Sentence view

Miccio, cioè asino

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 28 luglio 1984
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7


[1]
È naturale che chi fa il mestiere di linguista si domandi, quando è in un posto, che lingua si parli intorno a lui.
[2]
Anche se le mescolanze sono inevitabili o talora facciano effetto (a Milano tre persone, interpellate successivamente per la strada, nel rispondermi rivelavano un netto accento meridionale), resta pur sempre un nucleo in cui le tradizioni resistono e in cui la gente si esprime nel dialetto locale.
[3]
Sono in Versilia dove vado ogni anno e ricordo le ricorrenti polemiche se la Versilia comprenda anche Viareggio e non si limiti, invece, al territorio di Pietrasanta, Seravezza e Stazzema con l’appendice recentissima di Forte dei Marmi.
[4]
In realtà Viareggio non ha più di duecento anni di vita mentre la Versilia è un’antica terra di confine fra città della Toscana che costituiscono degli Stati e Genova, ed ha una storia di molti secoli.
[5]
Il dominio di Lucca fu sostituito in Versilia da quello di Firenze dopo la vittoria su Genova del 1484.
[6]
Pietrasanta e basta guardare i suoi monumenti diventò un capitanato di Firenze e da Pietrasanta dipesero poi i Comuni di Seravezza e di Stazzema che costituiscono quella Versilia Alta assai meno nota anche linguisticamente di quella del piano dove d’estate vi è tutto un pullulare di insediamenti balneari anche se meno affollati e caotici di quelli di Viareggio.
[7]
Parlando del dialetto locale potrebbe venire in mente, lasciando da parte Enrico Pua, tipica figura di versiliese, di esaminare le parole utilizzate dal pittore e scrittore Lorenzo Viani che, in calce ai suoi volumi Angiò uomo d’acqua (1928) e Il Bava (1932), mise dei Glossarietti «dei termini marinareschi e dei vocaboli meno comuni» ed è, credo, interessante dare alcuni esempi scelti fra le prime 33 voci e chiadersi il grado di appartenenza di tali parole al versiliese.
[8]
Abbracchirsi è attestato in Viani col significato di «farsi cascante».
[9]
L’esempio I cani hanno abbracchito le foglie significa che i cani hanno ammaccato le foglie.
[10]
La voce viene da (cane) bracco o meglio dalle sue orecchie cascanti.
[11]
Acciuccignarsi vuol dire sgualcirsi; addoppato «nascosto dietro qualcosa»; adimare (il capo), abbassarlo.
[12]
L’etimologia è del latino imus «il più basso».
[13]
Agghiadire significa «sentirsi stringere il cuore», ed una forma simile, agghiadare «agghiacciare», da ghiado «ghiaccio» (dal latino gladius «spada» in senso metaforico), è attestata in italiano antico.
[14]
Aggrostarsi vuol dire «appiccicarsi» ed alla base c’è grosta «crosta».
[15]
Alfabeto significa «arcano, storia nascosta, trama» ed è prova di una deviazione molto notevole di una voce dal suo valore primitivo; ammicciarsi «buttarsi giù svogliato come un miccio (nome locale dell’asino); anemolo «sbarazzino, buon crostino»; anneghito «magro, secco, rifinito; anvenia «invenzione, trovata» che è dal latino invenire. Aonco significa «conato di vomito»; appicciare «raggranellare, raggruzzolare».
[16]
Basta questo piccolo campionario di voci per vedere che Lorenzo Viani ha utilizzato molto di più voci del contado lucchese che veramente proprie della Versilia.
[17]
Infatti, escluso aggrostarsi, nessuna figura nel Vocabolario versiliese di Gilberto Cocci (1956) in una integrazione del Cocci, inedita, condotta a Seravezza e a Basati da Serenella Salvadori nel 1972.
[18]
Dunque si ingannerebbe chi cercasse nel viareggino Viani una prevalente impronta versiliese, quasi a confermare che Viareggio non è propriamente Versilia.
[19]
Del resto il Viani stesso scrisse che aveva fatto capo, oltre che a testimonianze di «semplici marinai», al Vocabolario lucchese di Idelfonso Nieri, del 1902, che non è molto ricco di voci della Versilia e riporta quasi tutte le voci citate sopra.
[20]
Il dialetto versiliese va sicuramente con le parlate della Garfagnana meridionale e non è privo di influssi settentrionali; quando si sente dire cagio per cacio, camigia per camicia, brigiola per briciola, ci avvediamo di uno staccarsi del versiliese dalle varietà di tipo lucchese.
[21]
In questo caso, siamo condotti verso il massese, che è ai confini coi dialetti settentrionali.
[22]
Le osservazioni fin qui fatte ci insegnano che non dobbiamo credere che i dialetti toscani siano un’unità monolitica; inoltre che anche in questa zona esistono differenze fra località poste a brevissima distanza a formare quella mirabile varietà di parlate che caratterizza tutto il territorio italiano.
[23]
Tristano Bolelli

Text viewParagraph view