Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
È stata avanzata l’ipotesi che le parole comunista, al pari d’altre parole della politica, come sillano o guelfo, «sia presto ridotta a indicare un movimento o una posizione politica tra le tante della storia del mondo» (Tristano Bolelli)…
Naturalmente con le parole (e con gli altri eventi umani, tutti figli della libertà storica) può accadere di tutto. Non molto più d’un secolo fa democrazia e democratico erano parole invise agli spiriti e ai gruppi più progressivi. E nel giro di poche generazioni sono diventate parole che tutti invocano per sé e la propria parte.
Difficile dire del futuro. Al presente, varrà la pena rammentare che comunismo designa un ideale assetto sociale, che valorizzi ciò che v’è di comune tra gli esseri umani, aspirazione antica e spesso riproposta nei tempi moderni. Le atrocità commesse in nome di quell’aspirazione difficilmente bastano a cancellarla e a cassarne il nome, come non hanno cassato il nome del cristianesimo o del liberalismo brutture, atrocità, orrori manifestatisi all’insegna di quelle parole.
Il partito italiano che porta da settant’anni questo nome farà quel che crederà opportuno. Chi ami riflettere, osserva che quell’idea ha respiro storico più lungo della vita d’un partito. Elementi di quell’idea sono patrimonio comune anche a chi rifugge dal proclamarsi comunista. Non senza lotte, certo, molto del programma comunista stilato da Marx ed Engels al termine del “Manifesto” è diventato sostanza di gran parte delle società progredite anche in Stati che non si sono detti e non si dicono comunisti.
IPSE DIXIT
Nel presentare l’incontro di Roma su Wittgenstein (“Il Paroliere” 26 novembre), si osserva che il pensiero filosofico austriaco è ancora lontano dall’esser conosciuto con l’ampiezza desiderabile.
Un bel documento dell’ancora non sufficiente dimestichezza con l’opera di Wittgenstein è offerto, in un autorevole quotidiano italiano, dal professor Sebastiano Maffettone: «Da quando ho letto le “Osservazioni sulla filosofia della psicologia” di Wittgenstein, spesso mi capita di avere strane visioni di paperi che diventano conigli e viceversa. E più ancora mi preoccupo di non riuscire a guardare dentro di me, e neanche a esprimer quel che vi accade, dopo i numerosi attacchi alla nozione di introspezione che lo steso Wittgenstein ha così devastantemente portato dalle celebri “Ricerche filosofiche” in poi (cioè dal 1950 circa)».
Queste frasi sono un tal intrico di asserti sbagliati da suscitare il sospetto che esibiscano una forma di dissimulazione ironica del sapere. Ma l’ironia comporta il dire “non so” e non il dire cose sbagliate. Wittgenstein è morto nel 1951, sicché dalle “Ricerche” in poi egli non poté portare alcun devastante attacco aetatis o, meglio, mortis ratione. Meglio dunque è ritenere queste frasi non ironiche e, invece, prova di un benvenuto, pur se ancora incerto accostamento del Maffettone all’opera di Wittgenstein.
VOCABOLARIO
Disutilità. La parola non è un neologismo, appartiene anzi già al fondo antico della nostra lingua, e non è sfuggita ai vocabolari. Ma accanto all’accezione generale e generica di “assenza d’utilità, inutilità”, meriterebbe menzione nei vocabolari, anche di destinazione scolastica, la nozione più specifica di “utilità negativa”, nel senso che la teoria economica dà al termine. Se ne occupa con la sua esemplare chiarezza Alessandro Roncaglia, nei recenti “Lineamenti di economia politica”. Non si creda che il valore specifico sia riassorbibile nel generico: certi costi o disutilità sono di grande utilità.
USI E ABUSI
Scambista. Diversamente da altri europei gli italiani non amavano l’idea di cedere ad altri la propria casa durante viaggi e vacanze, magari facendo a cambio con la casa degli ospitati. Ora il costume va prendendo piede per iniziativa di singoli o tramite agenzie. Per designare chi segue questa pratica è nato l’uso di servirsi del sostantivo scambista.
Indovinate qual è il paese che manca?
Il problema della mutua comprensione tra europei di lingua diversa è centrale per gli sviluppi della Cee. Una via, è sviluppare nelle scuole e nelle università di ciascun paese la quantità e la qualità degli insegnamenti di lingue moderne per esso straniere. È nato così “The Lingua Programme”, diretto da un comitato internazionale nel quale seggono due rappresentanti per ciascuno Stato. Il comitato si è dotato anche di un “technical support team” (13 avenue Michel-Ange, B-1040 Brussels). In tutti i paesi meno uno.
Uno dei paesi della Cee non ha designato i suoi rappresentanti e del progetto Lingua, con annessi stanziamenti, fruiscono per ora di altri paesi. Della mancata designazione sono responsabili il ministro della Istruzione e il ministro della Ricerca Scientifica di quel generoso paese (generoso perché regala così fondi agli altri). Quiz per i lettori del “Paroliere”: qual è questo paese? Tra quanti invieranno la risposta esatta sarà sorteggiata e inviata a mie spese una copia dello “Spirito delle leggi” di Augusto Frassineti (Il Mulino).
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