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È francese, anche se manca un accento

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 5 marzo 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page184
Column1-4


[1]
Se si abolisce l’accento circonflesso, come faremo a sapere che testament e tête sono parenti?
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Con questa angosciosa domanda Le Monde, 8 febbraio), il Professor Chouard interviene nel dibattito sulle riforme dell’ortografia francese.
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Senonché si il caso che tête, dal latino testa guscio, coccio, non abbia niente a che fare con testamentum da testis il terzo, il teste.
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Se gli argomenti degli oppositori sono tutti qui...
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In francese, come si sa, la distanza della grafia dall’oralità è grande (come in inglese) ed è, per dir così, sistematica.
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Il francese scritto rappresenta uno stato di lingua che l’orale si è lasciato da gran tempo alle spalle.
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A volere adeguare la rappresentazione scritta del francese all’oralità sarebbe necessaria una sconvolgente rivoluzione.
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Ci vorrebbero generazioni per riconoscere come il solito francese un francese neografico.
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Un gruppo di maestri, nel novembre scorso, aveva lanciato la proposta di introdurre un principio di tolleranza per quanto riguarda due punti: omissioni dell’accento circonflesso e confusioni tra accenti acuti e gravi.
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Nessuno ha fatto caso alla saggia proposta finché essa non è stata ripresa da un gruppo di linguisti (Gross, Quemada e altri) con un articolo in prima pagina su Le Monde del 7 febbraio.
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Non tutti gli argomenti a sostegno sono aurei.
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La tolleranza per chi scrive tache per dire sia macchia sia compito difficilmente favorirà la diffusione del francese all’estero.
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Invece consentirà ad allievi e maestri di non ipnotizzarsi su dettagli ortografici e di badare all’essenziale della lingua e della stessa ortografia.
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IPSE DIXIT
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Lidea che gli esseri umani siano «come le foglie», prima che a Giuseppe Giacosa era balenata alla poesia greca più antica.
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E che il paragone valesse non solo per le creature umane, ma anche per le loro parole, fu detto da Orazio.
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Qualcuno, forse ricordando ciò, ha proposto di recente di chiamare ceduo quel settore di vocabolario fatto di parole nuove che durano lo spazio d’un mattino.
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Ma ceduo vuol dire che si taglia, e meglio dunque sarebbe dire caduco.
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Tranne che la caducità caratterizza in vario grado ogni parola umana, come Orazio disse in versi che, da soli, valgono più d’un manuale di Stile:
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«Abbi la mano leggera, sii circospetto quando infili parole una dietro l’altra. Il meglio e se ti riesce di prendere un vocabolo già ben conosciuto e di renderlo come nuovo in un ingegnoso conte- sto. Beninteso, se proprio ti serve una parola nuova, magari un esotismo, usala. Non ha senso vietare a chi oggi scrive quel che fu permesso agli scrittori del passato. Proprio come i boschi a ogni anno cambiano foglie, cadono le parole di un’epoca. Miei cari, debemur morti, siamo destinati a perire, noi e le nostre parole. Ma le parole, loro, un giorno rinasceranno dopo essere scomparse, e cadranno a loro volta le parole oggi comuni. A patto che così voglia l’uso: e lui che comanda, e lui che detta legge, in materia linguisti- ca».
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VOCABOLARIO
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Grande Attrattore.
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Di attrattori hanno cominciato a parlare fisici e matematici almeno dalla metà degli anni Settanta.
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Di strange attractor parlarono Ruelle e Takens nel 1971 (mi informa Carlo Bernardini).
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Ora della parola si sono impadroniti i cosmologi.
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Le galassie non fuggono in tutte le direzioni.
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Ma paiono scorrere verso un punto, in direzione Croce del Sud, come subendo un richiamo denominato, con tanto di maiuscole, il Great Attractor, Grande Attrattore.
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USIEABUSI
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Prolifero.
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Una conduttrice delle presentazioni televisive di nuovi film usa a volte prolifero nel senso di prolifco: un regista molto prolifero.
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Non si tratta d’un quiproquo.
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In botanica, normalmente, prolifero si dice di fiori o bulbi che presentano proliferazione, patologica o no, cioè moltiplicazione di altre cellule.
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Fuori della botanica nel parlare comune si sente e legge qualche volta prolifero nel senso, etimologicamente corretto, di generante una prole numerosa.
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Per tale senso, si preferisce in genere prolifco.
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Ma l’uso e ammesso da diversi vocabolari (dellEnciclopedia Italiana, Zingarelli).
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Alla ricerca degli analfabeti nel mondo
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Alcuni anni fa, Fausto Fiorini, uno dei promotori di ((Eda, la rivista di educazione degli adulti, aveva cominciato a scrivere una storia dell’analfabetismo nel mondo. Due ampi blocchi sono stati ritrovati tra le sue carte quando (nel 1985) egli e mancato. Maria Corda Costa, direttrice della collana di scienze dell’educazione di Loescher, ha affidato a Lucio Pagnoncelli il compito di riprendere il disegno di Fiorini, svilupparlo e concludere la ricerca. Ne e nato questo libro, che viene ad affiancarsi a quello di Armando Petrucci, Scrivere e no (Editori Riuniti, 1987), integrandolo. Quale alfabetismo (questo e il ti- tolo del libro di Fiorini e Pagnoncelli) esplora sistematicamente la storia delle istituzioni scolastiche ordinarie e per adulti, con molta attenzione, cosa rara tra gli storici dell'educazione, per i condizionamenti e gli effetti linguistici della stratificazione scolare che esiste nelle nostre società e in Italia in particolare.
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AGENDA
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Un lettore di Padova, Fausto Viviani, pone un complesso problema di neologismi tecnici (cui risponderò a parte) e muove un appunto all’Ipse dixit del 29 gennaio, dedicato a Mrs.
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Thatcher, che, a un certo punto, e chiamata Lady Thatcher.
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Mea culpa.
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Il lettore ha ragione: non avendo gli adeguati titoli nobiliari, la signora Thatcher e una lady come ogni donna in inglese, ma non può fregiarsi di tale titolo seguito dal cognome.
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La rivista Rilindja Arbereshe di Cosenza (Via Brunetti 8) rievoca nel numero di dicembre 1988 il contributo degli albanesi d’Italia all’indipendenza d’Albania, nel 1912.

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