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Di ottobrata ce n’è una ed è eccezionale

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 31 ottobre 1987


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Ottobrata zafferanese è l’insegna che, a caratteri cubitali, ha dominato durante questo mese nella centrale piazza Umberto di Zafferana Etna, ad annunciare per quattro domeniche la mostra-mercato dei produttori tipici etnei.
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L’ottobrata di quest’anno, organizzata dal Comune e dalla Pro-Loco di Zafferana, ha così simpaticamente ripreso, dopo una interruzione di sei anni, la tradizione inaugurata negli anni 1978, 1979 e 1980.
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La voce ottobrata non è proprio parola di tutti i giorni, anche se richiama le ottobrate romane ed ha avuto gli onori della letteratura a partire almeno dalla seconda metà dell’Ottocento.
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Oltre tutto, nessuno dei significati riportati nei dizionari correnti (Devoto-Oli, Dardano, Zingarelli, o i più recenti Garzanti e Devoto-Oli illustrato) cioè 1) «scampagnata di ottobre (caratteristica dell’Italia centrale») e 2) «giornata di ottobre molto mite e luminosa» - sembra proprio quello che si addice alla nostra ottobrata zafferranese.
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Come posto invece in risalto dai cartelloni e dalle locandine pubblicitarie, l’ottobrata di Zafferana, è consistita in quattro «saghe» domenicali dedicate alluva e alla mostarda, ai funghi, al miele, e al vino e alle castagne.
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Essa vale quindi come «saga», cioè «festa popolare con fiere e mercato» per tutto il mese di ottobre.
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Se questa è dunque la eccezione specifica, regionale, della nostra ottobrata, la struttura formale della parola non è invece per niente anomala.
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Ottobrata è infatti un nome generato mediante il suffisso -ata da un altro nome.
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È questa una regola assai produttiva nella formazione delle parole dell’italiano, ricco di derivati in -ata con diverse valenze semantiche, Ottobrata risulta così formato su ottobre, al pari di giornata-giorno, annata-anno, mesata-mese, invernata-inverno, nottata-notte, serata-sera.
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La base temporale ampliata col suffisso -ata in questi casi serve a sottolineare l’estensione della nozione temporale.
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L’aspetto parzialmente insolito di ottobrata è invece dovuto al fatto che ottobre è il solo dei dodici mesi cui sembra applicarsi di fatto tale regola.
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Non sono infatti comuni per quanto perfettamente possibili e del tutto prevedibili derivati degli altri nomi dei mesi, per esempio settembrata ecc.
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Ma la lingua col suo meccanismo di formazione lessicale è pronta a fornire quei derivati, se e quando i parlanti lo riterranno necessario per proprie esigenze espressive e comunicative.
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Con una simile regola di formazione delle parole si spiega altresì un altro termine, spesso associato alle saghe di prodotti tipici (o ai festival dei partiti), quale il regionale salsicciata «mangiata di salsicce, in particolare fetta in compagnia», vicino al familiare e più diffuso spaghettata.
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Agli anni 60 e 70 sembra invece risalire la voga delle ciliegiate «raccolta e mangiata di ciliegie» (altro termine assente dai dizionari), occasione di incontro di signore e signorine della buona società (o di signore tout court, come vorrebbero i sostenitori di un uso della lingua non-sessista).
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In maniera analoga si sono formati inoltre nomi come frustinata «colpo di frustino» o manacciata «brutto colpo di mano», non registrati nei comuni dizionari, ma del tutto «normali» e «autorizzati» da scrittori come Pirandello e Tomasi di Lampedusa.
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(Ben più noto in ambito sportivo è invece il sinonimo e intensivo smanacciata).
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La stessa valenza semantica di questi derivati si ritrova in schioppettata, assai pregnante nel mondo di dire stare come (o essere) una schioppettata cioè «malissimo», detto per esempio di un berretto (con l’avallo in questo caso di Sciascia).
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Grazie a un simile meccanismo di creazione lessicale, la lingua è così in grado di far propri, arricchendosi e sfruttando possibilità aperte e non realizzate del sistema, termini derivati da altri idiomi, come il dialetto.
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Tale forma di prestito «interno» agisce in modo del tutto naturale, senza turbare l’equilibrio strutturale della lingua.
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Da qui frasi familiari come «Ma che cappata che sei!», «Che gente cappata!» cioè che «impiastro», o le diffuse pedate cioè le raccomandazioni, o ancora le vastasate le azioni cioè da facchino, da vastasi.
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E come non ricordare la cannata (cioè il boccale) dell’acqua o del vino (tra l’altro di buona memoria sciasciana)? o il più elitario mappata nell’accezione figurata di «fagotto» (ancora nello scrittore racalmutese)?
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Tale regola di formazione di parole si applica inoltre a basi verbali.
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Al riguardo chi non conosce linguisticamente (se non per brutta esperienza) la passata (ovviamente) di legnate (cioè il «fracco di botte»)? o non ha qualche volta assistito a una levata cioè a una «sfuriata» (per es. ne I mafiosi sciasciani)?
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Insomma, il parlante comune e non solo l’utente privilegiato quale è lo scrittore può esprimere la sua creatività linguistica, nella fattispecie semantico-lessicale, con una semplice ed economica regola di formazione di parole.
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Tale regola può infatti essere applicata reiteratamente e consente all’utente di accogliere parole «ben formate» di altri idiomi, a seconda delle necessità comunicative, senza fobie puristiche e lontano da impossibili ideali di «verginità» linguistica.
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Salvatore Claudio Sgroi

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