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Questa lingua è selvaggia, parola mia

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 5 giugno 1988


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Mi trovavo in una libreria del centro, intento a sbirciare tra le novità messe in bella mostra. Entra un giovane trentenne (all'apparenza) che chiede, con aria decisa, il recentissimo Italiano antico e nuovo di Gian Luigi Beccaria, «il libro del professore di "Parola mia"», come sottolinea la fascetta pubblicitaria del volume stampato da Garzanti. Provo istintivamente un senso di piacere, notando che un testo come quello di Beccaria di alta divulgazione sui fatti dell'italiano trovi il favore del pubblico non-specialista.

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Ma la richiesta del volume di Beccaria è accompagnata da quella di un secondo testo: C. Marchi Impariamo l'italiano (Rizzoli 1985), da qualcuno definito non a torto «un libro sciocco», «colmo di livore puristico». Il che, lo confesso, mi raggela il sangue. È insomma come voler mettere insieme il diavolo (in questo caso il Marchi) e l'acquasanta. Non si potevano immaginare due libri così antitetici nel porsi dinanzi ai problemi della lingua nazionale.

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La cultura linguistica dell'uomo della strada è stata nel nostro paese, per ragioni storiche diverse, prevalentemente di stampo puristico e alimentata per lo più da dilettanti, digiuni di ogni preparazione scientifica sul funzionamento delle lingue storico-naturali e con una «filosofia del linguaggio» a dir poco ingenua. Il libro di Marchi col suo successo editoriale ne è un esempio illustre, al pari della Grammatica italiana di Panzini (1932) rimessa in circolazione dopo 50 anni da Sellerio.

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L'interesse che tuttavia ho sempre trovato nel leggere i puristi è dovuto alla loro sensibilità, almeno nei migliori, nel cogliere fatti linguistici nuovi pur nella deformazione di fobie e pseudo-spiegazioni. È questo il caso di fortunati volumi di F. Fochi o del più recente L. Satta Scrivendo e parlando. Usi e abusi della lingua italiana (Sansoni 1988).

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Ma accanto al filone puristico esiste un'altra tradizione, minoritaria, di grande divulgazione scientifica e ampiamente descrittiva dei fenomeni della lingua nazionale, agguerrita sul piano teorico e tecnico e molto più preoccupata di dar conto della grande varietà e polimorfa dell'italiano. È questa la tradizione che vanta nomi di illustri studiosi, che non di rado ha trovato come canale di diffusione i programmi della radio. È il caso per es. del grande filologo Giorgio Pasquali, autore di Conversazioni sulla nostra lingua (ERI 1953) e di Lingua nuova e antica (Le Monnier 1985), cui sembra richiamarsi nel titolo il volume di Beccaria. O dello storico della lingua Bruno Migliorini con Conversazioni sulla lingua italiana (Le Monnier 1956) e La lingua italiana d'oggi (ERI 1967). O ancora di un indeuropeista come Giacomo Devoto con due volumi di Civiltà di parole (Vallecchi 1965- 1969). Fra i linguisti viventi che si collocano in questo filone vanno ricordati altresì: E. Peruzzi con i Problemi di grammatica italiana (ERI 1963) e Una lingua per gli italiani (ERI 1967); T. De Mauro con Lingua e società nell'Italia d'oggi (ERI 1978), «editio minor» della grande Storia linguistica dell'Italia unita; T. Bolelli Qualche parola al giorno (Giardini 1979); M. Dardano (S)parliamo italiano? Costume, mode, virtù e peccati della nostra lingua (Curdo 1978). Sui fatti lessicali in particolare si incentrano altri lavori come Le parole dialettali del dialettologo P. Zolli (Rizzoli 1986), Le parole d'oggi del glottologo E. De Felice (Mondatori 1984), Il nostro greco quotidiano, I grecismi dei mass-media del grecista P. Janni (Laterza 1986).

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Il volume Beccaria si ricollega a questa tradizione di alta divulgazione scientifica della linguistica italiana. Il volume rifugge da ogni dotto apparato bibliografico e di note. (Si sente invece la mancanza di un indice delle centinaia di parole analizzate, necessario per una consultazione puntuale e «a freddo»).

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L'autore illustra in 10 capitoli, in maniera originale e con stile elegante, la stratificazione storica, la variabilità geografica, funzionale, situazionale e sociale della lingua nazionale. Il lettore trova così una ricca trattazione su grecismi e latinismi, lingua della poesia e della prosa; storia della lingua; dialettalismi e voci gergali, problemi di «uso» e della «norma». Non manca naturalmente un capitolo sugli italiani regionali. Il lettore siciliano potrà qui osservare che il settentrionalismo vera «fede matrimoniale» è in realtà sconosciuto nell'italiano di Sicilia, e che mafioso non è (purtroppo) «parola propria della Sicilia occidentale», ma della Sicilia tout court. Particolarmente illuminante è, credo, per il mondo della scuola il capitolo V dedicato all’«italiano parlato» (quello, per intenderci, dell'a me mi piace, e a te?), valorizzato soprattutto in questi ultimi anni. L'italiano cioè definito anche «italiano dell'uso medio» da F. Sabatini e «italiano neo-standard» da G. Berruto nell'importante Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo (La Nuova Italia Scientifica 1987). Pagine brillanti Beccaria dedica altresì ai «linguaggi settoriali» e alla massiccia presenza degli anglicismi in italiano. Riflessioni non meno importanti si troveranno nel capitolo X sul parlare facile, difficile e ambiguo.

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L'atteggiamento di Beccaria è ampiamente descrittivo, con prese di posizione che non si possono che condividere. Se l'autore non si definisce un «allarmista», non si ritiene neppure un «populista». Critico è infatti il suo atteggiamento nei riguardi dell'«italiano popolare» (cap IX), definito con F. Bruni «lingua selvaggia» o «italiano deficitario», a suo giudizio alimentato dalla scuola.

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La grande lezione (ascoliana) ricordata dall'autore tutta da sottoscrivere è in conclusione che «la soluzione dei nostri problemi di lingua non sta nella lingua, ma come sempre nell'utente, in chi usa la lingua, che va innalzato culturalmente perché sia preparato a scegliere, a porsi come individuo capace, libero di fronte alla propria lingua».

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Salvatore Claudio Sgroi


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