Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Un attento lettore di questa rubrica, il signor G.A. di Augusta (così lo indichiamo per suo esplicito desiderio, in quanto non vorrebbe apparire «un purista spocchioso»: a dire il vero, «purista» un tantino, ma non certo «spocchioso») ci sottopone una serie di problemi linguistici di ordine diverso. La sua lettera ci è stata «girata», per un disguido redazionale interno, solo da qualche giorno: ce ne dispiace molto. Ma ben volentieri cerchiamo qui di rispondervi, in quanto ì temi sollevati, pur nella loro diversità, ci consentono di affrontare un problema delicato e angosciante come quello dell'«errore». Crediamo che il modo più fruttuoso di occuparci del problema sia di distinguere «errore» da «errore». Tenteremo quindi di abbozzare una tipologia degli errori.
Il signor G.A. inizia col porci un problema di pronuncia di alcune parole. «Perché non si occupa di quei cronisti radiotelevisi, specie della Rai, che pronunziano ìnfida e cosmopòlita, anziché infìda e cosmopolìta, (cfr. Rai 2, Diogene del 3 aprile u.s.); sàlubre e leccòrnia, anziché salùbre e leccornìa, (cfr. Rai 1, Tg-1 del 28 maggio u.s.)», ci scrive. I quattro casi di pronuncia sdrucciola (anziché piana) non sono nuovi invero nella letteratura puristica (cfr. per es. il Dizionario dei neologismi, dei barbarismi e delle sigle di G.L. Messina, A. Signorelli, Roma 1983), e ci conesentono di affrontare in primo luogo il problema dell'errore sotto il profilo statistico. Se ì parlanti di una comunità adottano in maggioranza un certo USO, non sembra realistico qualificarlo come «errore». L’USO quanto più è diffuso tanto più è sovrano. La «correttezza» di una forma non va misurata rispetto a una norma aprioristica, esterna alla comunità dei parlanti. Ciò che esiste nell'uso linguistico di una comunità, in quanto appunto esistente è «razionale» e può essere solo spiegato. Si tratta piuttosto di esaminare la diffusione di tale uso: i suoi contesti, il suo valore; il che non è certamente sempre facile da accertare. Senz’alcun dubbio le pronuncie sdrucciole dei quattro esempi sono molto diffuse in tutta Italia. Piuttosto che lamentarne la mancata pronuncia piana, è allora più istruttivo cercare, accanto alle ragioni della pronuncia puristicamente «legittima», le motivazioni strutturali del cambiamento verso la pronuncia sdrucciola, e magari ricostruire la storia della condanna puristica attraverso un esame della letteratura relativa (vocabolari, grammatiche, repertori vari).
La pronuncia piana ha alla sua base ragioni etimologiche, di fedeltà cioè all'etimo. Cosmopolìta viene infatti dal greco kosmopolìtēs; infìdo dal latino infìdum (con i lungo, ma qualche vocabolario lo riporta stranamente con i breve); leccornìa deriva da lecconerìa; salùbre dal lat. salūber. Non è certamente facile dar conto dell'arretramento dell’accento sulla terz’ultima sillaba. Ma si possono invocare ragioni intralinguistiche, di attrazione esercitata da altre parole sdrucciole; così per cosmpòlita forse cosmòpoli e ipòcrita; per ìnfido il più comune sinonimo pèrfido; per leccòrnia l’attrazione di sbòrnia; per sàlubre l’aggettivo lùgubre. C’è anche da dire che non tutti i dizionari condannano le nostre pronuncie, così per il Dardano sàlubre è solo «meno comune» di salùbre.
Un secondo ordine di problemi riguarda «cene concordanze che fanno a pugni con la grammatica: “Il presidente della Camera è stata ricevuta da Gromiko”, con riferimento a Nilde lotti, pronunciata da Natoli, corrispondente Rai da Mosca», così il nostro lettore. Per questa concordanza libera ci sembra che si tratti di un semplice «lapsus», del tutto occasionale e «idiolettale». Un semplice incidente di percorso linguistico. Tecnicamente è un inciampo di pura esecuzione, che non riflette certamente una mancata competenza del sistema. Un semplice «sbaglio» (in ingl. «mistake») più che un «errore» (in ingl. «error»). Trattandosi di una frase pronunciata nella foga del discorso, si capisce come il corrispondente abbia iniziato il suo discorso accordando la preferenza al genere maschile più frequente, ma subito dopo, accorgendosi che si trattava di una donna, ha cercato di salvare «in corner» la femminilità del personaggio, con una soluzione ibrida, non abituale.
«Lapsus» (o refuso) occasionale ci sembra anche l’uso di designer «progettista» in luogo di design «progetto», rilevato dall'attento lettore in un «pezzo» che «La Sicilia» del 9 giugno: «un gruppo di ufficiali si sono improvvisati esperti in designer» (p. 12).
Quanto invece all’«uso e abuso delle parole straniere, che non solo si sentono pronunziare con approssimazione, ma si scrivono con deformazioni», anche qui va tenuto presente che le interferenze tra lingua madre e lingua straniera sono «normali» e che occorre distinguere tra usi diffusi (e quindi accettabili) e usi rari od occasionali.
Il nostro lettore affronta poi problemi che riguardano il piano ortografico: «a me hanno insegnato a scuola che dopo i due punti e l’apertura delle virgolette, bisognava iniziare con la lettera maiuscola quando si introduceva un discorso diretto. Ora questa regola sembra non esistere più». Direi che non è più così rigida.
Infine, il signor G.A. cita la seguente frase da un articolo di cronaca de «La Sicilia» del 6 maggio: «una di codeste rapine è stata effettuata qualche giorno fa». E ci chiede: «Non si dovrebbe usare queste anziché codeste?». Certamente. Si tratta infatti qui di un uso stilistico, ora desueto, che connota pesantemente in senso toscano la frase (cfr. al riguardo la Grammatica italiana di L. Serianni, Utet 1988, pp. 235-39).
Ma la nozione di «errore» merita che si ritorni ancora sull’argomento in una prossima occasione.
Salvatore Claudio Sgroi
Text view