentari e specialisti nell’Auletta dei Gruppi a Montecitorio il 24 gennaio, deve fare i conti con due nodi: la fattibilità delle leggi, la loro concreta applicabilità, tanto spesso ignorata nel mareggiare legislativo italiano; e la scrittura del testo.
La scrittura è un compito arduo; si tratta di raccordare il singolo testo agli altri testi di legge, alla materia specifica cui si riferisce, alle capacità ed esigenze di comprensione dei cittadini soggetti alla legge.
Su questo punto l’anno scorso una sentenza della Corte costituzionale (la numero 364) ha rotto con una tradizione secolare che si riassumeva nel famoso articolo 5 del “Codice Penale”: «Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale» (in latino fa più effetto: «ignoratio iuris non excusat»). Si, dice la Corte, tranne che l’ignoranza sia “inevitabile” per l’oscurità dei testi c la caoticità della legislazione. In tal caso, l’ignoranza è un sacro diritto, e l’art. 5 è, nel suo testo attuale, non conforme ai principi della nostra Costituzione.
IPSEDIXIT
Giampaolo Pansa, parlando al convegno “La parola a chi la usa”, ha raccontato con spirito la sua autobiografia linguistica: direbbe Giovanni Nencioni, una “autodiacronia”. E, anche sospinto da chi gli stava accanto, come Piero Ottone, ha ricordato i debiti suoi e di tutti i redattori della “Stampa” d’un tempo verso Giulio De Benedetti.
Entrato giovanissimo alla “Stampa” ai tempi di Frassati, De Benedetti lavorò nei due maggiori quotidiani torinesi, tranne il periodo 1940-45 in cui fu esule in Svizzera e poi addetto stampa dei Comitato di liberazione nazionale. Dal 1948 al 1968, fu direttore della “Stampa”, senza mai rinunziare a un giornalismo critico, limpido, completo. Senza pietà, rimandava indietro i pezzi che non rispondevano a questo ideale. Fermava le rotative, se c’era un «si è verificato» per «è successo» o «è accaduto». Detestava gli avverbi pesanti e burocratici: i «pressoché quotidianamente» erano espunti, e sostituiti da «quasi ogni giorno». Additava al ludibrio uno che aveva scritto: «Oggi ha avuto luogo il sopralluogo sul luogo della strage». Diceva: «Scrivete come parlate, che vi capisca la vostra portinaia». Oggi. con i citofoni, che direbbe? Diceva anche: «Potrete usare la prima persona soltanto il giorno che sbarcherete sulla luna». E anche questo detto, per più d’un motivo, è datato.
VOCABOLARIO
Poliginico. Danilo Mainardi non è solo un valoroso scienziato e, in particolare, etologo. È anche abile nella comunicazione. Tempo fa (Raiuno, 19 dicembre 1988) ha usato l’aggettivo riferendosi ad animali diversi dagli umani, dunque non nel senso «che ha molte donne», ma nel senso «che ha molte femmine». Ai grecisti il cuore non sobbalzerebbe nel petto se Mainardi avesse detto “politelico”, del resto egualmente criptico. L’uso aveva già preso piede tra gli entomologi. E il greco viene assai liberamente maneggiato dalle terminologie scientifiche internazionali.
USIEABUSI
Parteggiare. Il verbo è stato usato come transitivo, nel senso di “condividere un sentimento” da Giuseppe De Rita (in un incontro promosso dalla Fondazione Bellonci, a Roma, il 16 gennaio scorso). È un abuso? No, i grandi vocabolari avvertono che, accanto al comune “parteggiare per” transitivo esisteva già un “parteggiare” transitivo. Lo usò D’Annunzio più volte. Curiosa Tonte, che consente di capire meglio l’immaginifico presidente dei Censis.
Se uno zaffiro provoca un corto circuito
A proposito di “zaffiro” (alla latina) o “zaffiro” (alla greca) usato tra gli altri da gente del mestiere, come il presidente della Cartier italiana, il lettore Claudio De Mola scrive da Fasano di Brindisi:
«Gli elettricisti del mio paese (gente dei mestiere) dicono “corto circuito”. È una ragione sufficiente per accettare in italiano l’accento sulla “i” della penultima sillaba. I vocabolari condannano la pronunzia sdrucciola di "zaffiro”, perché la parola ci è giunta per il tramite della lingua latina (l’italiano è il latino come viene parlato oggi). Per la medesima ragione dovremmo pronunciare Edipo (con l’accento sulla "e"), non Edìpo, perché in latino la "i” è breve. Mi consenta una cattiveria. Non credo che il presidente della Cartier italiana possa far testo. Mi è venuto in mente l’oraziano: “Ac bene numatum decorat Suadela Venusque”».
Difficile sapere se il presidente della Cartier sia “bene numatum”, ben fornito di denaro (suo) e, quindi, perciò favorito graziosamente dalle dee della persuasione degli amori. Certo gli capiterà spesso di parlare di “zàffiri” e di lavorarli. Fin qui, esattamente come gli elettricisti di Fasano si occupano dei “corto circùito” o, come loro dicono, “circuìto”. Non hanno dalla loro non la possanza monetaria del dirigente della Cartier, ma qualche giustificazione etimologica o comunque interna alla lingua, alla sua struttura. Ecco perché pronunzie come “circuìto” per “circùito” segnano il passo. “Zaffiro” ha dalla sua l’accento greco, che suggerisce accanto al latino tante pronunzie. II fatto è che l’italiano è una lingua ad accento non determinato dalla struttura attuale della parola (è possibile tanto “càpito”, quanto “capìto” e "capitò”). L’uso attuale perciò conosce parecchie oscillazioni.
Text view