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Cane che abbaia morde

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 11 febbraio 1990


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I bambini, studiati per questo aspetto da Jean Piaget, credono che la parola sole «sta nel sole». E così credevano e credono alcune culture e strati di cultura che dicevamo primitivi.

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Almeno nella nostra tradizione occidentale le classi colte hanno scoperto per tempo che le cose non stanno così.

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«La parola cane non morde» dicevano lapidariamente i Sofisti: e intendevano dire che altro è la parola, altro la cosa che la parola possa indicare.

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Abbiamo imparato così che la parola non è un dato di natura, ma un dato convenzionale che, come tale, in rapporto a una medesima cosa può assumere forme e valenze diverse a seconda delle epoche e dei luoghi.

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Anzi una parte dei colti e competenti si è addirittura convinta che la libertà domina perfino la individuazione e costruzione di ciò che diciamo cosa: non cambiano solo i suoni, cambiano le visioni del mondo, le categorie degli oggetti, se da una cultura e lingua passiamo all’altra, come ci ha ricordato in un uno dei suoi ultimi lavori Giorgio Raimondo Cardona.

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Non risulta però che ci sia una diffusa teoria capace di spiegare come mai, detto tutto ciò, ci si accapigli tanto sulle parole, specie in quanto nomi.

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Sembra in verità, con buona pace dei sofisti, che la parola cane morda.

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Anzi, a leggere certi discorsi, sembra che i cani mordano o no a seconda che li si chiami o no cani.

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Nel profondo delle nostre coscienze dura ancora l’idea che il nome sia la cosa anzi l’essenza stessa della cosa.

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IPSE DIXIT

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Ora anche i comunisti hanno scoperto tutti che la democrazia è un valore. Ai paleoliberali è dunque ora possibile rammentare quel che alcuni grandi del nostro secolo hanno predicato per insegnarci ad apprezzare diversi modi di ciò che si chiama appunto democrazia. Alla grande lezione che ci viene dal pensiero di sir Karl Popper introduce ora un bel volume antologico curato per l’Editrice La Scuola da Dario Antiseri (Logica della ricerca e società aperta, Brescia 1989). Nella sua Open Society and Its Ennemies (Londra 1954), Popper scriveva: «La democrazia non può compiutamente caratterizzarsi solo come governo della maggioranza, benché l’istituzione delle elezioni generali sia della massima importanza. Infatti una maggioranza può governare in maniera tirannica Il criterio di una democrazia è questo: i governanti possono essere licenziati senza spargimento di sangue». E Popper aggiunge: «Se gli uomini al potere non salvaguardano quelle istituzioni che assicurano alla minoranza la possibilità di lavorare per un cambiamento pacifico, il loro governo è una tirannia».

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Domanda: se certi dirigenti durano al governo per mezzo secolo, la loro è o no una tirannia? No, se si dimostra che hanno salvaguardato le istituzioni (per esempio il libero accesso generale a una libera stampa) che garantiscono le minoranze. E altrimenti?

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VOCABOLARIO

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Personazione. I vocabolari dell’inglese britannico e americano registrano da tempo personation, un vocabolo in uso almeno dagli anni Settanta per indicare il processo di costruzione e stabilizzazione della personalità. In italiano la parola è usata come ovvia (dunque, parrebbe, da tempo) negli scritti di Giovanni Bollea e collaboratori, per esempio nell’importante fascicolo di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dedicato a Ritardo mentale e disabilità di apprendimento.

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USI E ABUSI

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Schedulato. In volo da Parigi a Pisa i passeggeri (tra cui il direttore del Centro di Documentazione Giuridica del Cnr, il prof. Antonio Martino) si sentono dire dal comandante che il volo, che ai passeggeri pare in ritardo, è partito «all’orario schedulato». Qualcuno protesta per il neologismo inaudito, trasposizione di on schedule, secondo il piano previsto. In italiano schedulato non aveva ancora cittadinanza. Ma dai tempi dei Azzeccagarbugli siamo bravi a trovare un po’ di latinorum o d’amerecano per coprire i nostri difetti.

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Una comunità dispersa due volte

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Popper (citato qui accanto) insegnava a diffidare delle teorie cospiratorie degli accadimenti sociali. Anche don Milani. Il quale però ai responsabili dell’indipendente convergere di più linee d’azione verso un medesimo risultato negativo amava riconoscere «l’aggravante della buona fede».

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Probabilmente non c’è stato un cervello unico capace di progettare lo scardinamento delle comunità neogreche e albanesi nel Sud d’Italia. E tuttavia è impressionante l’analisi accurata dei fattori convergenti che hanno portato a ciò. La diaspora degli Albanesi nelle regioni del Sud d’Italia in età rinascimentale luogo in questo dopoguerra a un processo di sfaldamento e dispersione: La diaspora della diaspora. Questo il fenomeno e questo il titolo d’un bel volume collettivo, curato da Mario Bolognari per la Ets editrice di Pisa, in cui economisti, demografi, storici, sociologi studiano la dispersione delle comunità albanesi dalle loro sedi iniziali alle grandi città italiane e ai paesi stranieri.


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