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Quanti errori sulla scuola!

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 07 gennaio 1990
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page116
Column1-4


[1]
Beniamino Placido (Repubblica, 12 dicembre) lamenta l’esistenza di colleghi che stanno col fucile spianato a cogliere e sbeffeggiare ogni errore di chi scriver per giornali.
[2]
In effetti, ci sono attività migliori che passare il tempo a rivedere le bucce altrui.
[3]
E se un noto articolista proclama che razzismo è un aggettivo, meglio ridersene e tirare via.
[4]
Ma c’è errore e errore, sciocchezza e sciocchezza.
[5]
Un errore consistente nella bieca ignoranza di aspetti essenziali della questione di cui si pretende di parlare, quello forse non bisognerebbe lasciarlo passare.
[6]
Anche Placido credo che sia d’accordo.
[7]
D’accordo è certamente Adriano Colombo che, a partire dal numero 5 di Italiano e oltre, inaugura una rubrica, Cattive parole, dedicata a vagliare i casi più clamorosi di incompetenza tra quanti nei giornali, a raffiche periodiche, pretendono di parlare di scuola.
[8]
Lo spiedo di Adriano Colombo infilza, nella rubrica inaugurale, alcune inesattezze scritte dallo stesso Placido, da Gianni Vattimo e da Corrado Augias.
[9]
Il filo comune che le lega è l’ignoranza su quelle che sono le strutture, i canali e i programmi delle nostre scuole.
[10]
La scuola, come la lingua, come la distribuzione dei redditi, è un argomento basso: buono al massimo come pretesto, quando faccia notizia, per elzevireggiare sulla decadenza dei tempi e dei costumi; ma non come materiale di osservazione diretta, di studio e di ben fondata discussione.
[11]
IPSE DIXIT
[12]
Qualche anno fa un libretto di Christopher Cerf e Victor Navasky mise alla berlina le molte asserzioni e profezie sballate solennemente proclamate da esperti di chiara fama.
[13]
Bisognerebbe bilanciarlo con una raccolta di asserti che, dopo essere apparsi a lungo incredibile, si sono rivelati di buon conio.
[14]
Il numero 3 di Allegoria, rivista di letteratura edita da Franco Angeli, recupera e traduce il testo di una conferenza tenuta da Thomas Mann il 3 novembre 1941 a Chicago.
[15]
Nell’esordio del discorso, intitolato I fondamenti di una pace duratura, Mann affermava: «Il socialismo e la democrazia hanno da tempo cessato di proporsi come alternative. È sull’incontro e sull’accordo dei due sistemi che si basano la speranza del mondo, la riforma sociale e il rinnovamento della democrazia occidentale e l’umanizzazione del collettivismo orientale nella prospettiva di un riconoscimento dei valori e dei diritti dell’individuo. Io credo che la prima delle due realtà sia a buon punto e che la seconda non sia impossibile, così come credo che a ciò debba poi fare seguito una ulteriore combinazione politica. È inevitabile, signore e signori, che un pensiero di speranza influenzi i nostri progetti per il futuro. Un pensiero di speranza, è stato detto, può essere pericoloso Ma d’altronde, che cosa sarebbe l’uomo senza pensieri di speranza?».
[16]
VOCABOLARIO
[17]
Taroccato.
[18]
Soltanto in dialetti e gergalmente si potevano sentire fino a qualche tempo fa tarocco nel senso di imbroglio (forse sviluppatosi da quello di ciarla) e taroccare imbrogliare, alterare.
[19]
Ora dai dialetti settentrionali l’uso si va diffondendo, è arrivato a Roma dove è asceso agli onori del telegiornale serale.
[20]
Grazie a una gentile lettrice sappiamo che il Tg 1 delle 2O ha parlato (il 9 novembre) di un motorino taroccato, contraffatto.
[21]
USI E ABUSI
[22]
Subsidenza.
[23]
La parola era ed è ben inserita nei vocabolari col suo valore tecnico di cedimento, sprofondamento lento entro la crosta terrestre.
[24]
Un folto gruppo di ambientalisti, irritati da un articolo di Rossana Rossanda, nel Manifesto del 4 novembre scrive per protestare e riaffermare l’avversione per l’industriale Raul Gardini.
[25]
Per rendere ben chiaro il loro pensiero Falqui, Ronchi, Mattioli e gli altri ambientalisti scrivono che in loro non c’è «alcuna subsidenza verso Gardini e il suo impero finanziario».
[26]
E il cognome divenne nome comune
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Un vecchio e classico libro di Bruno Migliorini, Dal nome proprio al nome comune, sta forse per arricchirsi di un nuovo paragrafo.
[28]
In un simpatico negozio di Roma, Poignée in via Bocca di Leone, mi era capitato di sentire ripetutamente brugolare e brugolatura, derivati, assenti nei vocabolari, del sostantivo brugola che, col suo valore di vite con testa a incavo esagonale, è registrato nel solo Zingarelli (Il Paroliere, 12 novembre).
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Qui si anche, come incerto, un possibile etimo: dal latino veru, spiedo.
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Ora scrive l’ingegner Giuseppe Lopez, da Sirtori (Como): «Le viti brugola alcuni anni fa erano fabbricate solo dalla ditta Egidio Brugola di Lissone e così tutti le chiamavano viti Brugola e poi, per brevità, brugola. Tuttora la ditta Brugola è uno dei principali fabbricanti di viti con testa esagonale e altri fabbricanti si guardano bene dal chiamare brugola le loro viti con testa esagonale».
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Effettivamente Brugola è un cognome diffuso nella zona di Lissone e opera, con la sigla Oeb, la vecchia dita di Egidio Brugola.
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Unico punto dubbio è che, a quanto pare, non tutti i costruttori sanno che brugola non è commercialmente, un nome comune.
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Le notizie dell’ingegnere, comunque, sono tali da mettere in forse il già dubbio etimo di Zingarelli.

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