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Perché non dirsi comunisti?

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 10 dicembre 1989


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È stata avanzata l’ipotesi che le parole comunista, al pari d’altre parole della politica, come sillano o guelfo, «sia presto ridotta a indicare un movimento o una posizione politica tra le tante della storia del mondo» (Tristano Bolelli)
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Naturalmente con le parole (e con gli altri eventi umani, tutti figli della libertà storica) può accadere di tutto.
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Non molto più d’un secolo fa democrazia e democratico erano parole invise agli spiriti e ai gruppi più progressivi.
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E nel giro di poche generazioni sono diventate parole che tutti invocano per e la propria parte.
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Difficile dire del futuro.
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Al presente, varrà la pena rammentare che comunismo designa un ideale assetto sociale, che valorizzi ciò che v’è di comune tra gli esseri umani, aspirazione antica e spesso riproposta nei tempi moderni.
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Le atrocità commesse in nome di quell’aspirazione difficilmente bastano a cancellarla e a cassarne il nome, come non hanno cassato il nome del cristianesimo o del liberalismo brutture, atrocità, orrori manifestatisi all’insegna di quelle parole.
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Il partito italiano che porta da settant’anni questo nome farà quel che crederà opportuno.
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Chi ami riflettere, osserva che quell’idea ha respiro storico più lungo della vita d’un partito.
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Elementi di quell’idea sono patrimonio comune anche a chi rifugge dal proclamarsi comunista.
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Non senza lotte, certo, molto del programma comunista stilato da Marx ed Engels al termine del Manifesto è diventato sostanza di gran parte delle società progredite anche in Stati che non si sono detti e non si dicono comunisti.
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IPSE DIXIT
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Nel presentare l’incontro di Roma su Wittgenstein (Il Paroliere 26 novembre), si osserva che il pensiero filosofico austriaco è ancora lontano dall’esser conosciuto con l’ampiezza desiderabile.
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Un bel documento dell’ancora non sufficiente dimestichezza con l’opera di Wittgenstein è offerto, in un autorevole quotidiano italiano, dal professor Sebastiano Maffettone: «Da quando ho letto le Osservazioni sulla filosofia della psicologia di Wittgenstein, spesso mi capita di avere strane visioni di paperi che diventano conigli e viceversa. E più ancora mi preoccupo di non riuscire a guardare dentro di me, e neanche a esprimer quel che vi accade, dopo i numerosi attacchi alla nozione di introspezione che lo steso Wittgenstein ha così devastantemente portato dalle celebri Ricerche filosofiche in poi (cioè dal 1950 circa)».
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Queste frasi sono un tal intrico di asserti sbagliati da suscitare il sospetto che esibiscano una forma di dissimulazione ironica del sapere.
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Ma l’ironia comporta il dire non so e non il dire cose sbagliate.
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Wittgenstein è morto nel 1951, sicché dalle Ricerche in poi egli non poté portare alcun devastante attacco aetatis o, meglio, mortis ratione.
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Meglio dunque è ritenere queste frasi non ironiche e, invece, prova di un benvenuto, pur se ancora incerto accostamento del Maffettone all’opera di Wittgenstein.
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VOCABOLARIO
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Disutilità.
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La parola non è un neologismo, appartiene anzi già al fondo antico della nostra lingua, e non è sfuggita ai vocabolari.
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Ma accanto all’accezione generale e generica di assenza d’utilità, inutilità, meriterebbe menzione nei vocabolari, anche di destinazione scolastica, la nozione più specifica di utilità negativa, nel senso che la teoria economica al termine.
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Se ne occupa con la sua esemplare chiarezza Alessandro Roncaglia, nei recenti Lineamenti di economia politica.
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Non si creda che il valore specifico sia riassorbibile nel generico: certi costi o disutilità sono di grande utilità.
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USI E ABUSI
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Scambista.
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Diversamente da altri europei gli italiani non amavano l’idea di cedere ad altri la propria casa durante viaggi e vacanze, magari facendo a cambio con la casa degli ospitati.
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Ora il costume va prendendo piede per iniziativa di singoli o tramite agenzie.
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Per designare chi segue questa pratica è nato l’uso di servirsi del sostantivo scambista.
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Indovinate qual è il paese che manca?
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Il problema della mutua comprensione tra europei di lingua diversa è centrale per gli sviluppi della Cee.
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Una via, è sviluppare nelle scuole e nelle università di ciascun paese la quantità e la qualità degli insegnamenti di lingue moderne per esso straniere.
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È nato così The Lingua Programme, diretto da un comitato internazionale nel quale seggono due rappresentanti per ciascuno Stato.
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Il comitato si è dotato anche di un technical support team (13 avenue Michel-Ange, B-1040 Brussels).
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In tutti i paesi meno uno.
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Uno dei paesi della Cee non ha designato i suoi rappresentanti e del progetto Lingua, con annessi stanziamenti, fruiscono per ora di altri paesi.
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Della mancata designazione sono responsabili il ministro della Istruzione e il ministro della Ricerca Scientifica di quel generoso paese (generoso perché regala così fondi agli altri).
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Quiz per i lettori del Paroliere: qual è questo paese?
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Tra quanti invieranno la risposta esatta sarà sorteggiata e inviata a mie spese una copia dello Spirito delle leggi di Augusto Frassineti (Il Mulino).

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