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Che bel sondaggio sul linguaggio

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 11 giugno 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page173
Column1-4


[1]
L’Istat ha diffuso in questi giorni il foglio 41 (anno X, n. 1 aprile) del suo Notiziario.
[2]
Contiene i primi risultati di sintesi di una imponente serie di indagini sui comportamenti sociali e culturali di un esteso campione di nuclei familiari e persone (oltre settantamila) tale da rappresentare in modo fine l’intero universo nazionale nelle sue articolazioni regionali e sociali.
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Grandi gruppi finanziari e professionali prendono decisioni sulla base di campioni di due, tremila persone.
[4]
E i politici si emozionano per sondaggi su poche centinaia di persone.
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Molti risultati dell’indagine Istat sono straordinariamente preziosi per capire i livelli di conoscenze linguistiche della popolazione italiana, i suoi comportamenti, le grandi tendenze in atto.
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Alla persistenza di conoscenza e uso dei dialetti per il 60 per cento della popolazione, al 13 per cento con difficoltà a usare l’italiano invece del dialetto abbiamo già fatto qualche cenno in anteprima.
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Torneremo più volte su questi dati.
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Essi sono tanto più preziosi in quanto correlati a dati su istruzione, lettura, ascolto radiotelevisivo, dislocazione.
[9]
Chi lavora da anni a racimolare dati certi per stime di queste interrelazioni di fondo saluta l’arrivo delle indagini Istat come l’occasione d’una svolta profonda negli studi di storia linguistica, dialettologia e sociologia del linguaggio in Italia.
[10]
Speriamo che gli studiosi si mostrino all’altezza dell’occasione offertagli.
[11]
IPSE DIXIT
[12]
Da questa rubrica (6 novembre 1988) mi ero permesso di sollecitare Bettino Craxi a non ricorrere a citazioni latine inutili e, nel caso, a controllarle per bene.
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Naturalmente il suggerimento voleva valere anche per altri.
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Ma nei mesi seguenti non fu accolto.
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Eppure basterebbe comprare e usare i due ottimi manuali Hoepli di Luigi De Mauri e Giuseppe Fumagalli per migliorare la quota di decenza delle citazioni e per capire che ognuno può farne mille, sicché non c’è un grana merito a esibirle.
[16]
È un peccato che anche Claudio Martelli ricorra talora a riferimenti classici imprecisi e ridondanti, da ultimo ancora nel discorso del 18 maggio al congresso del Psi.
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È un peccato, perché per il resto lo stile di Martelli migliora notevolmente qualità positive presenti anche nello stile di Craxi: sono evitate la profluvialità e oscurità di tanta prosa politica italiana; alla stringatezza corrispondono la nitida scansione delle argomentazioni, la brevità delle frasi (ma senza sgradevoli ricerche d’effetto), un vocabolario complessivamente chiaro, ma senza semplicismi e con un ricorso accorto a parole fuori del comune, per sottolineare un’ironia o un concetto.
[18]
È il caso dell’acciglioso (un neologismo che incrocia il latineggiante supercilioso con accigliato) con cui Martelli ha marcato ironicamente e negativamente il modo in cui altri nel suo partito guardano al resto della sinistra, mentre molto concedono alla destra.
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VOCABOLARIO
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Ombudsman.
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La parola è stata stampata con grafia scorretta nel Paroliere del 21 maggio.
[22]
Me ne scuso con i lettori e ne approfitto per dire che, evidentemente, non è ancora familiare a tutti.
[23]
In questa grafia la parola è svedese, composta da ombud incaricato, rappresentante (pubblico) e man uomo.
[24]
In Svezia, in Nuova Zelanda (dunque in inglese) e, con grafie un po’ diverse, in altre lingue e nazioni nordiche designa il rappresentante pubblico che tutela i cittadini nei rapporti con la pubblica amministrazione.
[25]
In italiano è registrata nei vocabolari fin dagli anni Settanta (va dunque corretta la data 1980 nel Dizionario di parole nuove di Cortelazzo e Cardinale).
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USI E ABUSI
[27]
Ostensibile.
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Nicola Pacucci documenta che alla Reggia di Caserta i visitatori sono avvertiti che il registro per i reclami è ostensibile presso il bigliettaio.
[29]
Chiede Pacucci: «L’uso è motivato dal voler ridurre al minimo i reclami?».
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Copierò il grande Mike: la domanda è esattaaa!
[31]
La scuola non insegna a parlare
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Abbiamo avuto occasione di ricordare qui (7 maggio), citando Peter Bichsel, che l’insegnamento delle lingue non gode di buona salute non solo in Italia, ma anche in altri paesi.
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Con poche eccezioni (Svezia, Olanda, Urss) i risultati, anche in sistemi scolastici di alto livello (in Francia, Germania, Regno Unito) e negli Usa, sono stati ritenuti a più riprese sconfortanti.
[34]
Solo da poco tempo, nell’ambito dell’Osservatorio linguistico e culturale italiano che si sta cercando di avviare alla Sapienza, è attivo un gruppo che sonderà i livelli di conoscenza delle lingue straniere in Italia.
[35]
Giungono a proposito i dati Istat (vedi in questa pagina).
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Solo le ulteriori elaborazioni potranno dirci quanti dichiarano un pieno controllo (sia scritto sia parlato) di almeno una lingua.
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Una qualche conoscenza anche parziale è dichiarata da meno d’un terzo della popolazione.
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Qualche giornale ha presentato ottimisticamente il dato.
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Errore.
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Si tenga conto che il 52,8 per cento del campione ha la licenza media o titoli superiori: dunque, se la scuola avesse un po’ funzionato, dovrebbe essere almeno questa la percentuale di chi dichiara qualche pratica di lingue straniere.
[41]
La scuola ha funzionato solo a metà e (se si tiene conto del molto che in questo campo fa l’extra-scuola) anche meno.

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