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L’impegno di curare il mal di scuola

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 4 dicembre 1988


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Ha scritto Geno Pampaloni: «Oggi il linguista ha preso presso a poco il ruolo sociale che hanno avuto nel recente passato gli psicanalisti e i sociologi».
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Che gli dei ci proteggano e diano ai linguisti il buon senso di rifiutare il ruolo di tuttofare e tuttodire.
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Sul terreno che è loro hanno già parecchio da arare.
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Come dimostra Ethel Serravalle nel volume Mal di scuola, appena apparso da Mondadori.
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Insegnante, responsabile scuola del Partito repubblicano, direttrice della Rassegna dell’Istruzione, vicepresidente del Cidi, Ethel Serravalle segue da dentro le vicende della scuola italiana.
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Ad essa riconosce il merito di avere portato alla cultura intellettuale masse enormi di giovani negli ultimi vent’anni, e ciò nonostante ne individua le manchevolezze.
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Su un punto Serravalle è assai dura, e a ragione: troppo pochi sono gli universitari e i giornalisti attenti ai problemi educativi.
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L’autrice fa un’eccezione (pp. 93-94): i linguisti.
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Essi hanno capito per tempo che la situazione scolastica italiana li chiamava in prima linea negli sforzi per migliorare metodi e obiettivi delle nostre scuole.
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Come già abbiamo qui ricordato, mediamente le generazioni italiane più giovani hanno fatto e fanno il doppio d’anni di scuola rispetto ai genitori.
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La lacerazione sociale che ciò ha creato e crea è, anzitutto, una lacerazione di linguaggi, e il terreno dell’educazione linguistica è il primo e principale su cui agire.
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Oggi quasi non c’è specialista significativo di linguistica che si sia sottratto al compito di dare contributi critici per cercare di migliorare l’educazione linguistica.
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IPSE DIXIT
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Nel 1983, con la conferma dell’esistenza d’una particella, il bosone intermedio, Carlo Rubbia ha conquistato un posto al vertice della scienza fisica mondiale, e l’anno dopo il premio Nobel.
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Questa sua qualità induce a considerare con attenzione ciò che egli dice e scrive: il contenuto, ovviamente, e la forma, perché, gli piaccia o no, le sue parole contano anche per l’aspetto formale.
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In un accurato e brillante articolo (Il Manifesto, 13 novembre) Rossella Castelnuovo cita parole di Rubbia: «Le macchine () servono a far venire gente, ad attirare cervelli e a metterli vicini per ricreare quegli scambi e quella interdisciplinarietà propria delle grandi università».
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Se non è colpa del solito proto, Rubbia così dicendo ha dato un serio colpo alla sopravvivenza della forma interdisciplinarità (senza la e abusiva).
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In italiano non diciamo «disciplinare»: buona norma vorrebbe quindi che dicessimo «interdisciplinarità» (come diciamo «particolarità» e «rarità», ecc.).
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Ma disciplinare come aggettivo è raro, colto.
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E accade ormai così che anche parlanti e scriventi di qualità, smarrendo il senso della derivazione del sostantivo astratto dall’aggettivo, diano testimonianza di questa incrinatura della norma, favorita forse, nel caso di Rubbia, dalla forma dell’aggettivo inglese disciplinarian.
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Ma di tutto ciò poco importa ai bosoni.
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VOCABOLARIO
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Infotainement.
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È una parola portmanteau, cioè «there are two meanings packed up into one word», «ci sono due significati impacchettati in una parola»: Humpty Dumpty spiegava così ad Alice la natura di queste parole.
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Tali sono bit o motel, che mescolano binary digit e motor hotel.
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Tale è infotainement che oggi negli Usa designa l’informazione-intrattenimento (information e entertainement), che elude il nocciolo dei fatti.
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In italiano, potremmo dire «infortenimento» o, magari facendo giocare anche una terza parola, «infortinimento».
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Usi e abusi
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Tipo.
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I più anziani ricordano le «sigarette tipo Macedonia», un linguista giapponese, Sugeta, sta studiando la presenza di queste strutture in tutte le lingue romanze.
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I vocabolari (Lessico universale, Zingarelli, Garzanti) registrano l’uso di tipo con doppia ellissi: sigarette (del) tipo (delle) Macedonia, confezione (del) tipo (per) famiglie.
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Espressioni del genere, utili nei linguaggi tecnici, dilagano ormai nell’uso comune e per tale diffusione sollevano qualche protesta.
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Non è improbabile che alla diffusione di tipo abbia dato un notevole contributo anche la Tipo della Fiat.
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Cantami o zingaro
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Santino Spinelli è un rom, uno zingaro abruzzese.
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Risiede con la sua famiglia a Lanciano.
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Ha studiato (è nato nel 1964), pratica diversi strumenti (fisarmonica, sassofono, tastiera), insegna musica.
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Soprattutto compone canzoni, parole e musica.
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Il Centro di Studi Zingari (via dei Barbieri 22, 00186 Roma), ha ora raccolto e stampato i testi di sue poesie e canzoni in romanes, «le prime in assoluto nel dialetto dei rom abruzzesi», scrive Giulio Soravia nella premessa alla raccolta dal titolo Gili romani, cioè Canto zingaro.
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Il testo romanes è accompagnato da traduzioni a fronte.
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Italiano e dialetti abruzzesi hanno penetrato questa parlata, senza cancellarne ancora l’identità.

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