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Il pasdar, i pasdaran

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 24 ottobre 1987
NewspaperLa Sicilia
Publication place?
Publication countryItalia
Page3
Column7-9


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In un’epoca come quella nostra, caratterizzata da una fittissima rete di scambi comunicativi e di contatti interlinguistici a livello planetario, niente di più normale che le parole legate a fatti di particolare risonanza mondiale viaggino con buona pace dei puristi da una lingua all’altra, accompagnandosi in forme diverse nei vocabolari dei vari idiomi del mondo.
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E così, come portato del già settennale conflitto Iran-Iraq, sui giornali e nei giornali radio e telegiornali della prima decade di ottobre, è apparsa (o ricomparsa a distanza di qualche anno) la parola pasdaràn: «pasdaran in agguato» (Corriere della Sera, 8 ottobre), «motovedette dei Pasdaran si preparano ad attaccare nel Golfo di Dubai» (La Repubblica, 8 ottobre), «agguato dei pasdaran (La Sicilia, 8 ottobre).
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Dinanzi all’infinita creatività lessicale di una comunità linguistica, i dizionari non possono non essere incompleti e inevitabilmente in ritardo nel registrare la molteplicità degli usi semantici di una lingua.
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E anche se i vocabolari italiani di quest’ultimo ventennio si sono mostrati meno puristici e più disposti ad accogliere le parole straniere approdate in italiano con le loro valenze espressivo-comunicative, non ci meraviglieremo se il nostro termine non appare registrato neppure nei più recenti dizionari generali usciti quest’anno.
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La voce è peraltro sfuggita anche alle maglie dei repertori specializzati nel catturare parole nuove.
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Vale quindi la pena di soffermarci a commentare la comparsa di questo vocabolo.
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E diciamo subito che pasdaràn (al pari di ayatollah «capo religioso sciita») è una parola dell’iranico (o persiano) moderno, lingua, com’è noto, del gruppo indoeuropeo, ma fortemente arabizzata fin dall’adozione del tipo di scrittura.
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Pasdaràn ha il significato di «guardiani» e, nell’attuale contesto socio-politico, di «guardiani della rivoluzione khomeinista».
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«Ferito e catturato un pasdaràn» non è frase invece che abbiamo sentito o letto, contrariamente a quanto in realtà ci si poteva aspettare nei fatti e linguisticamente.
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Ma pasdàr è la forma singolare di «guardiano», e -an indica il plurale.
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Un pasdaràn sarebbe risultato quindi un adattamento di stampo popolare, peraltro non frequente nelle dinamiche interlinguistiche e nell’evoluzione linguistica (come è il caso, per es. di un kinder «piccolo uovo di cioccolato per bambini, contenente una sorpresa»).
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L’integrazione in italiano sul piano ortografico comporterebbe l’indicazione dell’accento grafico, trattandosi di parola tronca in iranico.
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E questa è infatti la soluzione seguita dagli articolisti de «La Repubblica», diversamente dal «Corriere della Sera» e dalla «Sicilia».
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Quali le strategie solitamente messe in campo per indurre un termine straniero in un contesto italiano?
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A livello di lingua scritta è corrente il ricorso alle virgolette, al corsivo, alla sottolineatura, chiarendo nel contempo la voce esotica mediante elementi contestuali e l’uso di perifrasi-sinonimi che ne traducono il significato.
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Leggiamo così «isola di Farsi, covo dei guardiani», «i pasdaran, le guardie della rivoluzione khomeinista» (Corriere della Sera), «la minaccia dei miliziani di Khomeini», «guardiani della rivoluzione» (La Repubblica, La Sicilia).
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L’italiano aveva in passato accolto nel proprio lessico parole persiane, anche se non moltissime.
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Azzurro, bazar, carovana, gelsomino, mogol, narghilè, scarlatto, scià e qualche altro sono infatti termini iraniani ormai acquisiti strutturalmente dall’italiano, tanto da non richiamare più all’utente comune l’origine straniera.
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Non possiamo prevedere se il prestito pasdaràn (con la difficoltà fonologica della sequenza interna -sd-) o il sinonimo-calco guardiani rimarranno in maniera stabile nel patrimonio lessicale della nostra lingua.
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Possiamo, però, forse augurarci per motivi tutt’altro che puristici che i pasdaràn o i guardiani (della rivoluzione) con le loro attuali connotazioni di morte scompaiono quanto prima insieme con gli eventi di guerra con cui sono venuti alla ribalta.
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Salvatore Claudio Sgroi

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