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Riprovare per disapprovare o provare per una seconda volta?

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 31 maggio 1980


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Ricevendo in regalo un libro intitolato Palermo viva ho pensato, per , che quel viva fosse un aggettivo per indicare una qualità della grande città siciliana; poi mi sono accorto, esaminando il resto e le fotografie che si riferiscono, per la maggior parte, ad aspetti di decadenza o degradazione ambientale messi in rilievo per esortare a prendere qualche provvedimento al fine di restaurare o riportare al primitivo splendore dei monumenti che vanno in rovina, che quel viva doveva essere inteso come verbo, quasi a indicare un'esortazione alla vita di Palermo (e il discorso potrebbe valere per tante altre città, prima fra tutte Venezia, che corre pericolo di scomparire).

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Ecco come, nell'uso pur corretto dei mezzi linguistici, un enunciato può apparire ambiguo e si deve far ricorso a una interpretazione, al ragionamento, per averne il senso esatto. C'è chi parla di struttura superficiale (l’enunciato così com'è) e di struttura profonda (il senso reale che all'enunciato deve essere di volta in volta attribuito). Del resto quante volle, studiando il latino, ci siamo sentiti ripetere che « il timore dei nemici » vuole bensì dire che « i nemici hanno paura » ma anche che « noi abbiamo paura dei nemici .

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E che differenza c'è, se non nella grafia, fra i due significati che può assumere il celebre verso del Petrarca Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, rispetto a Erano i capei d'oro a Laura sparsi? E quanti giochi poetici, nell'allusività dell'arte, il poeta ha fatto con la polivalenza del senso delle sue parole.

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Perfino un motto che non sembrerebbe ammettere dubbi, quello della celebre Accademia del Cimento, nella quale Galileo volle continuare fra i suoi alunni di Firenze il metodo fisico-matematico dell'Accademia dei Lincei, si presta a una doppia interpretazione: Provando e riprovando. Non vi è dubbio che riprovare qui sembra significare « provare ancora, provare un'altra o più volte » e non è un caso che il Tommaseo, citando il motto nel suo « Dizionario », dica: « Gli Accademici del Cimento par lo intendessero per Fare e rifare gli esperimenti, cioè vedere se i fatti comprovino il nostro sentire o l'operare o il volere ». Ma, ammesso che gli Accademici volessero usare il verbo in questo significato, occorre pur dire che Dante nel Paradiso (canto terzo, verso tre) aveva usato provando e riprovando in modo diverso. Leggiamo: Quel sol (Beatrice) che pria d'amor mi scaldò il petto / di bella verità m'avea scoverto / provando e riprovando, il dolce aspetto, dove quel riprovando vuol dire « disapprovando, confutando » e non « provando una seconda volta ».

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È, dunque, facile, intenzionalmente o no, equivocare o far equivocare. Del resto se si dice: Luigi fa mangiare le galline, intendiamo dire che Luigi fa che le galline mangino o che Luigi induce altri a mangiare le galline? E se dico Antonio fu condotto da suo padre, intendo dire che qualcuno condusse Antonio presse suo padre o che il padre condusse Antonio da qualche parte? E quel suo è riferito al padre di Antonio o ad altra persona? Nonostante tutto, non è il caso di perdersi d'animo perché, praticamente la lingua oltre dei mezzi per uscire dall'ambiguità e solo chi non vuole farsi capire sfrutta certi equivoci che lo strumento linguistico gli offre. Il dialetto di Bologna, per esempio, dice: il padre suo di lui o il padre suo di lei per chiarire l’ambiguità di quel suo. Perfino opportune pause o accentazioni di particolari elementi aiutano a togliere dall'imbarazzo.

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Certo, a volte si resta sconcertati come quando ho recentemente letto, spruzzato in rosso sulla facciata della Chiesa di San Michele in Borgo a Pisa: Più chiese meno case. Il messaggio sembrava un sorprendente invito a costruire più chiese e meno case ma la sigla che l’accompagnava a mo' di firma non lasciava dubbi. L'anonimo spruzzatore (intendo l'uomo, non lo strumento) voleva dire che, facendo più chiese, si fanno meno case e perciò sarebbe stato opportuno che fosse messo un segno di uguale fra i due membri dell'enunciato o fosse aggiunto un « significa ». Il ricorso a un minimo di riflessione, e cioè, come direbbero certi moderni grammatici, il ricorso alla struttura profonda, non lasciava sussistere alcun dubbio.

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La lingua è, ad ogni modo, uno strumento imperfetto, o che può essere usato imperfettamente; eppure essa permette a chi vuole di farsi intendere. Se qualcuno - ed era un personaggio illustre - disse cinicamente che la lingua ci è stata data per nascondere i nostri pensieri, si può ribattere che essa ci è stata data soprattutto per manifestare chiaramente i nostri pensieri.

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Tristano Bolelli


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