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I ragazzi d’oggi scrivono meglio

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 05 febbraio 1989
NewspaperL’Espresso
Publication placeRoma
Publication countryItalia
Page122
Column1-4


[1]
Il mensile Le Monde de l’éducation di gennaio tratta del patrimonio linguistico dellc giovani generazioni.
[2]
Come nel Regno Unito e in Italia (II Paroliere, 24 novembre, 4, 11 dicembre 1988, 29 gennaio 1989) cè chi parla di decadenza delle capacità linguistiche dei giovani anche in Francia.
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Christian Baudelot e Roger Establet hanno pubblicato da Seuil un libro per documentare che «les chimères de la décadence» volteggiano da gran tempo nei cieli francesi.
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Già dal secolo scorso si diceva che gli allievi al termine degli studi superiori non erano abili nel maneggio della lingua, ne controllavano la correttezza ortografica.
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Valutazioni globalmente negative dcl genere si sono succedute di generazione in generazione: i francesi d'oggi dovrebbero essere ormai àgrafi e àlali, commentano sarcasticamente i due Studiosi.
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In Italia le difficoltà espressive di adulti e giovani sono materia d'osservazione costante in qucsta pagina.
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Ma non si può asserire che ragazze e ragazzi d'oggi parlino e scrivano peggio di genitori e nonni.
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Abbiamo solo indizi e segnali in contrario, e spesso nettamente in contrario.
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A cominciarc dalla quantità d’anni di scuola superati con succcsso: 9,2 per i ventenni d’oggi; 5,4 per i babbi cinquantenni; 3,9 per i nonni settantenni, vissuti a lungo in unItalia per due terzi semianalfabeta.
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Pochi hanno la serenità d'ammetterlo.
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Lo ha fatto da par suo Aldo Visalberghi.
[12]
Al convegno Invito alla lettura" della Fondazione Bellonci ha raccontato dell’intelligente insegnamento che, a Trieste, gli impartiva Giani Stuparich: «Ho confrontato i miei scritti di allora con gli scritti dei ragazzi di oggi. Io ero mica male. Ma loro, questi ragazzi, sono per metà almeno più bra- vi».
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IPSE DIXIT
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In una lontana poesia Giovanni Giudici scrisse: «Dovremmo essere in molti, sbagliare in molti/ in compagnia di molti sommar i nostri vizi».
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Forse Giudici prende questa esortazione alla lettera ancora oggi.
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Certo, in un suo libro in uscita, Frau Doktor" (Mondadori), troviamo un bel documento dun inerziale comportamento collettivo nazionale.
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Con qualche fatica, tra anni Sessanta e Settanta la nostra cultura ha accettato l’idea che esistano e abbiano qualche peso tecniche di analisi dei linguaggi e del parlare da un punto di vista teorico e generale: Saussure, Wittgenstein, Jakobson, Martinet, Chomsky, Lyons hanno potuto pas- sare la dogana.
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Resta invece ferma ai posti di frontiera l'analisi storica e comparativa delle lingue (che, pure, è quella più ricca di tradizioni indigene nell'università).
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Lidea che le lingue mutino profonda- mente nel tempo e si rimodellino vicendevolmente, e che ciò sia oggetto di analisi certe, non passa.
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E stupisce che lingue di popoli eterogenei, lontani, abbiano radici comuni.
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Giudici si adegua a questa difficoltà nazionale.
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E ci mette del suo.
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La ricostruzione dei tratti comuni alle lingue indoeuropee e, scrive, una «infame balla razzista».
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Non è vero, anzi è vero l'esatto contrario.
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Ma nel vizio del rifiutare l'analisi storica delle lingue Giudici si ritrova con molti connazionali.
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VOCABOLARIO
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Attor(i)ale.
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Rita Cirio (LEspresso", 18 dicembre 1988) ha usato arte attoriale.
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Un lettore, Alberto Ricca, scrive da Lamezia per chiedere se è esatto, se non è meglio attorale" (che è registrato nel Garzanti) o attorico. Scartato attorio (o attoreo), aggettivo di attore in senso giuridico, per l’attore cinematografico o teatrale, e per l’attrice, non c’è un aggettivo ben stabilizzato e diffuso. migliore è la situazione in francese o inglese (dove cè un raro actorish"). Attoriale" (come settoriale) e "attorale (come dottorale) sono formazioni egualmente lecite entrambe per ora poco sostenute dall’uso. O no?
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USI E ABUSI
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Ero.
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L'abbreviazione di eroina era diffusa da tempo, anche nell’uso di questo settimanale o in Grazia, ed è registrato da repertori di parole nuove o gergali (autori Cortelazzo e Cardinale, Giacomelli, Forconi), ma non dai vocabolari delluso, anche i più aggiornati (Zingarelli, Duro).
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Adesso ero arriva all'onore dei titoli, come parola normale: Finanziere, schiavo dell’ero, spara al presunto spacciatore (II Secolo XIX, 17 gennaio 1989).
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Forse ci si dovrà rassegnare a ero, a malincuore.
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Gli albanesi d’Italia allo specchio
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Demetrio Emmanuele, insegnante calabrese e pubblicista, ha fondato e dirige la rivista italo-albanese Katundi Yne". In rapporto con le iniziativc della Comunità economica europea, che ormai scavalca le inerzie e negligenze del Parlamento e dello Stato italiani, ha ideato un progetto di alfabetizzazione linguistico-culturale nelle aree dell’Arberia, cioe dellItalia in cui si parla albanese.
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Arberia. Storia, cultura, folklore (Editrice II Coscile, Castrovillari) e il titolo di un volume di Emmanuele, funzionale appunto a questo progetto.
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Dopo un capitolo che rievoca la storia dell'insediamento degli albanesi in Italia, cè lillustrazione delle comunità albafone dagli Abruzzi alla Sicilia e delle personalità più significative di tali comunità.
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AGENDA
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Con la scomparsa di Andrea Viglongo, leditore e scrittore torinese amico di Gramsci, non ha cessato la sua attività la casa editrice che porta il suo nome.
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È bello che, in particolare, appaia puntuale anche quest’anno il tradizionale Armanach Piemonteis, curato ora da Franca Viglongo e Giovanna Spagarino Viglongo, con scritti in piemontese e italiano, versi e prose.
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Nuovi materiali per conoscere il linguaggio della pubblicità e quello dei pubblicitari.
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Da Lupelli (Milano) appaiono Spot Babilonia" di Katia Ferri, storia degli spot dal primo Carosello ai nostri giorni, corredata di molte immagini e testi, e Il Dizionario della pubblicità e comunicazione, di Giuseppe Maria- ni e Luisa Cortese, con il contributo di molti collaboratori per singole voci. Manfredi Vinassa de Régny ha scritto voci informatiche, Mauro Ferraresi voci sulla comunicazione ecc...

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