Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
L’Istat ha diffuso in questi giorni il “foglio 41” (anno X, n. 1 aprile) del suo “Notiziario”. Contiene i primi risultati di sintesi di una imponente serie di indagini sui comportamenti sociali e culturali di un esteso campione di nuclei familiari e persone (oltre settantamila) tale da rappresentare in modo fine l’intero universo nazionale nelle sue articolazioni regionali e sociali. Grandi gruppi finanziari e professionali prendono decisioni sulla base di campioni di due, tremila persone. E i politici si emozionano per sondaggi su poche centinaia di persone.
Molti risultati dell’indagine Istat sono straordinariamente preziosi per capire i livelli di conoscenze linguistiche della popolazione italiana, i suoi comportamenti, le grandi tendenze in atto. Alla persistenza di conoscenza e uso dei dialetti per il 60 per cento della popolazione, al 13 per cento con difficoltà a usare l’italiano invece del dialetto abbiamo già fatto qualche cenno in anteprima.
Torneremo più volte su questi dati. Essi sono tanto più preziosi in quanto correlati a dati su istruzione, lettura, ascolto radiotelevisivo, dislocazione.
Chi lavora da anni a racimolare dati certi per stime di queste interrelazioni di fondo saluta l’arrivo delle indagini Istat come l’occasione d’una svolta profonda negli studi di storia linguistica, dialettologia e sociologia del linguaggio in Italia. Speriamo che gli studiosi si mostrino all’altezza dell’occasione offertagli.
IPSE DIXIT
Da questa rubrica (6 novembre 1988) mi ero permesso di sollecitare Bettino Craxi a non ricorrere a citazioni latine inutili e, nel caso, a controllarle per bene. Naturalmente il suggerimento voleva valere anche per altri. Ma nei mesi seguenti non fu accolto. Eppure basterebbe comprare e usare i due ottimi manuali Hoepli di Luigi De Mauri e Giuseppe Fumagalli per migliorare la quota di decenza delle citazioni e per capire che ognuno può farne mille, sicché non c’è un grana merito a esibirle.
È un peccato che anche Claudio Martelli ricorra talora a riferimenti classici imprecisi e ridondanti, da ultimo ancora nel discorso del 18 maggio al congresso del Psi. È un peccato, perché per il resto lo stile di Martelli migliora notevolmente qualità positive presenti anche nello stile di Craxi: sono evitate la profluvialità e oscurità di tanta prosa politica italiana; alla stringatezza corrispondono la nitida scansione delle argomentazioni, la brevità delle frasi (ma senza sgradevoli ricerche d’effetto), un vocabolario complessivamente chiaro, ma senza semplicismi e con un ricorso accorto a parole fuori del comune, per sottolineare un’ironia o un concetto. È il caso dell’acciglioso (un neologismo che incrocia il latineggiante supercilioso con accigliato) con cui Martelli ha marcato ironicamente e negativamente il modo in cui altri nel suo partito guardano al resto della sinistra, mentre molto concedono alla destra. VOCABOLARIO
Ombudsman. La parola è stata stampata con grafia scorretta nel “Paroliere” del 21 maggio. Me ne scuso con i lettori e ne approfitto per dire che, evidentemente, non è ancora familiare a tutti. In questa grafia la parola è svedese, composta da ombud “incaricato, rappresentante (pubblico)” e man “uomo”. In Svezia, in Nuova Zelanda (dunque in inglese) e, con grafie un po’ diverse, in altre lingue e nazioni nordiche designa il rappresentante pubblico che tutela i cittadini nei rapporti con la pubblica amministrazione. In italiano è registrata nei vocabolari fin dagli anni Settanta (va dunque corretta la data 1980 nel “Dizionario di parole nuove” di Cortelazzo e Cardinale).
USI E ABUSI
Ostensibile. Nicola Pacucci documenta che alla Reggia di Caserta i visitatori sono avvertiti che il registro per i reclami è ostensibile presso il bigliettaio. Chiede Pacucci: «L’uso è motivato dal voler ridurre al minimo i reclami?». Copierò il grande Mike: la domanda è esattaaa!
La scuola non insegna a parlare
Abbiamo avuto occasione di ricordare qui (7 maggio), citando Peter Bichsel, che l’insegnamento delle lingue non gode di buona salute non solo in Italia, ma anche in altri paesi. Con poche eccezioni (Svezia, Olanda, Urss) i risultati, anche in sistemi scolastici di alto livello (in Francia, Germania, Regno Unito) e negli Usa, sono stati ritenuti a più riprese sconfortanti. Solo da poco tempo, nell’ambito dell’Osservatorio linguistico e culturale italiano che si sta cercando di avviare alla Sapienza, è attivo un gruppo che sonderà i livelli di conoscenza delle lingue straniere in Italia.
Giungono a proposito i dati Istat (vedi in questa pagina). Solo le ulteriori elaborazioni potranno dirci quanti dichiarano un pieno controllo (sia scritto sia parlato) di almeno una lingua. Una qualche conoscenza anche parziale è dichiarata da meno d’un terzo della popolazione. Qualche giornale ha presentato ottimisticamente il dato. Errore. Si tenga conto che il 52,8 per cento del campione ha la licenza media o titoli superiori: dunque, se la scuola avesse un po’ funzionato, dovrebbe essere almeno questa la percentuale di chi dichiara qualche pratica di lingue straniere. La scuola ha funzionato solo a metà e (se si tiene conto del molto che in questo campo fa l’extra-scuola) anche meno.
Text view