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Alla fine il parlante ha sempre ragione

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 10 settembre 1988


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Immergersi nella lettura di un testo come la Grammatica italiana (oltre 700 pagine, in quarto) di Luca Serianni con la collaborazione di Alberto Castelvecchi (UTET, Torino 1988), per di più durante una torrida estate, potrebbe apparire l'effetto di una pulsione masochistica o (come invito ad altri), sadica.
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Eppure la lettura di un testo di grammatica rimane un'avventura affascinante.
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Perché una grammatica è una proposta di ordinamento e sistematizzazione di una massa non indifferente di fatti linguistici.
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E in quanto tale, soddisfa in chi si sobbarca a tale fatica (nello scriverla o solo nel leggerla) bisogni profondi, se non di certezze, almeno di alcuni punti di riferimento.
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Una grammatica si presenta insomma come il tentativo di porre ordine in un caos apparente, di mettere a nudo i meccanismi di funzionamento di un idioma storico-naturale, svelandone la «logica» imprevedibile regolata dalle esigenze della comunicazione.
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Una grammatica, come questa di Serianni-Castelvecchi, descrive la competenza linguistica degli utenti della lingua nazionale.
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Ma una lingua come l'italiano, adoperato, se non da tutti gli italiani, comunque, da milioni di utenti, si presenta estremamente diversificata, più nella sua fondamentale unitarietà.
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La nostra grammatica, prevalentemente sincronica, cioè descrittiva degli usi attuali, è così inevitabilmente selettiva, in quanto centrata sugli usi dell'«italiano comune» e della «lingua letteraria», come indicato nel sottotitolo.
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L'italiano letterario otto-novecentesco, nei suoi legami col passato, è privilegiato da Serianni-Castelvecchi, come testimonia la presenza massiccia degli esempi d'autore, accanto agli usi settoriali (linguaggio giornalistico, legislativo, scientifico, ecc.).
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Non mancano qui peraltro, per quanto molto limitati, i riferimenti all'italiano parlato informale e agli italiani regionali.
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«Caratteristico dell'Italia meridionale si legge per es. a p. 81 è il complemento oggetto retto dalla preposizione a».
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Ma nessun cenno alla preposizione di col valore di «per», che introduce nell'uso siciliano le proposizioni limitative: «di mangiare, qualcosa l'ho mangiata».
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Il tipo di italiano qui analizzato è, in altri termini, l'italiano scritto ma anche parlato dalle persone colte in circostanze non troppo informali» (p. VIII).
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Rimane invece decisamente ai margini di questa grammatica l'italiano «popolare» dei semicolti.
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Una soglia, questa, di norma non superata dagli autori, che optano di solito per rinvii bibliografici istituzionali.
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La descrizione fornita da questa grammatica riguarda ì livelli classici dell'analisi di una lingua: pronuncia e grafia («fonologia e grafematica», circa 70 pagine), morfosintassi (nome, articolo, ecc., circa 350 pagine), sintassi della frase e del periodo (circa 100 pagine) e, come capitolo di transizione tra grammatica e lessico, la formazione delle parole (circa 30 pagine).
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Il volume si chiude con una originale appendice (circa 100 pagine) di testi commentati, di grande efficacia didattica, riguardanti la prosa letteraria, la lingua della poesia e la lingua non-letteraria, e con due funzionalissimi indici degli autori citati e delle nozioni e delle forme rilevanti.
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L'armamentario teorico messo in campo dagli autori è, come si può notare anche dall'ampia ma selettiva bibliografia, quello tradizionale, di matrice greco-latina.
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Il che garantisce la leggibilità dell'opera al «lettore colto ma non specialista» (p. VII), cui il volume è espressamente destinato.
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La trattazione, pur nella sua sostanziale aderenza a moduli interpretativi tradizionali, non è priva in vari punti di eleganza e di originalità.
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Così, per esempio, nel trattamento dei pronomi allocutivi, dove illustra il sistema trimembre (voi-lei-tu) oggi sostituito da quello bimembre (lei-tu).
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La fedeltà alla tradizione non impedisce agli autori di tener conto anche dei risultati più moderni dell'analisi linguistica, pur se in maniera assai misurata.
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Cosi, del tutto nuovi rispetto all'approccio scolastico sono il cap.
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I sull'analisi fonologica e il cap.
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IX sulle «congiunzioni e i segnali discorsivi», o ancora i paragrafi sull'articolo determinativo e indeterminativo, ispirati ai principi della linguistica testuale.
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Gli autori, oltre che descrivere i vari usi dell'italiano comune e letterario, non hanno voluto rinunciare al ruolo di grammatici «prescrittivi», fornendo indicazioni su usi scorretti o da non seguire.
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Si ritrovano così qua e , in misura peraltro assai discreta, indicazioni quali «forme diffuse un po' dovunque o specifiche di aree regionali ma comunque da evitare» (p. 52).
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Ma per noi, una grammatica vale non in quanto sentenzia su quello che gli utenti debbono o non debbono dire.
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In realtà, sono sempre i parlanti a decidere gli usi della lingua in base alle loro esigenze espressive e comunicative.
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Come dire che il parlante ha sempre ragione.
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Il grammatico può solo cercare di descrivere e spiegare con strumenti teorici sempre più raffinati, ma inevitabilmente parziali, gli usi infiniti, e imprevedibili della lingua di una comunità.
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La grammatica di Serianni-Castelvecchi, la più ampia attualmente esistente sull'italiano, viene a colmare un ritardo di cinquantanni rispetto ad altre tradizioni grammaticali, come quella francese che può vantare al riguardo Le bon usage di Maurice Grevisse.
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E ci auguriamo che, come questa, possa avere uguale fortuna di pubblico attraverso molteplici edizioni, sempre più aperte al potenziale comunicativo della lingua.
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Salvatore Claudio Sgroi

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