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Non basta sapere la lingua madre

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 11 dicembre 1988


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Nonostante ogni considerazione contraria, continuano le lamentele sui giovani che non sanno la lingua. È inutile cercare di spiegare che, certo, la ignorano meno di babbi e mamme. E non parliamo di nonni e nonne: il 60 per cento della nostra popolazione era senza nemmeno la licenza elementare nel 1951. Da ultimo, il lamento è ripreso da Tristano Bolelli (La Stampa, 19 novembre).

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Rispetto ad altri, Bolelli, introduce un elemento interessante: dove e come gli insegnanti si sono preparati al difficile compito di insegnare italiano? È una domanda retorica. La risposta non può che essere negativa. Nelle lacune del nostro sistema universitario di formazione degli insegnanti sta scritta con chiarezza una convinzione: che la lingua non si studia, si sa; che non c’è alcun bisogno di impadronirsi di un pacchetto di conoscenze teoriche e tecniche specifiche per accingersi a usare bene la loro lingua materna.

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Se e quando passerà la legge dell´autonomia, che dovrebbe consentire alle università di ridisegnare il loro impianto, c’è da sperare che almeno le facoltà umanistiche che preparano insegnanti (solo quelle?) si attrezzino per insegnare in modo serio come è fatta storicamente e funzionalmente la lingua madre e quali le sue modalità d’uso sociale e testuale. E, beninteso, per insegnare ciò anche in riferimento alle lingue straniere.

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Primi passi in questa direzione sono ora fatti allUniversità La Sapienza di Roma. È arrivato un progetto di cooperazione europea per lo studio delle tecniche di comunicazione e scrittura. E invece è pronto e parte un corso di perfezionamento in linguistica italiana, diretto da Raffaele Simone, riservato a laureati italiani e stranieri. Informazioni: 06/49 40 364. Le domande vanno inviate entro il 30 gennaio 1989.

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IPSE DIXIT

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Può essere bello un libro di matematica? A me (e la prima persona è, sia chiaro, un singulare humilitatis) a me pare che sia possibile: esistono stili diversi di pensiero matematico e, ancor più certamente, diversi stili espositivi. C’è forse posto, dunque, per la bellezza.

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Libri di matematica assai belli per le scuole scrissero Federigo Enriques ed Enrico Bompiani. E una lettura spesso ardua, ma affascinante (e a tratti anche affabile) è il Metodo matematico di Lucio Lombardo Radice e Lina Mancini Proia.

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Nel terzo volume, un capitoletto (accessibile a tutti) espone una tesi cara a Lombardo Radice: «un matematico debole non sarà un filosofo forte, un filosofo debole non sarà mai un matematico forte» (pagine 188-89).

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Forse la tesi è discutibile (nel senso italiano della parola); certo è discutibile, diskutabel nel senso tedesco: va cioè discussa sul serio. Senza un minimo di apparato matematico sembra impossibile orientarsi nelle scelte d’una società moderna. Ed è impossibile accostarsi alle scienze più raffinate.

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Qualche anno fa, il grande fisico e matematico inglese Paul A. Dirac, disse (in un seminario a Trieste rievocato di recente da Paolo Budinich): «Nella fisica teorica, cercate la bellezza matematica. Dove voi la troverete, troverete anche la legge della natura che state cercando».

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Esattamente disse: «In your research in theoretical physics you have to search for mathematical beauty. When you find it there you will often find the natural law you are searching for».

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VOCABOLARIO

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Avionica. La parola combina avi(azione) ed (elettronica. Da tempo i nostri dizionari la registrano nel senso di scienza e tecnica della produzione di strumenti elettrici ed elettronici per aerei. Ora, anche in italiano si legge spesso della avionica di un certo aereo, delle nuove cabine ecc. C’è dunque un secondo, nuovo senso: insieme degli strumenti elettrici ed elettronici di un aereo. Lo slittamento da più astratto valore di scienza, tecnica al più concreto prodotto, oggetto di scienza o tecnica è comune, si pensi a geometria o medicina.

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USI E ABUSI

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Zaffiro. Il caso è curioso. Venendo dal greco sàppheiros, latino sapphirus (con i lunga) la parola è di quelle che (diversamente da pantocràtore) ammettono un doppio accento: sulla terzultima o sulla penultima sillaba. Forse perché i nostri poeti hanno preferito la penultima in famosi versi («Dolce colore d’oriental zaffiro», «E’ di zaffiro i fior paiono ed hanno dell’adamante rigido i riflessi») i vocabolari condannano la pronunzia sdrucciola. E perché? La gente del mestiere dice anche (e non a torto zàffiro: così il presidente della Cartier italiana (Rai Uno, 19 novembre, ore 23 circa).

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L’accento gratuito della Sip

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Scrive Mario Alighiero Manacorda: «Leggo l’Ipse dixit del 30 ottobre () che si diverte non senza ragioni a prendere in giro il mio purismo troppo accigliato e la mia troppa ira».

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«Se io ho detto che mi sei mancato non è italiano ho sbagliato; ma se ho detto che oggi è un ossessivo calco dall’inglese, insisto che ho ragione. Nessuno, neanche De Mauro, l’ha mai detto a sua moglie, sua moglie a lui.

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«Tutto qui. Intanto la segretaria telefonica automatica della Sip, nel comunicarmi che il numero di De Mauro era cambiato, mi ha assicurato che il servizio era gratuìto con l’accento sulla i. E la mia troppa ira è esplosa di nuovo, con una buona risata».

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Tre considerazioni di risposta. Primo: grazie (anche per l’ammissione che mi manchi è buon italiano. Secondo: ma guarda un po' questi puristi dove vogliono arrivare a mettere il naso. Terzo: la Sip non potrebbe rispettare almeno la corretta accentazione italiana?


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