Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Quando nasce il razzismo? Davvero è un portato culturale degli Stati occidentali e borghesi? Nella calura dell’estate ne hanno discusso Pietro Barcellona (“l’Unità”, 29 agosto) e Beniamino Placido (“Repubblica” 3 settembre). A Barcellona, Placido obietta che elementi di razzismo si trovano già nelle “Mille e una notte”, nate, dice Placido, «nel mondo arabo, assai prima che Colombo scoprisse l’America».
Placido sa bene che il suo è solo un esempio e che elementi di razzismo, mescolati a nazionalismo e etnocentrismo, si trovano nei testi greci antichi o nella Bibbia o in Giappone o Cina e, insomma, in orizzonti culturali ben più vasti di quelli dell’Europa moderna.
Come altre volte abbiamo ricordato, gli esseri umani hanno naturalmente bisogno di vivere in comunità differenziate, di costruirsi mezzi culturali e linguistici che li integrano in un gruppo e li separano da altri.
Queste distinzioni possono essere vissute quali sono: mobili, caduche, decostruibili e ricostruibili altrimenti. Storia, insomma.
O possono sentirsi come rigide barriere (e, quindi, in parte diventare: nei fatti culturali esse davvero est percipi). Nascono allora le chiusure di casta, corporazione, campanile, nazione, razza.
Non paiono esserci altri antidoti che lo spirito critico e quella volontà d’eguaglianza tra gli esseri vanamente predicata dai “rozzi” epicurei e dagli “stolti” cristiani.
È certo però che il totalizzante Stato nazionale monolingue dell’Europa moderna introduce elementi di rigidità devastanti, altrove sconosciuti.
IPSE DIXIT
Negli ultimi tempi della sua vita Augusto Frassineti si era dedicato all’arduo lavoro di traduzione di François Brouard, detto Béroalde de Verville, “Le Moyen de parvenir”, reso con “L’arte di fare fortuna”. La traduzione, completata da Barbara Piqué, è stata presentata al lettore italiano con una ricca introduzione di Giovanni Macchia (Einaudi, 1989).
Il testo seicentesco conquista subito chi legge, da qualsiasi pagina cominci. E ciò grazie al genio di Béroalde, certamente, ma anche grazie alla congenialità, al felice incontro di Augusto Frassineti: incontro nel gusto del gioco verbale estremo e d’una amara filosofia dell’esistenza.
Se gli esseri umani «nascono tra le feci e l’urina», dice Béroalde e riecheggerà Voltaire, la parola si radica nel silenzio e nelle cose, che la sopravanzano. Frassineti è certamente restato affascinato da questo fine conoscitore e intenditore delle sfumature. Percepire il valore del silenzio, dice Béroalde, è la cosa più importante, per chi voglia comunicare: «Sst! Vi prego, se andate a scuola, insegnate questo elemento grammaticale a Lipsio e Scaligero, affinché (…) gente latinosa e di simil farina, che rimastica ciò che gli antichi dotti hanno vomitato e cagato, e va razzolando tra le immondizie e lordure del latino, e negli scarichi dell’eloquenza per trarne qualche cascame, raggiunga la perfezione nell’arte sua».
VOCABOLARIO
Impronta. In etologia, l’apprendimento precoce con cui un individuo assume forme di comportamento per imitazione dei genitori (o loro supplenti) è chiamato comunemente anche in italiano con una ormai nota parola inglese: imprinting; Tentativi di traduzione con impressione o conio non hanno avuto fortuna. Ora Luca Cavalli-Sforza, illustre genetista, rilancia la traduzione, ragionevole ed elegante, con impronta (“La Stampa”, 18 agosto). Lo Zingarelli, per la verità, già registra la proposta. Auguri.
USI E ABUSI
Ostensibile. Avevamo già deplorato l’abuso di questo aggettivo per informare i visitatori d’un museo che il registro dei reclami si trova alla biglietteria (è ostensibile). Subito il lettore Giuseppe Catalano di Roma ci informa che anche i commessi della Camera dei deputati, se vogliono vedere il regolamento dei servizi devono scavalcare questo aggettivo, adoperato dalla “Gazzetta Ufficiale” (12.8.88) per spiegare che il regolamento si trova «presso il servizio personale della Camera».
Una scuola per diverse culture
Roberto Maragliano e Benedetto Vertecchi hanno ragione quando protestano per i troppi compiti che si vorrebbero scaricare sulla scuola. Ma dove e come dare strumenti per intendere le culture diverse dalla nostra, e la nostra, in ciò che hanno di comune o, invece, di specifico ed eterogeneo? Una scuola divaricata tra universalismi astratti e l’appiattimento su una storia e una letteratura italocentriche non è certo una buona istituzione per formare persone che vivono sempre di più in un mondo di contatti e mescolanze tra culture e popolazioni diverse.
Di qui è nato il progetto di “Educazione interculturale” nel Centro europeo dell’educazione del ministero dell’istruzione a Villa Falconieri. Uno dei frutti è una interessante “Bibliografia di primo approccio alla comunicazione e all’educazione interculturale” preparata da Anna Baldazzi e Maria Grazia Calasso. I destinatari della bibliografia sono insegnanti che vogliono informarsi sulle possibilità dell’educazione interculturale. Chi leggerà ne saprà di più su “pregiudizi, stereotipi, razzismo”, “il concetto di cultura”, “minoranze linguistiche, bilinguismo, multiculturalismo”, “comunicazione e psicologia cross-culturale”, “lingue e culture”, “educazione all’ambiente, allo sviluppo, alla pace, ai diritti dell’uomo”.
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