Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Il mensile “Le Monde de l’éducation” di gennaio tratta del patrimonio linguistico dellc giovani generazioni. Come nel Regno Unito e in Italia (“II Paroliere”, 24 novembre, 4, 11 dicembre 1988, 29 gennaio 1989) c’è chi parla di decadenza delle capacità linguistiche dei giovani anche in Francia.
Christian Baudelot e Roger Establet hanno pubblicato da Seuil un libro per documentare che «les chimères de la décadence» volteggiano da gran tempo nei cieli francesi. Già dal secolo scorso si diceva che gli allievi al termine degli studi superiori non erano abili nel maneggio della lingua, ne controllavano la correttezza ortografica. Valutazioni globalmente negative dcl genere si sono succedute di generazione in generazione: i francesi d'oggi dovrebbero essere ormai àgrafi e àlali, commentano sarcasticamente i due Studiosi.
In Italia le difficoltà espressive di adulti e giovani sono materia d'osservazione costante in qucsta pagina. Ma non si può asserire che ragazze e ragazzi d'oggi parlino e scrivano peggio di genitori e nonni. Abbiamo solo indizi e segnali in contrario, e spesso nettamente in contrario. A cominciarc dalla quantità d’anni di scuola superati con succcsso: 9,2 per i ventenni d’oggi; 5,4 per i babbi cinquantenni; 3,9 per i nonni settantenni, vissuti a lungo in un’Italia per due terzi semianalfabeta.
Pochi hanno la serenità d'ammetterlo. Lo ha fatto da par suo Aldo Visalberghi. Al convegno “Invito alla lettura" della Fondazione Bellonci ha raccontato dell’intelligente insegnamento che, a Trieste, gli impartiva Giani Stuparich: «Ho confrontato i miei scritti di allora con gli scritti dei ragazzi di oggi. Io ero mica male. Ma loro, questi ragazzi, sono per metà almeno più bra- vi».
IPSE DIXIT
In una lontana poesia Giovanni Giudici scrisse: «Dovremmo essere in molti, sbagliare in molti/ in compagnia di molti sommar i nostri vizi». Forse Giudici prende questa esortazione alla lettera ancora oggi. Certo, in un suo libro in uscita, “Frau Doktor" (Mondadori), troviamo un bel documento d’un inerziale comportamento collettivo nazionale.
Con qualche fatica, tra anni Sessanta e Settanta la nostra cultura ha accettato l’idea che esistano e abbiano qualche peso tecniche di analisi dei linguaggi e del parlare da un punto di vista teorico e generale: Saussure, Wittgenstein, Jakobson, Martinet, Chomsky, Lyons hanno potuto pas- sare la dogana.
Resta invece ferma ai posti di frontiera l'analisi storica e comparativa delle lingue (che, pure, è quella più ricca di tradizioni indigene nell'università). L’idea che le lingue mutino profonda- mente nel tempo e si rimodellino vicendevolmente, e che ciò sia oggetto di analisi certe, non passa. E stupisce che lingue di popoli eterogenei, lontani, abbiano radici comuni.
Giudici si adegua a questa difficoltà nazionale. E ci mette del suo. La ricostruzione dei tratti comuni alle lingue indoeuropee e, scrive, una «infame balla razzista». Non è vero, anzi è vero l'esatto contrario. Ma nel vizio del rifiutare l'analisi storica delle lingue Giudici si ritrova con molti connazionali.
VOCABOLARIO
Attor(i)ale. Rita Cirio (“L’Espresso", 18 dicembre 1988) ha usato “arte attoriale”. Un lettore, Alberto Ricca, scrive da Lamezia per chiedere se è esatto, se non è meglio “attorale" (che è registrato nel Garzanti) o “attorico”. Scartato “attorio” (o “attoreo”), aggettivo di “attore” in senso giuridico, per l’attore cinematografico o teatrale, e per l’attrice, non c’è un aggettivo ben stabilizzato e diffuso. Né migliore è la situazione in francese o inglese (dove c’è un raro “actorish"). “Attoriale" (come “settoriale”) e "attorale” (come “dottorale”) sono formazioni egualmente lecite entrambe per ora poco sostenute dall’uso. O no?
USI E ABUSI
Ero. L'abbreviazione di “eroina” era diffusa da tempo, anche nell’uso di questo settimanale o in “Grazia”, ed è registrato da repertori di parole nuove o gergali (autori Cortelazzo e Cardinale, Giacomelli, Forconi), ma non dai vocabolari dell’uso, anche i più aggiornati (Zingarelli, Duro). Adesso “ero” arriva all'onore dei titoli, come parola normale: “Finanziere, schiavo dell’ero, spara al presunto spacciatore” (“II Secolo XIX”, 17 gennaio 1989). Forse ci si dovrà rassegnare a “ero”, a malincuore.
Gli albanesi d’Italia allo specchio
Demetrio Emmanuele, insegnante calabrese e pubblicista, ha fondato e dirige la rivista italo-albanese “Katundi Yne". In rapporto con le iniziativc della Comunità economica europea, che ormai scavalca le inerzie e negligenze del Parlamento e dello Stato italiani, ha ideato un progetto di alfabetizzazione linguistico-culturale nelle aree dell’“Arberia”, cioe dell’Italia in cui si parla albanese. “Arberia. Storia, cultura, folklore” (Editrice II Coscile, Castrovillari) e il titolo di un volume di Emmanuele, funzionale appunto a questo progetto. Dopo un capitolo che rievoca la storia dell'insediamento degli albanesi in Italia, c’è l’illustrazione delle comunità albafone dagli Abruzzi alla Sicilia e delle personalità più significative di tali comunità.
AGENDA
Con la scomparsa di Andrea Viglongo, l’editore e scrittore torinese amico di Gramsci, non ha cessato la sua attività la casa editrice che porta il suo nome. È bello che, in particolare, appaia puntuale anche quest’anno il tradizionale “Armanach Piemonteis”, curato ora da Franca Viglongo e Giovanna Spagarino Viglongo, con scritti in piemontese e italiano, versi e prose.
Nuovi materiali per conoscere il linguaggio della pubblicità e quello dei pubblicitari. Da Lupelli (Milano) appaiono “Spot Babilonia" di Katia Ferri, storia degli spot dal primo Carosello ai nostri giorni, corredata di molte immagini e testi, e “Il Dizionario della pubblicità e comunicazione”, di Giuseppe Maria- ni e Luisa Cortese, con il contributo di molti collaboratori per singole voci. Manfredi Vinassa de Régny ha scritto voci informatiche, Mauro Ferraresi voci sulla comunicazione ecc...
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