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Attenti a come scrivete le leggi

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 12 febbraio 1989


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Il Servizio informazione della Camera dei deputati ha pubblicato due volumi di raccolta delle Normative europee sulla tecnica legislativa, introdotti da due studi di insieme di Vittorio Frosini, sul drafting e linterpretazione delle leggi, e di Rodolfo Pagano, sulla tecnica legislativa c l’informatica giuridica.
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Drafting; disegnare, abbozzare, delineare ecc. è parola usata sempre più spesso dai nostri giuristi per designare linsieme di procedure attraverso cui matura e si realizza la progettazione legislativa.
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E progettazione legislativa è lequivalente italiano proposto nei due volumi.
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La progettazione, ha spiegato Massimo Severo Giannini discutendo i volumi con parlamentari e specialisti nell’Auletta dei Gruppi a Montecitorio il 24 gennaio, deve fare i conti con due nodi: la fattibilità delle leggi, la loro concreta applicabilità, tanto spesso ignorata nel mareggiare legislativo italiano; e la scrittura del testo.
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La scrittura è un compito arduo; si tratta di raccordare il singolo testo agli altri testi di legge, alla materia specifica cui si riferisce, alle capacità ed esigenze di comprensione dei cittadini soggetti alla legge.
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Su questo punto lanno scorso una sentenza della Corte costituzionale (la numero 364) ha rotto con una tradizione secolare che si riassumeva nel famoso articolo 5 del Codice Penale: «Nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale» (in latino fa più effetto: «ignoratio iuris non excusat»).
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Si, dice la Corte, tranne che l’ignoranza sia inevitabile per loscurità dei testi c la caoticità della legislazione.
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In tal caso, lignoranza è un sacro diritto, e l’art.
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5 è, nel suo testo attuale, non conforme ai principi della nostra Costituzione.
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IPSEDIXIT
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Giampaolo Pansa, parlando al convegno La parola a chi la usa, ha raccontato con spirito la sua autobiografia linguistica: direbbe Giovanni Nencioni, una autodiacronia.
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E, anche sospinto da chi gli stava accanto, come Piero Ottone, ha ricordato i debiti suoi e di tutti i redattori della Stampa d’un tempo verso Giulio De Benedetti.
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Entrato giovanissimo alla Stampa ai tempi di Frassati, De Benedetti lavorò nei due maggiori quotidiani torinesi, tranne il periodo 1940-45 in cui fu esule in Svizzera e poi addetto stampa dei Comitato di liberazione nazionale.
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Dal 1948 al 1968, fu direttore della Stampa, senza mai rinunziare a un giornalismo critico, limpido, completo.
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Senza pietà, rimandava indietro i pezzi che non rispondevano a questo ideale.
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Fermava le rotative, se cera un «si è verificato» per «è successo» o «è accaduto».
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Detestava gli avverbi pesanti e burocratici: i «pressoché quotidianamente» erano espunti, e sostituiti da «quasi ogni giorno».
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Additava al ludibrio uno che aveva scritto: «Oggi ha avuto luogo il sopralluogo sul luogo della strage».
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Diceva: «Scrivete come parlate, che vi capisca la vostra portinaia».
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Oggi. con i citofoni, che direbbe?
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Diceva anche: «Potrete usare la prima persona soltanto il giorno che sbarcherete sulla luna».
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E anche questo detto, per più d’un motivo, è datato.
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VOCABOLARIO
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Poliginico.
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Danilo Mainardi non è solo un valoroso scienziato e, in particolare, etologo.
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È anche abile nella comunicazione.
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Tempo fa (Raiuno, 19 dicembre 1988) ha usato l’aggettivo riferendosi ad animali diversi dagli umani, dunque non nel senso «che ha molte donne», ma nel senso «che ha molte femmine».
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Ai grecisti il cuore non sobbalzerebbe nel petto se Mainardi avesse detto politelico, del resto egualmente criptico.
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L’uso aveva già preso piede tra gli entomologi.
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E il greco viene assai liberamente maneggiato dalle terminologie scientifiche internazionali.
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USIEABUSI
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Parteggiare.
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Il verbo è stato usato come transitivo, nel senso di condividere un sentimento da Giuseppe De Rita (in un incontro promosso dalla Fondazione Bellonci, a Roma, il 16 gennaio scorso).
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È un abuso?
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No, i grandi vocabolari avvertono che, accanto al comune parteggiare per transitivo esisteva già un parteggiare transitivo.
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Lo usò D’Annunzio più volte.
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Curiosa Tonte, che consente di capire meglio l’immaginifico presidente dei Censis.
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Se uno zaffiro provoca un corto circuito
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A proposito di zaffiro (alla latina) o zaffiro (alla greca) usato tra gli altri da gente del mestiere, come il presidente della Cartier italiana, il lettore Claudio De Mola scrive da Fasano di Brindisi:
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«Gli elettricisti del mio paese (gente dei mestiere) dicono corto circuito. È una ragione sufficiente per accettare in italiano l’accento sulla i della penultima sillaba. I vocabolari condannano la pronunzia sdrucciola di "zaffiro, perché la parola ci è giunta per il tramite della lingua latina (l’italiano è il latino come viene parlato oggi). Per la medesima ragione dovremmo pronunciare Edipo (con l’accento sulla "e"), non Edìpo, perché in latino la "i è breve. Mi consenta una cattiveria. Non credo che il presidente della Cartier italiana possa far testo. Mi è venuto in mente l’oraziano: Ac bene numatum decorat Suadela Venusque».
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Difficile sapere se il presidente della Cartier sia bene numatum, ben fornito di denaro (suo) e, quindi, perciò favorito graziosamente dalle dee della persuasione degli amori.
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Certo gli capiterà spesso di parlare di zàffiri e di lavorarli.
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Fin qui, esattamente come gli elettricisti di Fasano si occupano dei corto circùito o, come loro dicono, circuìto.
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Non hanno dalla loro non la possanza monetaria del dirigente della Cartier, ma qualche giustificazione etimologica o comunque interna alla lingua, alla sua struttura.
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Ecco perché pronunzie come circuìto per circùito segnano il passo.
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Zaffiro ha dalla sua l’accento greco, che suggerisce accanto al latino tante pronunzie.
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II fatto è che l’italiano è una lingua ad accento non determinato dalla struttura attuale della parola (è possibile tanto càpito, quanto capìto e "capitò). L’uso attuale perciò conosce parecchie oscillazioni.

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