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Dopo l’unificazione politica, in Italia parve chiaro che nelle scuole l’insegnamento linguistico dovesse muovere dalla presa di coscienza delle realtà dialettali native e tendere per questa via a fare acquisire e consolidare la conoscenza e il controllo dell’italiano. Divergenze sorgevano sul tipo di italiano da favorire fondato più sull’uso vivo fiorentino, secondo la tesi manzoniana, o più, invece, sull’assimilazione dell’uso colto scritto. Ma nel rispetto dei dialetti l’accordo era completo tra manzoniani come Bonghi o Morandi, e i più sensibili alle ragioni dell’uso colto e scritto, come Ascoli o D’Ovidio. E completo era l’accordo sulla necessità, sociale prima ancora che culturale e linguistica, di impegnare le risorse del paese nello sviluppo della scuola.
In verità quell’accordo restò lettera morta. La scuola non si sviluppò come era desiderio di Manzoni non meno che di Ascoli. E nella scuola prevalse un atteggiamento di tetro disprezzo per la realtà dei dialetti e per ogni uso linguistico che sapesse di efficacia realistica.
Tra anni Settanta e Ottanta i programmi recenti hanno cambiato rotta, hanno proposto e propongono direzioni nuove, rispetto alla pratica delle scuole, e antiche, perché delineate già negli scritti dei Manzoni, Borghi, De Sanctis, Ascoli. Ma sono direzioni difficili senza un rinnovamento profondo di cultura e formazione degli insegnanti, come nota giustamente da ultimo il professor Carpaneto nel quindicinale “Rugantino”. E quel rinnovamento rinvia a sua volta a un riassetto completo degli insegnamenti linguistici nelle università, funzionale alle domande della società, non a calcoli di corporazioni.
IPSE DIXIT
Si discute assai di cambiare nome a questo o quel partito o gruppo di partiti nostrano. Per esempio, in un suo articolo Ernesto Galli della Loggia ha scritto che laico è «un termine ormai puramente gergale, tipico del politichese italiano, e dunque (…) intraducibile, com’è noto, in qualsiasi lingua parlata da popolazioni bianche civilizzate».
L’affermazione non è veramente fondata. Se la traducibilità appropriata delle denominazioni dovesse diventare un criterio per tenerle in uso, in buona parte dei paesi le anagrafi partitiche dovrebbero mettersi al lavoro per revisioni generali. I nomi sono spesso incomprensibili fuori di un contesto strettamente nazionale e, se paiono comprensibili, ciò avviene con grandi equivoci: liberale con i suoi affini copre realtà assai diverse in Brasile, Usa, Italia, Thailandia.
Quanto a laico, la consultazione di qualche buon vocabolario (Robert e Webster, Oxford e Moliner, Duden ecc.) smentisce anche l’opinione della intraducibilità dell’aggettivo in senso politico in lingue come l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo. Ma, forse, le molte e diverse popolazioni che parlano queste lingue non sono “civilizzate” o, anche, nuoce loro l’infiltrazione di negri, ebrei, meticci, gialli, sicché non hanno, secondo l’articolista di “Repubblica”, un sufficiente coefficiente di bianchitudine.
VOCABOLARIO
Multiscopo. Dal 1987 l’Istituto Centrale di Statistica ha avviato una nuova rilevazione campionaria periodica sulle famiglie che, rispetto ad altre indagini più specifiche, «risponde ad una più ampia serie di esigenze conoscitive». Ai primi risultati dell’indagine è stato dato rilievo nei giornali di fine maggio. Salvo errore, è sfuggito che il nome “Indagine multiscopo sulle famiglie” contiene un neologismo, appunto l’aggettivo invariabile multiscopo, che rende l’inglese multipurpose.
USI E ABUSI
Cercasi sgrammaticature. Laura Arconti scrive lamentando che nel “Paroliere” del 7 maggio un titolo suonasse “Cercasi opinioni sul futuro delle parole”. Errore? Non c’è dubbio che, di norma, occorrerebbe un verbo al plurale. Ma lo stile della piccola pubblicità ha regole a sé: così, ad esempio, nel “Messaggero” del 12 giugno leggiamo diversi «cedesi uffici» e «cercasi soci» e anche un pregevole «vendesi biancheria intima ottima posizione». Il titolista redattore ha volutamente imitato questo stile.
Per conoscersi senza pregiudizi
Ancora un periodico di frontiera, tendenzialmente bilingue. È autofinanziato, con sede a Gorizia (via Morelli 43, tel. 0481.530987), direttore Dario Stasi, redattori Karlo Cernic e Franco Bressan. Vuole dare voce alle due Gorizie che si affiancano di là e di qua della frontiera che separa l’Italia dalla Jugoslavia: Gorizia e Nova Gorizia.
Il nome è quello del fiume della doppia città “Isonzo-Socha”.
Si legge nell’editoriale: «Nelle zone di frontiera si accumulano tutti i pregiudizi dei rispettivi mondi come relitti sulle spiagge dopo le tempeste. Abbattere questi pregiudizi (…) è una sfida impossibile, perché questi trovano una loro giustificazione nel mondo dell’irrazionale (…) “Isonzo-Socha” vuole dimostrare che c’è più gioia nel vivere senza diffidenze che nell’alimentarle (…). Non pensiamo di abbattere la vecchia casa dei pregiudizi, ma di costruirle accanto un edificio in cui al silenzio, all’indifferenza e alla separazione sostituiamo il piacere della conoscenza reciproca».
Nel primo numero, spassionati identikit critici delle due comunità di confine, un’intervista a Claudio Magris, una storia a fumetti della ribellione settecentesca dei Tolminotti, recensioni alla provocatoria rivista slovena “Pladìna” e una pregevole mappa delle osterie isontine.
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