Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Le edizioni scolastiche Walk Over di Bergamo hanno appena pubblicato tre libri di lettura per il secondo ciclo (terza, quarta e quinta) delle scuole elementari. Autrici sono Mariangela Colombo, Giuliana Cusino e Annamaria Ghirardotti. Il centro dell’opera è l’educazione alla lettura e alla comprensione dei linguaggi e delle parole. Le autrici hanno preso sul serio i nuovi programmi, preparati da alcuni anni e ora in via di entrare in vigore. L’opera è dunque “secondo legge”. Poi, destinata come è ai ragazzi, è accompagnata da un fascicolo in cui le cui le autrici spiegano e commentano il senso didattico delle scelte che hanno fatto.
Il fascicolo non è ponderoso come il “livre des instituteurs” francese, ma è un segnale per far capire che un buon libro, per essere ben usato in classe, va studiato prima dagli insegnanti.
In un contesto in cui domina la ripetitività stantia, le letture dell’opera, che si chiama “L’albero della parola”, sono ricche di scelte inconsuete. Ma non si pensi a uno stolido antitradizionalismo, insopportabile quanto l’esibizione tradizionalistica oggi alla moda.
“L’albero” sa bene che il nuovo è senza frutti se non si innesta sull’antico. E così tra le letture troviamo Campanile o Eco o Bennato, ma anche molti buoni classici, da Pascoli, Rilke, Pirandello a Rodari o Alberti.
E ogni pagina cura di far venire voglia di leggere altro e (senza troppo parere) insegna a tener d’occhio che cosa davvero è restato della lettura.
IPSE DIXIT
Nelle “Parrocchie di Regalpetra” Leonardo Sciascia – alla cui memoria “Il Paroliere” di questa settimana dedica l’”Ipse dixit” – scrisse nel 1956 a proposito della sua formazione morale e intellettuale: «Quei nomi delle città di Spagna mi si intridevano di passione. Avevo la Spagna nel cuore. Quei nomi – Bilbao, Malaga, Valencia; e poi Madrid, Madrid assediata – erano amore, ancor oggi li pronuncio come fiorissero in un ricordo d’amore».
Tra tanti oblii di tanti, Sciascia è rimasto fedele a quel che la Spagna fu per lui e ha fatto a tempo a essere ancora per qualche parte della successiva generazione europea e americana, cresciuta alla democrazia. Ancora in uno dei suoi ultimi scritti, nelle intense pagine di “Ore di Spagna”, (Pungitopo editrice, 1989), egli scrive: «Questo l’elemento che i generali Franco, Goded e Sanjurio non avevano previsto: la “resistenza” del popolo spagnolo. Su questa “resistenza” – tre anni di sangue e lacrime per il popolo spagnolo – noi abbiamo preso coscienza del fascismo, abbiamo trovato ragioni al nostro istintivo antifascismo, abbiamo incontrato idee e poesia, ci siamo fatti un’idea della poesia e abbiamo dato poesia alle idee, abbiamo costruito le nostre utopie… Ho scritto più di venticinque anni fa, in quello che io considero il mio primo libro: “Avevo la Spagna nel cuore”. L’ho ancora…».
VOCABOLARIO
Invito. Accanto al sostantivo invito da invitare “chiamare a partecipare” e all’aggettivo antiquato invito “che agisce contro voglia”, c’è un terzo invito “sede in cui si avvita o invita una vite”, derivato da invitare “avvitare”. I nostri vocabolari paiono solo evocarne l’esistenza in modo non chiaro nell’ultima delle accezioni di invito “richiesta, offerta di ospitalità”: l’accezione di “invasatura, parte iniziale di un congegno in cui si inserisce qualcosa”.
USI E ABUSI
Senologia. Nonostante le (giuste) resistenze di specialisti e lessicografi, così sempre più diffusamente è detta la parte della medicina che si occupa del seno. La parola, di sapore goliardico, appare nel titolo di un ponderoso volume, “Storia della senologia”, scritto da Alfonso Pluchinotta per le edizioni Ciba-Geigy di Saronno. La parola è poco felice: in medicina seno- è già largamente e correttamente usato nel senso di “cavità (vascolare, nasale ecc.)” e di norma per alludere alle mammelle si adopera il prefissoide mammo-.
Quando la scienza del linguaggio è una filosofia
Un tempo non molto lontano la storia della filosofia del linguaggio e delle connesse ricerche linguistiche e sistemazioni grammaticali era un terreno poco esplorato. La negligevano i linguisti, orgogliosi del loro presente, disposti a volgersi indietro fino a Bopp e, al massimo, Humboldt. E la negligevano in generale filosofi e storici della filosofia, con poche e notabili eccezioni, come Cassirer o Paolo Rossi.
Il panorama degli studi è oggi assai mutato. A me pare che la esplorazione storica delle idee e sistemazioni linguistiche sia un indispensabile complemento per la elaborazione di una visione critica delle teorie e sistemazioni attuali circa linguaggio e lingue. Ma anche a respingere questa opinione attualizzante, pare a molti certo che troppi momenti della storia culturale e filosofica, occidentale e non, restano monchi e in parte opachi senza identificarvi le relazioni che essi ebbero con il linguaggio in chiave pedagogica, estetica, logico-scientifica, filosofica. Di qui il grande interesse dell’incontro su “Storia del pensiero linguistico e storia della scienza” promosso dall’Istituito di glottologia dell’università di Bologna (via Zamboni 16) e dalla rivista “Lingua e stile” del Mulino nei giorni 1-2 dicembre. Lo aprirà Paolo Rossi, ci saranno molti nostri specialisti, lo chiuderà Luigi Rosiello che di questi studi è stato uno dei pionieri.
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