Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Nasce una nuova lingua, il runglese (o, forse, l’angrusso). Con nomignoli polemici del genere cominciarono i francesi negli anni Sessanta, quando, dinanzi all’invasione degli anglicismi o, meglio, degli angloamericanismi, R. Etiemble pubblicò un fortunato “Parlez-vous franglais?”. Nel 1977 il compianto Giacomo Elliot propose di aggiungere al franglese anche l’itangliano. In generale, la compenetrazione delle lingue, fenomeno antico e fisiologico, si è immensamente estesa e intensificata nelle società delle comunicazioni o, come altri amano dire, post-industriali. E, finché lo spagnolo si terrà in secondo piano, finché la lingua degli States, del paese leader del mondo, resterà inglese, è pacifico che la lingua beneficiaria dell’interscambio linguistico sia l’American English.
Con la liberalizzazione in atto, anche in Unione Sovietica arrivano ora le ondate impetuose degli angloamericanismi, e invadono il russo scritto e il parlato.
Qualcuno protesta. Nella rivista conservatrice “Nash Sovremennik” lo scrittore Lev Bobrov dedica un lungo articolo al «pericolo da non sottovalutare» che per la patria sovietica sarebbero le parole prese in prestito dall’inglese d’America.
Intervistato da Bill Keller dell’ “International Herald Tribune” il direttore del dipartimento di russo dell’Istituto linguistico di Mosca, Lev I. Svartsov, ha definito “falso patriottismo” il rifiuto pedante delle parole straniere. Soltanto lingue di popoli derelitti possono sperare di vivere senza contaminazioni, in quello stato di purezza che taluni sognano.
IPSE DIXIT
Grande è il potere linguistico della televisione, si sa. C’è un esempio recente. Nelle sue trasmissioni la banda Arbore tra gli altri giochi ha praticato quello di pronunziare con la ‘-s’ finale tutti i plurali delle parole di origine inglese, anche “sports” e “films”. Più d’uno non ha capito lo scherzo. E ora sempre più spesso capita di leggere “sports” e “films”, contro la regola vigente “before Frassica”. Secondo essa le parole ormai assimilate all’italiano hanno plurali invariabili rispetto al singolare.
Prevarrà di nuovo la televisione? Staremo a vedere. In occasione della proiezione veneziana del recente film di Scorsese, Andrea Barbato ha mandato in onda un servizio sulle immagini artistiche di Gesù e ha intervistato in diretta il critico d’arte Vittorio Sgarbi (Rete Tre, 2 settembre 1988, ore 23 e 45 circa). E Sgarbi, senza che nessuno dei presenti battesse ciglio, riferendosi ai famosi mosaici bizantini, si è fatto sfuggire un “pantocratóre”, con l’accento sulla penultima sillaba, come “manovratóre” e “creatóre”. Eh no. Per altre parole d’origine greca, la diversità di norme tra accento greco originario e accento latino, cui l’italiano risale, può creare doppioni leciti (come “sclèrosi” e “scleròsi”). Ma qui no: “pantocràtore”, come “rètore”, è l’unica pronunzia autorizzata. Tranne che la televisione d’una svista non faccia una neoregola.
VOCABOLARIO
Macrantropo. Come già in francese, anche in italiano potrebbero diffondersi nell’uso “macroantropia” e “macrantropo”. “Le macranthrope” era il titolo con cui Gallimard ha tradotto anni fa “Un om mare”, in rumeno “Un uomo grande”, un racconto del grande storico delle religioni Mircea Eliade. “Macroantropia è il nome grecizzante del gigantismo. Ora, il racconto è stato pubblicato in italiano da Jaca Book, con una prefazione di Silvia Lagorio. Insieme a un altro racconto che dà titolo al frontespizio, “Il segreto del dottor Honigberger”.
USI E ABUSI
Mad. Sigla di “mutual assured destruction” (e non “distruction” come ha scritto “La Stampa”). Pareva che se ne potesse non parlare più. Ma questa idea, le parole e la sigla che l’esprimono pare debbano tornare in onore nei prossimi tempi. A Mosca si costruiscono grandi rifugi sotteranei. Negli Usa, di conseguenza, parte la costruzione di missili “a trapano”, e rifiorisce l’idea del Mad: la distruzione reciproca assicurata.
Il linguista con la valigia
Tempo di bilanci per gli studi linguistici italiani e per gli studi sull’italiano. A Capri, i napoletani della Società di linguistica italiana organizzano dal 3 al 5 ottobre il ventiduesimo congresso internazionale della Sli. Il tema sarà un’analisi dello stato attuale degli studi linguistici in Italia. Problemino per i partecipanti: come mai quasi tutti i migliori linguisti italiani, da Gaetano Berruto a Paolo Valesio, sono stati costretti a emigrare?
A Amsterdam, dal 17 al 19 ottobre, riflessioni sulla lingua italiana e gli studi italianistici in Europa e in Italia, auspici i ministeri italiani.
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