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SAREBBE un errore ritenere che tutte le parole di una lingua siano registrate nel dizionario. Se è vero che nei comuni vo- cabolari le parole registrate sono fra le 50 mila e le 100 mi- la, dobbiamo ricordare che i sostantivi presentano, esclusi quelli invariabili, un singolare e un plurale (amico, amici), gli aggettivi hanno, oltre a questa categoria del plurale, il maschile e il femminile (bella, bella, belli, belle), i verbi ad- dirittura 52 forme (dico, dici, ecc.), tanto che a disposizione dei parlanti, teoricamente, le voci sono molto più numerose di quelle che figurano in un vocabolario. Ma, ovviamente, l'uso di ciascuno è limitato alla sua sfera di conoscenze, alla sua cultura e nessuno è completamente padrone del vocabo- lario della propria lingua. Non parliamo poi dei linguaggi speciali, dei gerghi e di quelle voci che sono così rare da ri- manere ai margini della lingua. Quanto ai gerghi, bisogna affermare che essi sono tali so- lo se limitati a un numero ristretto di persone e soprattutto se queste persone hanno coscienza di usare il loro gergo ap- posta, per non farsi intendere da altri che non siano del loro gruppo, quasi a sanzionare un voluto distacco dalla realtà circostante. Vi sono, perciò, gerghi di mestieri, gerghi di stu- denti (ma non in modo vistoso in Italia), gerghi dei carce- rati, ecc.
Per questo non è da consigliare l'uso della parola « gergo ›› quando viene applicata - e ciò accade molto frequentemen- te - ai linguaggi tecnici, dei medici, degli ingegneri, degli scienziati in genere. In tal caso l'uso è soltanto metaforico ma può creare equivoci. Il linguaggio tecnico non vuole, per principio, restare ri- servato a una casta o a un gruppo, anche se viene inteso so- lo dagli addetti ai lavori. Il vero gergo si propone, invece, di restare proprio di una categoria di persone che non desi- derano farsi capire dagli altri. Tipico è il gergo dei carcerati che vogliono comunicare fra di loro senza farsi capire dalle guardie carcerarie. Che, poi, queste riescano a impadronir- si degli elementi gergali e ne facciano addirittura dei picco- li vocabolari, è un altro discorso: fa parte del loro mestiere. La fantasia dell'uomo nel creare parole è incredibile. Un autore tedesco, Edgar Radtke, con molta diligenza, è riusci- to a raccogliere per 1'italiano (compresi, ovviamente, i dialet- ti) la bellezza di 650 parole per dire « prostituta ››. Ce ne so- no, a quanto pare, 155 nella lingua letteraria, 122 nella lin- gua familiare, 174 nella lingua popolare, 199 nei gerghi. Cer- tamente queste distinzioni e questi confini non possono pretendere di essere assoluti, nella poliedricità delle parlate italiane e nella variabilità dell'uso personale. Dice, tuttavia, molto, il tentativo di caratterizzare i vari livelli linguistici (letterario, familiare, popolare e gergale) in cui l'Autore ha voluto rinchiudere tutte quelle voci: di esse compaiono nei vocabolari comuni soltanto poche unità. Se ci rivolgiamo, per un confronto, al francese, i dati raccolti dicono che lo stesso concetto è espresso da 759 parole, un numero mag- giore, dunque, dell'italiano, mentre lo spagnolo ne ha 358, poco più della metà. Se vogliamo fare un breve commento a queste cifre, dob- biamo, prima di tutto, notare 1'ovvia diversità dell'uso di queste voci e le difficoltà incontrate dall'Autore per reperir- le. Testi scritti, testimonianze orali, inchieste in vari ambien- ti sono il prezzo che si deve pagare per ogni ricerca linguisti- ca di questo tipo, che non è astratta ma deve riferirsi a fatti ben precisi. Ma quello che indubbiamente meraviglia è l’al- tissimo numero di voci per un solo significato. Del resto, ba- sti dire che nel 1883, usciva in seconda edizione un libricci- no intitolato In quanti modi si può morire in Italia di Luigi Morandi, istitutore del futuro Vittorio Emanuele III. Ebbene, le locuzioni e le voci da lui raccolte per dire « morire » nelle parlate d'Italia erano ben 170 e sicuramente la lista non era e non è completa: si va dal semplice morire a tirare il calzino. Tutto questo deve far riflettere sulla pretesa di razionaliz- zare il linguaggio e di renderlo adatto ai calcolatori. L'infini- ta fantasia dell'uomo, le sue creazioni e le sue metafore ten- dono a complicare il problema fino a far ritenere che sia insolubile.
BolLS281081
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