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«Il lago creato dalla frana di Val Pola, in Valtellina, minaccia di tracimare», «La tracimazione del lago è imminente!», «Tracimazione naturale o tracimazione controllata?»: sono tutte frasi che abbiamo sentito nei telegiornali e letto sui giornali con insistenza quasi quotidiana nell’agosto scorso, fino a quando cioè la minaccia di un catastrofico straripamento del bacino è stata del tutto allontanata grazie alla fortunata tracimazione pilotata del lago di Pola. E già ai primi di settembre la coppia tracimare / tracimazione, dopo essere stata per tre-quattro settimane ai primi ranghi fra le parole più frequenti, è ritornata nell’alveo tranquillo del vocabolario.
Si può quasi essere certi che per la stragrande maggioranza degli italiani tracimare e tracimazione sono apparsi termini insoliti e nuovi, ma rassicuranti proprio grazie alla loro opacità di tecnicismi, chiariti soltanto dal contesto linguistico e situazionale e in parte dall’etimologia, in questo caso quasi trasparente: «uscir fuori (tra) dal bordo (cima). Ma il caso della coppia lessicale in questione, con le sue connotazioni di linguaggio tecnico – si tratta infatti di un termine dell’idraulica – è assai istruttivo sotto diversi aspetti. Nell’attesa che i dizionari storici ed etimologici della lingua italiana colmino le loro lacune, possiamo provare a ricostruire alcuni momenti della storia, poco e mal nota, di questa parola. Infatti, contrariamente a quanto si è finora ritenuto dagli stessi specialisti, non si tratta di un neologismo degli anni ’30 del nostro secolo, ma risale almeno al 1829.
Nei successivi 130 anni tracimare e tracimazione scompaiono però dai dizionari, grandi e piccoli, dell’800 e della prima metà del ‘900, che privilegiano segnatamente gli usi letterari della lingua nazionale. Questa sfortuna lessicografica si interrompe solo negli anni ’60 della nostra epoca perché, probabilmente, il termine tracimare è adoperato in sede letteraria da un autore come Bacchelli. Da allora esso ha trovato il favore di tutti i dizionari contemporanei, anche di dimensioni ridotte.
Il caso di tracimare / tracimazione, pur nella passata sfortuna lessicografica, vale altresì come esempio di diffusione a livello nazionale di un termine tecnico, per la usa funzione rassicurante, grazie ai mass media, in seguito e un qualche avvenimento di particolare rilevanza e gravità come il disastro ecologico della Valtellina. Salvo poi a ripiombare nel silenzio, al cessare dell’evento eccezionale, avendo esaurito la sua funzione. E tuttavia l’effetto di questa improvvisa e contingente notorietà non è stato senza conseguenze su altri usi metaforici del termine stesso. Infatti in un articolo di Beniamino Placido, apparso su «La Repubblica» del 3 ottobre si parlava di far «tracimare» una polemica a proposito della discussa traduzione della Bibbia da parte di Ceronetti. E in occasione del XXI Congresso Internazionale di Linguistica Italiana, svoltosi a Catania nei giorni afosi della prima metà dello scorso settembre, un noto linguista leccese, naturalizzato romano, tra una seduta e l’altra, andava dicendo con tono scherzoso «sto tracimando dalla camicia».
Salvatore Claudio Sgroi
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