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Il «baby talk» e la vignetta regional-popolare

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 05 dicembre 1987


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«Buono a mamma, che ti pordiamo a fare lo sgiobero generale!» è la battuta che si leggeva in una graffiante vignetta di Forattini sulla «Repubblica» sabato 24 novembre.
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La frase è messa in bocca, manco a dirlo, all’on.
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Ciriaco De Mita, per l’occasione travestito da mamma popolana, scalza, rivolta al figlioletto nudo in braccio, nella fattispecie l’on.
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Alessandro Natta, che piange invocando «Papàaa!».
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Il fonosimbolico papà è naturalmente l’on.
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Bettino Craxi, per la circostanza nei panni del rude lavoratore, che si avvia da buon proletario, con la famigliola, a partecipare alla manifestazione dello sciopero indetto dai sindacati.
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La vignetta forattiniana è assai felice, oltre che per il tratto grafico, anche per le scelte linguistiche, per noi particolarmente rilevanti.
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La frase italiana di «mamma De Mita» è infatti spiccatamente connotata in senso, potremmo dire, «regional-popolare».
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Tale marcatezza riguarda infatti il livello grafico-fonetico per la presenza «smaccata» delle consonanti sonore («pordiamo» e «sgiobero»), che nell’uso reale del parlare demitiano ricorrono dopo una consonante nasale (per es. «condendo» anziché «contento»).
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Ma non solo.
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Anche il livello sintattico è «marchiato» in questo senso, per il che cosiddetto «polivalente» con funzione di legamento causale (perché), e in primo luogo per lo speciale costrutto allocutivo nella variante tutta campana («Buono a mamma»), che i napoletani pronunciano con due «m»: «buono a-mmamma» (analogo a «buono a-ppapà»).
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Questa costruzione non è peraltro esclusiva della Campania, ma si riscontra in varie forme nei dialetti italiani centro-meridionali, dalle Marche in giù, fino alla Sicilia dove, come è noto, è particolarmente vitale.
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Dai dialetti questa speciale forma allocutiva passa poi, in maniera del tutto naturale, nell’italiano parlato localmente in quelle regioni.
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Il costrutto ha una specifica valenza affettiva, essendo adoperato da un interlocutore di rango superiore che si auto-nomina, rivolgendosi all’altro di rango inferiore o subalterno.
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In questo senso la vignetta comunica in maniera inequivocabile il modo di concepire il rapporto tra DC (superiorità benevola) e PCI (inferiore e infantile), e tra il PSI-DC e PCI.
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Il ricorso a questo tipo di allocuzione, cosiddetta inversa, è normale tra genitori / figli, nonni o zii / nipoti, fratello maggiore / sorella minore (o sorella maggiore / fratello minore, padrino /figlioccio, ecc.
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Così il padre siciliano al figlio dirà con tono affettuoso di superiorità: Ascuta, ô papà (lu papà, u papà)!, e la madre alla figlia: Veni ccà, â matri (la matri, a matri)!, oppure in italiano: Ascolta, papà!; Attenta, mammina! ecc.
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La frase è parafrasabile come «io che sono la tua mamma ti dico di stare attenta» ecc.
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Questo modo di dire rientra tra le forme del baby-talk, del linguaggio cioè adoperato dagli adulti con i bambini.
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Dal momento che esso ha una notevole valenza psicologica e protettiva nello sviluppo del bambino, non ci si meraviglierà quindi se lo si ritrova in varie lingue (rumeno, ungherese, arabo egiziano e siriano, somalo, ecc).
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Nel dialetto siciliano tale costrutto consente inoltre una chiave di lettura anche del tipo di rapporti che regolano (o regolavano in passato) l’interazione tra marito e moglie.
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La situazione paritaria tra coniugi impone infatti un uso di forme allocutive dirette, mediante cioè nome proprio o termine di parentela del partner.
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In una situazione asimmetrica, dove cioè uno dei coniugi si pone in posizione di superiorità, pur se affettuosa e paternalistica/maternalistica rispetto all’altro, si ricorre invece all’allocuzione inversa.
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Così, per es., una frase banale come Non ti pigghiari còlira, ô maritu! detta alla moglie dal coniuge suona inequivocabilmente come segno di superiorità psicologica del marito.
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Una espressione invece come Cchi cc’è, â mugghieri? detta dalla moglie al partner è sicuro indizio della volontà di superiorità della donna sull’uomo.
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Quest’uso tuttavia tende ad essere abbandonato, come accennato, in conseguenza del mutamento, in senso paritario, dei rapporti tra coniugi, mentre resiste benissimo nei rapporti con i figli, i nipoti, ecc.
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L’uso dell’allocuzione inversa si estende altresì alla interazione dell’uomo con gli animali domestici, per es. i cani, dove esiste un particolare vincolo affettivo tra animale e padrone.
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Così, una signora catanese di mezz’età, rivolgendosi alla propria cagnolina, ormai avanti negli anni e sofferente, ha potuto adoperare una espressione come «Ha pigghiatu u suli, a veru, â patrunedda?».
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Ad un osservatore esterno, non meridionale, questo modo di rivolgersi agli altri mediante auto-invocazione anziché nominando l’altro, potrà sembrare strano e bizzarro, se non addirittura una «confusione nell’uso dei nomi di parentela».
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Si tratta invece di un tratto assai originale e di un privilegio per quegli idiomi che lo possiedono in quanto consente particolari valenze espressivo-comunicative.
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Rimane allora da augurarsi che le grammatiche e i dizionari della lingua nazionale si mostrino per il futuro più attenti e obiettivi verso la realtà linguistica, ponendo fine alla «disconferma» in giustificata di questa originale costruzione sintattica.
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Salvatore Claudio Sgroi

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