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Ricevendo in regalo un libro intitolato Palermo viva ho pensato, lì per lì, che quel viva fosse un aggettivo per indicare una qualità della grande città siciliana; poi mi sono accorto, esaminando il resto e le fotografie che si riferiscono, per la maggior parte, ad aspetti di decadenza o degradazione ambientale messi in rilievo per esortare a prendere qualche provvedimento al fine di restaurare o riportare al primitivo splendore dei monumenti che vanno in rovina, che quel viva doveva essere inteso come verbo, quasi a indicare un'esortazione alla vita di Palermo (e il discorso potrebbe valere per tante altre città, prima fra tutte Venezia, che corre pericolo di scomparire).
Ecco come, nell'uso pur corretto dei mezzi linguistici, un enunciato può apparire ambiguo e si deve far ricorso a una interpretazione, al ragionamento, per averne il senso esatto. C'è chi parla di struttura superficiale (l’enunciato così com'è) e di struttura profonda (il senso reale che all'enunciato deve essere di volta in volta attribuito). Del resto quante volle, studiando il latino, ci siamo sentiti ripetere che « il timore dei nemici » vuole bensì dire che « i nemici hanno paura » ma anche che « noi abbiamo paura dei nemici ››.
E che differenza c'è, se non nella grafia, fra i due significati che può assumere il celebre verso del Petrarca Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, rispetto a Erano i capei d'oro a Laura sparsi? E quanti giochi poetici, nell'allusività dell'arte, il poeta ha fatto con la polivalenza del senso delle sue parole.
Perfino un motto che non sembrerebbe ammettere dubbi, quello della celebre Accademia del Cimento, nella quale Galileo volle continuare fra i suoi alunni di Firenze il metodo fisico-matematico dell'Accademia dei Lincei, si presta a una doppia interpretazione: Provando e riprovando. Non vi è dubbio che riprovare qui sembra significare « provare ancora, provare un'altra o più volte » e non è un caso che il Tommaseo, citando il motto nel suo « Dizionario », dica: « Gli Accademici del Cimento … par lo intendessero per Fare e rifare gli esperimenti, cioè vedere se i fatti comprovino il nostro sentire o l'operare o il volere ». Ma, ammesso che gli Accademici volessero usare il verbo in questo significato, occorre pur dire che Dante nel Paradiso (canto terzo, verso tre) aveva usato provando e riprovando in modo diverso. Leggiamo: Quel sol (Beatrice) che pria d'amor mi scaldò il petto / di bella verità m'avea scoverto / provando e riprovando, il dolce aspetto, dove quel riprovando vuol dire « disapprovando, confutando » e non « provando una seconda volta ».
È, dunque, facile, intenzionalmente o no, equivocare o far equivocare. Del resto se si dice: Luigi fa mangiare le galline, intendiamo dire che Luigi fa sì che le galline mangino o che Luigi induce altri a mangiare le galline? E se dico Antonio fu condotto da suo padre, intendo dire che qualcuno condusse Antonio presse suo padre o che il padre condusse Antonio da qualche parte? E quel suo è riferito al padre di Antonio o ad altra persona? Nonostante tutto, non è il caso di perdersi d'animo perché, praticamente la lingua oltre dei mezzi per uscire dall'ambiguità e solo chi non vuole farsi capire sfrutta certi equivoci che lo strumento linguistico gli offre. Il dialetto di Bologna, per esempio, dice: il padre suo di lui o il padre suo di lei per chiarire l’ambiguità di quel suo. Perfino opportune pause o accentazioni di particolari elementi aiutano a togliere dall'imbarazzo.
Certo, a volte si resta sconcertati come quando ho recentemente letto, spruzzato in rosso sulla facciata della Chiesa di San Michele in Borgo a Pisa: Più chiese meno case. Il messaggio sembrava un sorprendente invito a costruire più chiese e meno case ma la sigla che l’accompagnava a mo' di firma non lasciava dubbi. L'anonimo spruzzatore (intendo l'uomo, non lo strumento) voleva dire che, facendo più chiese, si fanno meno case e perciò sarebbe stato opportuno che fosse messo un segno di uguale fra i due membri dell'enunciato o fosse aggiunto un « significa ». Il ricorso a un minimo di riflessione, e cioè, come direbbero certi moderni grammatici, il ricorso alla struttura profonda, non lasciava sussistere alcun dubbio.
La lingua è, ad ogni modo, uno strumento imperfetto, o che può essere usato imperfettamente; eppure essa permette a chi vuole di farsi intendere. Se qualcuno - ed era un personaggio illustre - disse cinicamente che la lingua ci è stata data per nascondere i nostri pensieri, si può ribattere che essa ci è stata data soprattutto per manifestare chiaramente i nostri pensieri.
Tristano Bolelli
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