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Se si trascura casa propria

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 06 novembre 1988
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia.
Page186
Column-


[1]
Negli ultimi mesi parecchi giornali italiani hanno parlato di tàtari e armeni, di sloveni e serbi e croati, e delle delibere della Cee in materia linguistica.
[2]
A volte le rivendicazioni linguistiche e nazionali fanno comodo in funzione banalmente strumentale a quel tipo di polemica che negli Usa hanno chiamato «afghanistanism»: guardare lontano e trascurare casa propria.
[3]
Se di afganismo non si trattasse, giornali così sensibili alle sorti del turco osmanli in Urss sguinzaglierebbero corrispondenti per vedere che fine sta facendo l’occitanico in Piemonte o lo sloveno nell’Udinese.
[4]
Ci sono anche profonde ragioni storiche e culturali in questo atteggiamento della nostra stampa.
[5]
Ma è certo che oggi alla sua base ci sono anzitutto disattenzione e ignoranza delle condizioni reali del mondo contemporaneo.
[6]
Il risorgimento delle nazionalità ne è diventato un tratto profondamente costitutivo, in una con i processi di accentuazione della comunicazione planetaria.
[7]
Sempre di più lo scontro di lingue e di modi d’uso della stessa lingua è un terreno di grande valenza civile e politica.
[8]
Qualcuno addebita a Saussure o Gramsci, al tedesco Utz Maas o («si parva») perfino a me questo punto di vista.
[9]
Ma lo insegnava bene già Aristotele: senza linguaggio e parola, nessuna decisione sul giusto e sull’utile e nessuna società civile; e senza l’ansia umana di associarsi, niente linguaggio o parola.
[10]
L’arte del dire e l’arte politica sono due facce d’un’unica realtà: questo scoprirono ad Atene.
[11]
Ma il dispaccio non è ancora arrivato nelle redazioni dei giornali italiani.
[12]
Mandiamogli un fax, con qualche pagina della Politica e della Retorica.
[13]
IPSE DIXIT
[14]
Non è stato bello leggere nel Corriere della Sera Gianfranco Piazzesi intento a spiegare che, poi, via!, Vecchio O Giovane non è gran differenza.
[15]
Migliore è stata la figura di Bettino Craxi che, rimproverando scherzosamente il suo alter ego Ghino di Tacco, ha ammesso francamente d’aver sbagliato e confuso i due Plinii.
[16]
Quel che a pensare non è tanto l’errore, quanto il ricorso a fonti latine, l’aspirazione a dotte citazioni.
[17]
Nello stile di Craxi è un fatto nuovo.
[18]
A metà degli anni Settanta, Craxi entrò di prepotenza a gamba tesa, nell’arena politica nazionale.
[19]
Ai periodi complessi, bilanciati, sinuosi di altri leader, alle loro espressioni sottili, talvolta inconsuete (come un inciprignito di Enrico Berlinguer), egli contrappose discorsi di taglio diverso: centrati sul suo self, presentato come quello d’un uomo concreto, insofferente di indugi, di «opere lasciate a metà», che parla perciò semplice e diretto, duro, se serve, e più spesso confidenziale, casalingo.
[20]
Studiosi non sospettabili di piaggeria, Mario Medici e l’acuta e ironica Paola Desideri, hanno rilevato vantaggi e meriti di questo stile.
[21]
Ma ci sono anche rischi, quelli d’una semplificazione eccessiva e del pantofolismo buonsensaio.
[22]
Non sempre Craxi li ha evitati.
[23]
Qualcuno lo ha punzecchiato.
[24]
Il latinorum è un correttivo a questi rischi?
[25]
Il rimedio sarebbe peggiore del male.
[26]
VOCABOLARIO
[27]
Pasticcere.
[28]
Dopo la industria lattiera e i prodotti conservieri (già debitamente ascritti ai vocabolari), ecco avanzarsi, dolcissima, la tradizione pasticcera (e meglio sarebbe se fosse pasticciera con la i).
[29]
Non sono aggettivi di particolare grazia o dovuti a forte necessità.
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Si sospettano nati all’incrocio tra onesti settori produttivi, semiartigianali, e sussiegose burocrazie regolamentiere.
[31]
Ma l’irritazione verso il nuovo aggettivo si placa, quando lo si vede stampato dentro una scatola di buonissimi anicini genovesi.
[32]
USI E ABUSI
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Gaudista.
[34]
Ecco uno sbaglio che, per fortuna, non ha fatto lingua.
[35]
L’errore fu commesso nel 1930 da un prefetto che qualificava così, scrivendo da Pisa alla Questura di Perugia, Aldo Capitini, uomo mitissimo, ma per i questurini pericoloso in quanto antifascista.
[36]
Il prefetto, a sua volta, avrà letto e capito male qualche nota in cui il giovane Capitini era detto seguace di Gandhi e, quindi, gandista.
[37]
Ma gaudista fu.
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E per quarant’anni.
[39]
Finito il fascismo storico, ancora negli anni Sessanta (come rivela Clara Cutini), Capitini restò schedato.
[40]
E sempre restò, misteriosamente, gaudista.
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Devoto, il più romantico dei cartesiani
[42]
Giacomo Devoto, il grande storico della antica lingua di Roma e dell’Italia linguistica moderna, morì a settantasette anni nel dicembre 1974.
[43]
Dieci anni dopo, il Comune ligure di Borzonasca, donde traeva origine la famiglia, e il Circolo linguistico fiorentino, sua ancor vitale creatura, organizzarono due giornate di ricordo, studio, riflessione.
[44]
Ora gli atti vedono la luce (Atti e memorie dell’Accademia La Colombaria, vol. 53, 1988, pagine 221-330).
[45]
Eugenio Garin, anzitutto, e poi allievi, da Mastrelli ai più giovani, Prosdocimi, Maria Luisa Altieri Biagi, Anna e Paolo Ramat, Scardigli, ci restituiscono il senso della persona e dell’opera di Devoto, «Il più cartesiano dei romantici», come una volta disse Benedetto Marzullo.
[46]
E aggiunse: «E il più romantico dei cartesiani».

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