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Non toccate la mia grammatica

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 23 aprile 1988


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Egregio Direttore,

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il giorno 28 marzo è apparso sul Suo giornale un articolo dal titolo Per favore non studiate la grammatica a firma di Salvatore Claudio Sgroi. Solo un cialtrone nel senso etimologico di ciarlone e poltrone (cfr. G. Devoto, Avviamento all'etimologia italiana) poteva scrivere cose del genere. Poltrone perché fa riferimento ad una vecchia edizione non più in commercio ignorando l'ultima del 1984 e ciarlone (l'eufemismo vuoi solo attenuare ciò che penso) perché parla a vanvera e senza alcuna competenza.

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Vengo comunque ai fatti. Lo Sgroi afferma che io ho definito il soggetto «l'essere o la cosa che fa l'azione espressa da un verbo passivo». Neppure un analfabeta potrebbe dare una simile definizione. Io ho scritto «che subisce l'azione» cioè il contrario. E non mi dica lo Sgroi che si tratta di un refuso o di una riga andata perduta, poiché per undici righe il meschino si sforza di mettere in evidenza l'enormità dell'errore e non gli è neppure passato per la mente il sospetto che una definizione come quella da lui riportata è talmente balorda che anche il lettore più sprovveduto avrebbe riletto più volte il testo per accertarsi della spaventosa bestialità.

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E cosi dicasi per le altre ridicole osservazioni su soggetto e predicato. E non mi perdo in altri particolari per carità di patria (dico di patria e non di colleganza, perché spero che Sgroi non sia docente giornalista, anche se si presenta presuntuosamente come «critico» e «specialista»).

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Secondo lo Sgroi i nostri testi di grammatica sono «mediocrissimi»; ha mai visto quelli inglesi, francesi, tedeschi, svizzeri, ecc.? A detta degli esperti, anche stranieri, noi abbiamo i testi più avanzati, se non altro perché la nostra riforma è tra le più recenti.

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Lo Sgroi mi accusa di avere privilegiato «senza pudore» la grammatica alla quale ho riservato circa 400 pagine dedicando alla linguistica solo 200 pagine della terza parte. Vorrei precisare che le pagine dedicate alla linguistica sono più di 200 e affrontano gli argomenti più vivi quali: la comunicazione non verbale e verbale, segni e segnali, codici, combinazione e struttura, competenza linguistica, significato e contesto, polisemia, significante e significato, parola e immagine, l'ambiguità linguistica, il campo semantico, insiemi e sottinsiemi, accettabilità e nonsenso, ricategorizzazione, struttura superficiale e struttura profonda, la nominalizzazione, la lingua cambia nel tempo, la lingua cambia nello spazio, l'italiano regionale, ì dialetti, le lingue tagliate, la lingua e le classi sociali, la lingua e la situazione, lingua parlata e lingua scritta, il gergo, le lingue speciali, le funzioni della lingua, l'evoluzione della lingua, le trasformazioni, i prestiti, la storia della lingua, come parleremo domani, ecc.

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Vuole qualcos'altro lo Sgroi? Me lo suggerisca e mi dia anche la definizione di «soggetto» secondo la sua preparazione di «critico» e «specialista».

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In quanto poi alle accuse fatte al mio testo di «profonda incoerenza e contraddittorietà teorica», di «strumento scalcinato e del tutto inadeguato» e a me di «non conoscere i programmi» e di avere «mal digerito la linguistica moderna», faccio presente allo Sgroi che sono stato membro della Commissione dei nuovi programmi e che ho partecipato allo loro stesura insieme a linguisti di fama quali Simone, Sabatini, Baldelli, Altieri Biagi, ecc. Ho infatti pubblicato una trentina di volumi con Mondadori, Zanichelli, De Agostini, ecc. Ricordo in particolare il Dizionario latino, il Dizionario dei sinonimi, otto volumi sulla grammatica e la sintassi latina, cinque volumi sulla grammatica e la lingua italiana e articoli di linguistica e di cultura varia per la RAI e per i quotidiani e le riviste più qualificate nazionali e straniere.

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Se a provocare la scarica di adrenalina allo Sgroi è stata la notizia del «Corriere della Sera» che mette il mio testo al primo posto nella classifica delle grammatiche adottate (sia nelle inferiori sia nelle superiori) non è proprio il caso che lo Sgroi se la prenda con gli insegnanti che per la loro impreparazione e incapacità di scelta andrebbero «riciclati» (questo verbo sprezzante è dello stesso articolista).

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Per quanto riguarda le adozioni, non c'è dubbio che il corpo docente sa valutare molto bene gli strumenti didattici di cui si serve. Ai primi posti nelle classifiche delle adozioni ci sono sempre i testi migliori, cioè quelli che meglio rispondono ai programmi, alle esigenze didattiche e all'esattezza scientifica. C'è ovviamente anche il caso dei testi «troppo migliori» (mi si pennella lo sgarro grammaticale) che falliscono per mancanza di esperienza didattica dell'autore, come quelli di alcuni docenti universitari che non hanno mai insegnato nelle scuole a cui i testi sono destinati. Non tutti, infatti, hanno avuto la fortuna di insegnare nelle scuole di avviamento, medie e superiori per oltre 20 anni e per altri 20 all'università; di avere fatto il preside nelle medie e nei licei, di avere studiato e fatto lezione anche all'estero, di avere fatto parte della Commissione per i programmi, di aver tenuto corsi di aggiornamento per insegnanti, di essere stato membro di commissione per gli esami di abilitazione e concorso per docenti, di essere giornalista, ecc.

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L'idea poi dello Sgroi di riciclare gli insegnanti mi sembra molto offensiva verso la classe docente. Si riciclano, infatti, materiali non validi e cose di dubbia provenienza, quali il denaro sporco o i medicinali rubati (come titola il «Corriere della Sera» un articolo del 30 marzo in cui si parla di una gang di malviventi e farmacisti accusati di aver rivenduto farmaci per una quindicina di miliardi).

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Gli insegnanti chiedono invece allo Stato corsi di aggiornamento professionale, non operazioni di «reale riciclaggio», come vorrebbe lo Sgroi.

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Mi auguro solo che il firmatario dell'articolo apparso sul Vostro giornale proprio alla vigilia delle adozioni non nasconda scopi ben precisi e finalizzati.

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Giuseppe Pittàno


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