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Mi sento un po’ Cobas

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 21 novembre 1987


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«È nata una nuova parola magica che evoca la possibilità di conquistare qualcosa in più trasgredendo le regole sindacali», così Paolo Mieli su «La Stampa». La nuova parola è naturalmente, Cobas: una delle oltre 10.000 sigle della lingua, venuta alla ribalta con prepotenza tra la fine dell’86 e gli inizi dell’87.

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Una sigla nata dalla combinazione delle sillabe iniziali di due parole: «Comitato di base». Una parola ibrida, la cui pronuncia sillabica (anziché alfabetica) le consente di entrare in piena regola nel repertorio lessicale italiano. Si inserisce infatti perfettamente nel paradigma delle parole bisillabe, malgrado la presenza della consonante finale. Quest’ultima le conferisce anzi un’aria un po’ esotica, quasi un segnale di pluralità all’inglese (o alla francese).

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La sigla, formatasi come tutte le sigle per esigenza di economia linguistica, ha perso, in seguito alla sua alta frequenza, quel quid iniziale di ermeticità, e si è trasformata in una parola a pieno titolo. Tant’è che non la si scrive più col puntino (Co.bas) o con le virgolette (specie se maiuscola).

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Si è discusso e si discute sul difficile rapporto tra i Cobas e i sindacati confederali, variamente contestati. Non è chiaro infatti se i Cobas, con le loro rivendicazioni di ordine economico ma anche con esigenze di identità e riqualificazione professionale, perseguano l’obiettivo di un riconoscimento formale della loro organizzazione, o se costituiscano una forma di contestazione «a sinistra» delle organizzazioni sindacali, dentro o fuori di esse.

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Intanto, proviamo qui a tracciare una mappa, provvisoria, lacunosa e suscettibile di ulteriori sviluppi, dei risvolti linguistici del movimento dei Cobas. Proponiamo cioè l’abbozzo di un lemma «Cobas» per i futuri lessicografi. Un riflesso insomma sul piano degli usi linguistici dei nuovi spazi politici, sociali e di costume aperti da questi operatori emergenti.

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I Cobas, indicanti in quanto sostantivo maschile plurale, come accennato, «i comitati di base» («I Cobas non la fanno dormire, vero?» rivolta al ministro Mannino), sono accostati tout court ai «ribelli» («I ribelli a raccolta. Due giorni di blocco dei macchinisti» in La Sicilia).

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Il singolare un Cobas peraltro appare subito polisemico. Designa infatti sia 1) il singolo comitato di base («Cobas vince, Sindacato non perde» in Repubblica. «Anche i capistazione dunque sono decisi a formare un Cobas», sia 2) il singolo iscritto al Cobas («Capitano abbiamo scoperto un Cobas nella stiva»).

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Da ciò deriva anche l’ambigua polisemia dello stesso plurale i Cobas, che può indicare sia 1) i comitati di base («I macchinisti aderenti ai Cobas»), sia 2) i singoli iscritti al Cobas («Mannino: Cobas, attenti, vi precetterò»; «Tutti i Cobas insieme»; «Siete dei Cobas? ».

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A voler enumerare i vari tipi o categorie di Cobas, si è inevitabilmente incompleti, vista anche la loro continua proliferazione.

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Ma Cobas entra anche in composti con valore di determinante: «Fenomeno Cobas», «Effetto Cobas», «Sciopero Cobas», «Macchinisti Cobas», «Operatori Cobas».

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Esso assume inoltre funzione chiaramente aggettivale con il significato di «ribelle» nella confessione di una protagonista: «Forse ero già un po’ Cobas».

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Il dilagare degli scioperi «selvaggi» ha inevitabilmente determinato una mobilitazione «anti-Cobas». Da qui, derivati quali: «Servizi, piano, provvedimento e legge anti-Cobas».

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La scissione dei Cobas ha dato a sua volta luogo al nuovo composto «Alpro-Cobas» ovvero «Associazione nazionale dei liberi professori».

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Ma Cobas diventa a sua volta «testa» di vari composti nominali: «Cobas-Rai», «Cobas-Scuola», «Cobas-2» e «Cobas-bis» a proposito dell’«Alpro-Cobas», «Cobras-Macchinisti».

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L’epidemia dilagante del fenomeno Cobas non è stata senza effetti sugli usi traslati e metaforici del termine. Si va così dallo scherzoso «non mi rompete i cobas» con evidente valenza tabuistica a usi col significato generico di «contestatori». Così «I Cobas dei rami secchi (delle ferrovie); «I Cobas di papa Wojtyla» a proposito dell’ora di religione.

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sono mancati i risvolti semantici a livello ironico-satirico, così: «Ognuno ha i suoi Gobas», frase di una vignetta di Forattini messa in bocca a De Mita mentre Andreotti gli girala gobba.

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Lo stesso Forattini conia una parola-macedonia, un ibrido cioè costituito da inizio e fine di due parole: «La Banda Cobasotti», protagonisti ben noti politici italiani che si azzuffano per la spartizione del bottino. Dopo il «velenoso» (e non involontario, lapsus fanfaniano dei cobas/cobras, il termine cobras è stato ripreso, secondo una sperimentata tecnica, dai Cobas come simbolo della giustizia divina che colpisce inesorabilmente e inaspettatamente come un fulmine. Durante la manifestazione romana dei Cobas è infatti circolato un bellissimo medaglione autoadesivo dove, da una nuvoletta bianca, pendeva su un fondo blu scuro, a mo’ di serpente stilizzato, una saetta rossa con sotto la scritta in nero Cobras.

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Chi ama la storia ricorderà, infine, che i «comitati di base» risalgono in realtà al 68. Allora erano denominati «comitati unitari di base»; la sigla era Cub e cubisti gli aderenti. Si trattava anche allora di movimenti di contestazione dei sindacati, ma a base operaia e studentesca, diffusi nelle fabbriche, e con orientamento più decisamente politico e anticapitalistico che non rivendicativo sul piano economico. La contestazione dei Cub è stata poi del tutto assorbita, come è noto. Una tenue traccia è rimasta giusto nelle liste di sigle in appendice ai nostri dizionari (Zingarelli, Garzanti e perfino Palazzi-Folena). Più difficile da imbrigliare e ancora lontana da una soluzione appare invece la attuale contestazione dei Cobas, abbiate, a quanto pare, a confluire in un «Super Cobas».

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Salvatore Claudio Sgroi


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