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È ora di studiare la seconda lingua

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 09 luglio 1989


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Entriamo nell’Europa, a maggioranza enorme chiediamo un rafforzamento dei poteri delle sue istituzioni.

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All’europeismo delle intenzioni e del voto corrisponde ancora poco sul piano della realtà effettiva.

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Ciò è evidente sul piano linguistico: un piano che interessi editoriali, pratiche scolastiche, meccanismi corporativi presentano scisso in due, italiano e lingua straniera, L1 e L2 come amano dire i siglaioli; e che, invece, è profondamente unitario.

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Siamo arrivati buoni ultimi nel secolare processo di creazione e acquisizione di un’unica lingua circolante in tutta l’area nazionale. Trent’anni fa essa era ignota al 64 per cento e solo il 18 per cento dichiarava di parlarla d’abitudine.

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Solo le generazioni più giovani, in questi anni (e grazie alle migrazioni interne e alla tv più che grazie alla scuola), si sono impadronite dell’italiano, ormai quasi al 90 per cento. Altrove, processi analoghi sono avvenuti da secoli. E, nell’Europa più evoluta, grazie alla scuola.

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Impegnata nello sforzo di impadronirsi nella sua lingua, la società italiana si è dedicata assai poco ad arricchire il repertorio linguistico collettivo con la conoscenza di altre grandi lingue di cultura. I dati Istat (Il Paroliere, 11 giugno) non stupiscano: quasi il 70 per cento si dichiara candidamente estraneo a ogni rapporto, scritto, parlato, balbuito, con una L2.

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E ora ricercatori come Stefania Nuccorini stanno impietosamente o meritatamente alzando il velo che copre l’altro 30 per cento. Fatta l’Europa, adesso bisogna fare gli europei.

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IPSE DIXIT

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Leopardi elogiava l’imitazione come fonte della memoria e della stessa suprema facoltà inventiva. Qualcuno non è d’accordo. Ora grazie alla sagace registrazione di Ludovica Ripa di Meana possiamo leggere tutti, tra le molte sentenze memorabili di Gianfranco Contini (Diligenza e voluttà, Mondadori, 1989), questa sulla memoria: «Io sono grato ai miei insegnanti che mi hanno fatto esercitare la memoria, anche insegnanti mediocri ma che, da un giorno all’altro, prescrivevano un numero ingente di ottave del Tasso. E la cosa fu di importanza capitale perché, in questo modo, uno si fa un tesoro. Purtroppo, il costume di imparare a memoria è caduto dalle scuole L’assenza di memoria mi pare che sia molto grave». E più oltre: «Io penso che, se risorgesse la memoria, e anche se l’istituto della memoria fosse protetto nei luoghi debiti potrebbe cambiare il panorama della letteratura in Italia».

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Un po’ prima Contini rammenta la diffusa e larga memoria della poesia in Russia, tra le gente russa, e scrive: «Ho l’impressione che un riuso della memoria potrebbe rappresentare una potente infusione di poesia nel nostro corpo nazionale. Forse forse la mediocrità, la modestia del livello attuale è dovuta al fatto che è prodotto da gente senza memoria, con memoria non addestrata».

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VOCABOLARIO

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Shampato. Reietto, finora, dai vocabolari, anche dai repertori di mostri e novità, usato gergalmente come derivato di shampoo, adesso affiora anche nello scritto corrente. Per esempio nel Messaggero del giugno il cronista Salvatore Taverna ci informa che il ministro Gianni De Michelis è apparso, per una volta, «shampato in maniera meravigliosa». L’evento val bene un neologismo.

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USI E ABUSI

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Immersi fino al midollo. Fedele lettore dei giochini linguistici di Eco (in epoche remote e non neglette perfino coautore di alcuni), non ricordo d’aver mai visto fatto da lui il gioco che fonde sensatamente due idioms, due frasi fatte come, ad esempio, «bersi una notizia come brodo colato», «darsi la zappa sotto i piedi». È un genere di lapsus diffuso. Un esempio viene dai discorsi per l’inaugurazione del 427° anno accademico dell’Università di S. dove un midollo ha rubato il posto a collo e leggiamo: «Gli studenti sono immersi fino al midollo in questo humus magmatico». Parole non ci appulcro.

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Ben vengano nuove introduzioni

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Per lo meno nelle scienze umane, le presentazioni istituzionali e, ancor più, quelle divulgative di un campo di studi non possono e non dovrebbero ignorare la dimensione nazionale del pubblico cui si rivolgono. In mancanza di meglio, bene vengano le introduzioni pensate per pubblici altri. Ma in ogni settore di studi ci si dovrebbe rimboccare le maniche per avere sia i que sais-je? sia i manuali istituzionali, universitari, pensati per la nostra lingua.

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Il Mulino, casa editrice benemerita per l’immissione in Italia di tante introduzioni pensate altrove, da vario tempo e con grande fatica lavora, nel settore degli studi linguistici a procurare introduzioni italiane. Alle due introduzioni allo studio della lingua francese e della lingua tedesca di Charmaine Lee e, rispettivamente, Federico Albano Leoni e Elena Morlicchio, si affianca ora la Introduzione allo studio della lingua inglese di Thomas Frank, da tanti anni docente nelle nostre università meridionali e studioso di storia della linguistica e di storia linguistica inglese. Con lui, per l’ultimo capitolo (sulla presenza delle diverse varietà d’inglese in Italia), ha collaborato Silvana La Rana.

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Il libro è un modello di chiarezza. Si presenta la situazione dell’inglese nel mondo d’oggi, poi le sue strutture, le diverse varietà storiche di inglese dal Medioevo a oggi, i diversi tipi di inglese (britannico, nord-americano, ecc.), i dialetti sociali e l’inglese in Italia. Un’opera meritoria.


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