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Ecco come si studia la grammatica

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 2 aprile 1988


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Per favore non studiate la grammatica è il titolo del «pezzo» di questa rubrìca apparso lunedì 28 marzo, in cui al di del significato letterale del titolo si sosteneva non di non studiare la grammatica, ma di non studiare certi libri di grammatica. Nella scuola media dell'obbligo, senz'alcun dubbio, la grammatica va fatta (come indicano i Nuovi Programmi), e va fatta bene (sottolineavamo noi) su testi scientificamente e pedagogicamente attendibili.

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Strettamente correlata a questa esigenza era l'altra che l'educazione linguistica non si può limitare allo studio della grammatica, ma la competenza metalinguistica va subordinata e trattata in funzione dello sviluppo della competenza della lingua nazionale nelle sue quattro abilità: «Gli apprendimenti linguistici recitano i Nuovi Programmi vanno riferiti alle abilità di base (ascoltare, parlare, leggere, scrivere), alle varie funzioni e usi del linguaggio (...) e tenendo conto delle varietà (...) della lingua (...)». Un testo quindi che non voglia essere «fuorilegge» rispetto ai Programmi deve affrontare questi due aspetti dell'educazione linguistica.

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E siccome la volta scorsa ci siamo soffermati su un esempio (cattivo), vogliamo ora scegliere un testo (eccellente) per mostrare con quali criteri si può analizzare un libro, e quindi quali requisiti esso deve soddisfare per raggiungere una soglia di accettabilità. La Lingua italiana: La pratica e la grammatica. Manuale di educazione linguistica di A. A. Sobrero - G. L. Beccarla - C. Marazzini (SEI 1986) mostra già nel titolo in maniera alquanto esplicita come sono affrontate le due facce del problema.

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Il volume, di circa 580 pagine, prende le mosse nella prima parte il 6% da «La comunicazione» (pp. 7-48), passando quindi alle quattro abilità del parlare-ascoltare-leggere-scrivere il 40% del testo (pp. 50- 250). Nella seconda parte si affronta un altro 40% «la riflessione sulla lingua» (pp. 251-457 e pp. 571-582). La terza parte riguarda invece «La Storia», cioè la preistoria del linguaggio, il latino, la storia dell'italiano 7% (pp. 479-525). Quindi gli autori hanno voluto inserire anche, forse un po' sacrificandoli, due capitoli sulla varietà letteraria della lingua, i dialetti, l'italiano regionale, ì linguaggi settoriali un altro 7% (pp. 526-570). Da quest'esame puramente quantitativo emerge subito il grande equilibrio tra la prima parte (competenza linguistica) e la seconda (competenza metalinguistica) entrambe presenti al 40%.

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Se poi si passa a un esame qualitativo della parte seconda, ci si accorge che l'analisi grammaticale qui proposta è rivolta ad aspetti della lingua tradizionalmente trascurati. Si veda per esempio la sezione sulla «grammatica del testo» (pp. 251-281), che è un modello pedagogicamente e scientificamente ineccepibile sulle proprietà del testo, che dev'essere adeguato alla situazione, coerente, coeso, linguisticamente corretto. (Qui l'insegnante potrà apprezzare l'ottica profondamente innovativa con cui vengono considerate categorie pur tradizionali come quelle di pronomi-congiunzioni-avverbi-preposizioni).

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Anche nel capitolo sulla fonologia (pp. 470- 478) si è lontani dalle amenità di altri per i quali «I linguisti distinguono le lettere dell'alfabeto in grafemi (segni, lettere scritte) e fonemi (suoni delle lettere)» (p. 50, ripetuto anche nel volume per le superiori).

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Quanto agli altri capitoli su analisi del periodo, della frase, morfologia, verbo, il modello grammaticale proposto è quello tradizionale (in cui quindi l'insegnante si ritrova facilmente), ma presentato con grande accortezza teorica. La sensibilità teorica degli autori li porta anzi a fare una «Avvertenza per lo studente» (p. 284), di grande valenza scientifico-educativa, a nostro giudizio, sui limiti di qualsiasi teoria linguistica (compresa ovviamente quella proposta dagli autori).

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Le grammatiche tradizionali sono difficilmente difendibili in quanto prive di scientificità, incoerenti, contraddirtene e inadeguate a descrivere gli usi reali della lingua. Una buona grammatica scolastica deve invece, soddisfare i requisiti della scientificità: coerenza teorica e adeguatezza descrittiva ed esplicativa degli usi linguistici.

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Una grammatica scolastica avrà anche carattere normativo. Non però nel senso di privilegiare una sola norma (ottimisticamente quella degli usi letterari toscani, ottocenteschi e conservatori) con la «puzza sotto il naso» per le altre norme, considerate semplicemente devianze ed errori. Ma, piuttosto, sarà certamente normativa, se descriverà le diverse norme degli usi molteplici che della lingua nazionale fanno i parlanti nella diversità delle situazioni comunicative.

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Una grammatica coerente-descrittivo-esplicativa delle norme (cioè degli usi) dei parlanti di una comunità, deve inoltre avere carattere pedagogico, in quanto testo scolastico destinato a giovani di 11-13 anni. Essa non avrà così alcuna pretesa di esaustività ma mirerà alla semplicità e all'informalità nella presentazione delle categorie linguistiche, privilegiando una disposizione della materia adeguata allo sviluppo mentale dei discenti. mancherà di offrire adeguate opportunità di esercitazioni.

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Naturalmente, alquanto diverse sono le esigenze per gli insegnanti, che non potranno accontentarsi della conoscenza delle grammatiche scientifico-pedagogiche, ma dovranno anche avere una qualche familiarità sia col dibattito attuale sulle teorie grammaticali, sia con le grammatiche scientifiche tout court, di riferimento, dell'italiano. Preziose e insostituibili sono (attualmente): A. L. e G. Lepschy, La lingua italiana. Storia, varietà dell'uso, grammatica, Bompiani 1981; P. Tekačič, Grammatica storica dell'italiano, II Mulino (3 voll. 1972); nonché la Grande Grammatica a cura di L. Renzi, di imminente pubblicazione presso II Mulino.

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Evviva dunque la grammatica (della lingua) e le grammatiche scientifiche, di riferimento e pedagogiche (dei linguisti e dei grammatici)!

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Salvatore Claudio Sgroi


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