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Salviamo le lingue delle minoranze

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 8 gennaio 1989


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In uno speciale del 10 dicembre L’Osservatore romano ha pubblicato il messaggio di papa Giovanni Paolo II per la giornata mondiale della pace, il gennaio 1989.

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Il messaggio, in quindici punti, è dedicato alle minoranze etniche e nazionali.

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Risuonano accenti di speranza: «in questo momento di distensione internazionale, dovuto a intese e mediazioni che fanno intravedere possibili soluzioni in favore di popoli vittime di conflitti sanguinosi», i problemi dei rapporti tra maggioranze nazionali e minoranze si presentano solubili in modi nuovi.

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Un’importante capitolo teorico (il terzo) recupera all’attualità politica la lezione evangelica del «costruttivo sviluppo di ciò che ci distingue come individui e come popoli virgola di ciò che rappresenta la nostra identità». Territorio, cultura, lingua, credenze religiose sono gli elementi del patrimonio da promuovere, attraverso la scuola, le iniziative degli Stati e la maturazione di un nuovo rispetto per la diversità punto le minoranze hanno il dovere di evitare atteggiamenti estremistici e terroristici, ma sta alle maggioranze costruire la pace attraverso la promozione attiva del rispetto delle minoranze.

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Nei vari paesi parecchi grandi giornali hanno dato rilievo soltanto agli accenni al terrorismo. Ignorando il resto del discorso.

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Piero Ardizzone, presidente della sezione italiana dello European Bureau for Lesser Used Languages ha spedito il discorso ai nostri parlamentari che avevano giurato di discutere a novembre la legge 612 sulle minoranze in Italia. Leggeranno? Capiranno?

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IPSE DIXIT

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L’ossimoro (ossìmoro alla greca) è uno dei tanti modi con cui, nel parlare e scrivere, diamo riconoscimento alle contraddizioni di cui è intrisa la nostra esperienza. Nel linguaggio di una società complessa è una necessità fargli posto, come suggerì Aldo Moro nel suo ultimo articolo, lui che era stato inventore di uno dei più celebri ossimori della politica italiana, le convergenze parallele. Questo è in effetti etimologicamente è in retorica un ossimoro: un detto acutamente stupido, un’ottusa acutezza.

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«Estremista del conformismo» è un bell’esempio di drammatico ossimoro qui ha fatto ricorso Michele Serra per spiegare le sue idee sui drogati (l’Unità, 10.12.1988). Tra le molte cose che la società supermercato ci offre «come surrogato della felicità», il drogato sceglie la più esclusiva e costosa. I drogati sono figli legittimi del nostro sistema di valori, un anello debole della nostra catena dei consumi: «Noi ci fermiamo allo stereo, lui, il drogato, arriva all’eroina». In questo senso, è un «estremista del conformismo».

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L’espressione e virgola nella comune infelicità, felice. Serra, come sa chi lo segue, è tra i nostri giornalisti più sorvegliati nello scrivere e, quindi, più sensibili anche alle più sottili modificazioni espressive.

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VOCABOLARIO

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Brunch. Un breakfast, prima colazione, molto ritardato; un lunch, seconda colazione molto anticipato: questo, nell’uso familiare nordamericanno e britannico, è il brunch. Non sfuggito da tempo ai buoni vocabolari bilingui, circola da tempo in Italia. Su n volantino di rudi studenti della desolata Tor Vergata si legge che, dopo una lezione di Carlo Bernardini, alle 12,30 c’è un brunch.

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USI E ABUSI

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Psic(o)analisi. Alfredo Todisco ha spiegato nel Corriere della Sera che psicoanalisi con la o è più conforme all’originale di Freud (1896), mentre la grafia senza o sarebbe dovuta a influenza francese. Omettono la o i lessicografi e molti altri (da Gramsci a Pasolini). Il partito con la o, minoritario, incute rispetto: le prime attestazioni, Svevo, Musatti e Calvino, le edizioni Boringhieri. Etimi e analogia non ci aiutano: non diremmo logoaritmo, ma nemmeno autambulanza. All’uso futuro, forse, la scelta.

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Rinneghiamo quello straniero

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Anche in Germania è tempo di discussioni linguistiche. La Frankfurter Allgemeine Zeitung del 2 novembre ospita un articolo di Jürgen Erich Schmidt di toni preoccupanti. Altrui ricerche rivolte a storicizzare la concezione linguistica di Saussure (soltanto gli sciocchi, come Goethe insegnava, hanno il dubbio vantaggio di essere sempre «originali di prima mano») sono stravolte da Schmidt per sostenere che Saussure, tapino, non inventò niente: sapevano già tutto (e meglio) i linguisti tedeschi del secondo Ottocento. Ma Bally e gli altri poveri ginevrini, ignari di tedesco scambiarono le lezioni di Saussure per alcunché di originale e crearono la leggenda dell’originalità di Saussure. Schmidt non si cura di spiegare come mai a tale leggenda abbiano contribuito studiosi di tutto il mondo, e tedeschi anche, di lingua e patria, come Streitberg, Jaberg o Wackernagel.

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AGENDA

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Ricchezza e rigore caratterizzano il libro di Harald Weinrich, da noi ben noto per gli studi di linguistica della menzogna e sul tempo narrativo. Il suo recente Vie della cultura linguistica (Deutscher Taschenbuch Verlag, novembre 1988), discute tradizioni, norme attuali e futuro della lingua tedesca, in modi accessibili anche al non specialista.

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Roberto Giacomelli pubblica un accurato lavoro su molte parole tipiche del linguaggio di molti giovani (soprattutto italiani) più legati al mondo del rock, dagli anni Sessanta a oggi: Lingua Rock (Morano editore).


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